Il Rapporto tra Dio e l’Uomo negli Anime.

Questo Post si potrebbe considerare il successore spirituale di “Filosofia degli Anime I: “Children of the Sea””, nonostante non sia un “Filosofia degli Anime II”. Qui siamo più alla stregua di un articolo senza format specifico riconducibile alle Analisi Tecniche.

Quindi, nonostante non sia propedeutico, io vi consiglio comunque di darci una letta. Anche solo per avere un riferimento mentale rispetto ad un particolare sottotesto che oggi andremo ad affrontare.

“Neon Genesis Evangelion” è l’esempio perfetto di Anime che tratta il rapporto tra Uomo e Dio

Lo sappiamo molto bene purtroppo.

Chi ha sulle spalle la visione di qualche opera ne è già conscio: guardare un anime trattante questa tematica è sempre un terno all’otto. A prescindere dal lato tecnico e grafico, qui è la narrazione che ti permette di gustare davvero appieno del contenuto proposto.

Cerchiamo di capire più nel dettaglio che cosa intendiamo.

La Fabula.

La mia personalissima opinione va ad indirizzarsi sul fatto che la prima opera animata ad aver dato vita a questa tipologia sia stata “Akira” nel 1988. Che avesse anticipato troppo i tempi lo si nota dal fatto che la produzione del lungometraggio venne a costare circa un miliardo di yen a fronte di un incasso in sala di poco di più di 700 milioni.

La cosa importante sulla quale posare l’occhio è la partecipazione dello studio “Gainax” alle animazioni; esiste difatti la possibilità che quel coinvolgimento abbia potuto influenzare la visione di “Hideaki Anno” nella creazione di quel “Neon Genesis Evangelion” nato 7 anni dopo. Ed eccoci qui, nel 1995; anno di creazione, tra le altre cose, di “Ghost in the Shell”. Il trend era scoppiato, questa volta i tempi erano maturi, e nei successivi 5 anni nacquero: “Serial Experiment Lain”, “La rivoluzione di Utena” e “FLCL”; Evangelion aveva tastato il polso, da li era tutto in discesa.

Precisazioni.

Gli Anime che trattano di questo sovrannaturale rapporto si dividono in tre categorie: sperimentali, non sperimentali e parzialmente sperimentali.

Che cos’è un anime “sperimentale”?

Lo stile sperimentale è un particolare tipo di stile per il quale le inquadrature, gli sfondi, i disegni, i movimenti di macchina , le animazioni e l’audio seguono studi diversi da quelli canonici. Laddove il senso comune opera per mezzo della chiarezza visiva e narrativa; lo sperimentale indugia nell’onirico, nel criptico, nel confusionario, nell’alternativo, nel diverso e alle volte anche nel iperricercato. Tutta la serie di “Bakemonogatari” è sperimentale in ogni suo aspetto, invece roba come “Redline” lo è solo parzialmente.

Tenete conto di una cosa: la nascita di qualcosa di così esagerato è esattamente figlia di quel periodo; non per niente il 1989 segnò l’inizio di una delle più rapide crescite economiche del Giappone: c’erano i soldi, la voglia di fare e la voglia di scoprire; quindi si poteva creare di tutto. Periodo che finì nel 1997 con la forte crisi finanziaria asiatica; opere sperimentali uscirono anche dopo ovviamente, ma come per tutto quando si va incontro ad un muro qualcosa si rompe. Sia a livello di quantità che di qualità da quel momento in poi non fu più la stessa cosa tranne pochissimi casi di anime veramente eccezionali in tal senso (qualitativo si intende, perchè con la quantità non vi è mai più stata un’ era così prolifica).

Tutto il megapippone sullo sperimentale serve a chiarirvi una roba: quando si agisce sulla regia in modo schizofrenico ed incalzante non bisogna commettere l’errore di usarla da trasporto per lo svolgersi degli eventi; o meglio, se lo fai in modo corretto diventa tutto molto figo fino a farti concepire un mindfuck geniale ma solo se poi mediante un qualche espediente si rende chiaro tutto l’accaduto. Una cosa del genere mi è capitata recentemente con il film “Kara no Kyoukai: Paradox Spiral“; bel film, nulla da dire, ma dalla seconda metà della pellicola iniziano alcuni problemi che non ne inficiano il sapore complessivo ma rischiano di dare fastidio.

Apriamo un breve escursus.

Ad un certo punto si comincia ad andare avanti e indietro all’interno della storia oltre che trasversalmente da un punto di vista di un personaggio ad un altro, anche per sequenze brevissime, quasi a rendere iperattivo lo spettatore: volendo usare un termine tecnico potremmo definire quel pezzo come diacronico. E fin qui va bene, a me personalmente piace come cosa anche se mi allunga di tantissimo il minutaggio perchè per essere sicuro di non perdermi neanche un risvolto torno spesso indietro per revisionare e riascoltare; da li a poco però si presenta l’altro lato della moneta rappresentante il rischio che questa scelta visiva comporta insieme al suo scotto da pagare: se io spingo sempre più forte e veloce quando arrivo al climax risolutivo questo deve essere spettacolare e chiaro altrimenti non si raggiunge l’orgasmo emozionale e si viene sgonfiati di tutto l’entusiasmo. Con il quinto lungometraggio firmato Type-Moon ed Ufotable a mio avviso questo problema esiste anche se solo in parte, dico solo in parte in quanto esiste la spettacolarità ma non la limpidezza; il punto è che se sulla prima si può anche soprassedere, sulla seconda assolutamente no. Difatti molto spesso il punto più alto di questi virtuosismi corrispondono alla reading key e se questo viene a mancare sorge il problema sotto descritto.

Analisi narrativa.

Ognuno di noi ha i suoi personalissimi gusti quando si tratta di “finali aperti all’interpretazione”, ciò però non toglie il fatto che questo articolo è mio ed io non sono molto avvezzo a farmi piacere “quella cosa li”; conseguentemente questa sarà una critica incentrata molto sul mio modo di vedere le cose. Capisco che tanti potrebbero storcere il naso; ma su questo argomento specifico, avendo fatto delle ricerche in merito, non esistono tesi ed antitesi oggettive. Anche autorevoli autori sostengono, chi più chi meno, entrambe le parti; poichè è veramente più una questione di sensazioni che altro. Mi dispiace ma chi leggerà da questo punto in poi verrà trascinato su dei sentieri, per forza di cose, faziosi.

Voglio essere molto chiaro: la questione del finale aperto all’interpretazione sorge anche qual’ora la troppa cripticità dovesse giocare un ruolo fondamentale in un punto del racconto che non è la conclusione; questo perchè nel finale solitamente se vi sono cose poco cristalline o misteri teoricamente dovrebbero essere risolti per dare la quadratura del cerchio, a meno che la storia per funzionare correttamente abbia proprio bisogno di questa gretola è ovvio, ma se questa specifica casistica la trovare diversa e vi fa più piacere chiamarla in un altro modo la possiamo anche appellare come “nodo focale o nodi focali aperti all’interpretazione”.

Psycho-Pass usa l’Archetipo Jungiano di Coscienza Collettiva per veicolare un messaggio nascosto

Dio e la sue Creature.

Capiamo un concetto fondamentale: non tutti gli anime che parlano di questo scambio si incentrano sullo stesso per introdurti alle premesse di trama, molto spesso anzi si parte da una base estremamente terrena per poi arrivare ad espandersi su concetti via via più alti fino a quando non ci si scontra con la domanda ultima. “Psycho-Pass“, ad esempio, agisce proprio in questo modo: vieni introdotto in un mondo con dei pretesti che si svolgono sul più basso dei piani di esistenza, le vicende servono a farti ragionare, a pensare e a farti porgere delle domande; domande che non è detto abbiano una risposta però, l’importante è che tu te le ponga. A quel punto mediante i vari elementi messi in campo: eventi a schermo, caratterizzazione psicologica e filosofica dei personaggi, premesse narrative e via dicendo; si cerca di dare una motivazione ed un riscontro a questi quesiti. Da qui poi ne deriva un finale che per motivi di ignoranza sul cosa c’è dopo deve per forza essere aperto a livello concettuale; per la realtà osservabile invece si può decidere di seguire una delle due strade descritte pocanzi.

Non in tutti i casi si segue pedissecuamente il tracciato di questa linea; detto questo di elementi in comune che si ripresentano frequentemente ve ne sono, anche solo in virtù della natura stessa del rapporto a cui si anela in queste fatiche. Mistero, fantascienza, parametri psicologici portati ai limiti, situazioni difficili, situazioni stratificate, situazioni complesse. Il perchè proprio di questi è presto detto: stiamo parlando di un mistero indipanabile che fa capolino in situazioni psicologiche al limite mediante situazioni estreme sia in positivo che in negativo; a questo proposito poi non è raro che il modus operandi di delineamento di queste situazioni sia di causa fantascientifica o religiosa. La scienza e la religione poi han sempre fatto da atmosfera generale per determinate ricerche in campo divino, quindi vi si possono ricercare anche cause storico-culturali. Non solo, alle volte potrebbe essere addirittura il contrario: il sottotesto generale è rappresentato proprio dalla natura di questo rapporto, in questo modo i personaggi potrebbero interrogarsi molto spesso sulla natura di ciò, così facendo come spettatore vieni catapultato nel contesto e sei spinto anche tu a farti domande e a riflettere su di esse. La differenza in quest’ultimo è il fatto che nella casistica precedente il fulcro della questione era attivo, adesso invece è passivo in quanto veicolato da altre formulazioni inerenti allo stesso. Come nel caso di “Psycho-Pass” dove il rapporto tra Uomo e Dio non è più che un alone velato che mano a mano viene portato dolcemente a galla o forse è più corretto dire che vieni guidato delicatamente dal tocco di una mano gentile fin nel punto dove il suo profumo è più forte; anche se poi non è detto che ti si presenti il piatto davanti, sei tu che ci devi arrivare a quella particolare struttura di pensiero, devi per l’appunto interpretare. In questa metafora la mano gentile rappresenta le nozioni socio-psicologiche di “marginalità sociale” e “coscienza collettiva”. Non è detto poi che ci si debba fermare qui, non sono infatti rari i casi nei quali si parla di trascendere Dio divenendo qualcosa di addirittura superiore; o perchè no? Di non aver bisogno di lui, di essere diventati forti e indipendenti grazie alla progressione umana, e ancora: di andare contro di lui; ribellarsi alle sue ingiustizie e alle sue assenze per porsi in una condizione di responsabilità come singolo. Da questo punto di vista il non affidarsi più ad un “Entità Superiore” ti impone il compito di non delegare a qualcun’altro i tuoi fallimenti e le tue vittorie, così da diventare consapevole di ciò che sotto il tuo controllo o meno per assurgere al posto di ciò che prima vedevi come figura decisionale arbitraria. Un ragionamento, questo, estendibile via inferenza a tutta una collettività in fin dei conti; quale essa sia concepita sotto organizzazione più piccola o mondiale che dir si voglia. E qui ci ricolleghiamo, congiungendo il tracciato da noi stessi disegnato, alla “progressione umana” preventivamente citata; volendo però estendere il discorso si ci potrebbe porre la domanda: ma il bisogno umano del divenire indipendente sostituendosi al padrone supremo da cosa deriva? I progressi scientifici? Filosofici? Un misto dei due? La cosa intrigante è che nel rispondere a questa domanda si va un po’ a cadere nella trappola descritta nel paragrafo successivo ma contemporaneamente a chiudere il cerchio di questo. Infatti ricordiamo che sono proprio scienza e filosofia le materie prese in causa per il sottinteso situazionale atto ad introdurre o permeare un ipotetico rapporto, fisico o ideologico che sia, tra uomo e Dio. Non mancano poi contesti più magici come quello di Fate/stay night per i quali misticismo e filosofia si fondono per dare luogo allo studio di riflessioni paradossali atte alla scopo di trovare ragione all’interno di una logica non comune.

Ad ogni modo i miei problemi, come abbiamo detto prima, nascono quando si opta per la via della rappresentazione visiva in modo più onirico e simbolico rispetto uno più rappresentativo della realtà fisica visibile. Raga, se io non capisco quello che sta succedendo nello svelarsi dei fatti raccontati mi infastidisco e non poco; se poi la cosa avviene nel climax mi scazzo ancora di più. E non perchè sia una scelta sbagliata in se per se quanto perchè se io non ho un parametro solido a cui appoggiarmi, tutta l’interpretazione dell’opera per me va a farsi friggere e può significare qualsiasi cosa. Come faccio a capire se vi è buona fede nelle intenzioni degli autori? Come faccio a non pensare che mi abbiano ubriacato con un Deus Ex Machina senza il quale il tutto non poteva più dirigersi verso una conclusione poichè altrimenti ormai si era pisciato troppo fuori dal vaso in tutti sensi per riuscire a dare un senso logico ad un finale? Non lo posso sapere e mi dispiace tirare di nuovo fuori il caro Eva ma la sappiamo tutti la storia degli episodi 25 e 26 fatti in mala fede per mancanza dei fondi, la sappiamo tutti la storia della fattura di un nuovo finale con la scusa che il primo avviene in contemporanea del secondo perchè è tutto in una dimensione filo-psico-onirologica di Shinji. E allora no! Abbiate pazienza mai io non ci sto. Come anche per il finale di “Gulty Crown”: ma cosa vuol dire quel finale? Ma scusa: tutto un mondo delineato da regole ed eventi precisi e studiati, tutto filava liscio come l’olio e poi boh! Non si capisce più niente, se avete capito bene altrimenti attaccatevi. E così comincia il calvario di ricerche su ricerche in internet, in forum, blog e chi più ne ha più ne metta; opinioni al limite del decontestualizzato, professori universitari di filosofia e psicologia con i megastrapipponi sul perchè questo o quello era così in relazione a quell’altro e vattelapesca. Tu volevi solo capire quello che ha VISTO! Volevi capire cos’è avvenuto di fronte ai tuoi bulbi oculari, sei consapevole del fatto che i significati più o meno reconditi possano essere interpretati come michia si vuole ma il tuo obbiettivo era un altro. Così rinunci, magari diventi anche il più grande esperto della filosofia di “Dimension W” ma tanto senza una precisa rappresentazione di quello che stai guardando ognuno può dire il ca… che vuole; perciò… passi al prossimo anime con quell’amarezza di fondo dicendo a te stesso: “vabbè”…

In “Madoka Magica” si capisce tutto dall’inizio alla fine senza avere la sensazione di essersi persi dei pezzi

Ripeto un’ultima volta: “Dal punto di vista concettuale, filosofico, psicologico e onirico va benissimo che un finale sia astruso, complicato, inafferrabile, complesso, criptico e tutto ciò che volete; ma non può assolutamente essere lasciato all’interpretazione dello spettatore dal punto di vista della realtà fisica che stiamo osservando. Altrimenti non si ha nemmeno un singolo paletto fisso in grado di farci orientare nelle varie speculazioni, da ciò ne consegue che qualsiasi opinione espressa in merito risulterà valida poichè difficilmente contestabile seguendo la narrativa. Quindi anche punti di vista estremamente opinabili non risultereranno tesi fallaci e ciò si traduce nel male puro”.

Anche perchè poi così facendo le conseguenze della cosa diventano così grandi da non poterle più arginare; l’autore sta praticamente dando il suo lavoro in pasto alla community, che con internet può fare tutto quello che vuole. Il caso dei falsi finali di “Doraemon” è eloquente.

A questo punto chi tra di voi ha letto l’articolo su “Children of the Sea” capirà perchè l’ho adorato: si capisce tutto dall’inizio alla fine ed è tutto spiegato o comunque fatto capire; stessa cosa per “Madoka Magica”, stessa cosa per “Viaggio verso Agartha, i bambini che inseguono le stelle” (su cui tra l’altro verterà “Filosofia degli Anime II”).

Bom, basta! Come per l’articolo sull’Animazione sono stanchissimo. Quindi sapete cosa fare, concludete voi nei commenti. Domani articolo leggero, che sta roba mi sfianca!

Pensate a quando dovrò massacrare Miyazaki che dolori!

Vi ricordo di: seguirmi su Facebook e su Instagram oltre che qui sul Blog. Ricondividete l’Articolo e lasciate Like ovunque lo possiate lasciare; commentate, aprite un dibattito ed interagite con me che rispondo a tutti.