Filosofia degli Anime II:

“I Bambini che inseguono le Stelle/ Il Viaggio verso Agartha”.

Lo svolgimento di questo articolo è un po’ strano poichè nonostante sia slegato da Filosofia degli Anime I e sia invece legato a Il Rapporto tra Dio e l’Uomo negli Anime, il secondo è legato al primo; quindi in qualche modo il primo è anch’esso legato a questo. Come dico sempre: “non è un esame universitario per il quale esiste una propedeuticità, ma se gli date un’occhiata prima di leggere questa pagina vi aiuta sicuramente nella contestualizzazione”. Tra l’altro in “Filosofia degli Anime I” ho già spiegato come funziona questo tipo di format, conseguentemente dando per scontato che sappiate come funziona non perderei tempo in altre inutili introduzioni.

L’Arca che porta via la vita dal mondo verso i confini di “Agartha”: “Vimana”

Long Story Short.

Asuna è una ragazzina poco espansiva che ha un hobby particolare: vicino casa sua esiste un pendio nel quale si rifugia per stare da sola ad ascoltare una vecchio radio a galena lasciatagli dal padre; per sintonizzarla usa una particolare pietra di cui non sa la provenienza, l’obbiettivo di questa sua attività è riuscire ad udire di nuovo un canto bellissimo e misterioso apprezzato tempo addietro. Asuna non ha dei veri e propri amici, ciononostante apprezza la compagnia di Mimi: un particolare animaletto simile ad un gatto che allevia la solitudine di una casa vuota a causa di una madre spesso assente per lavoro. Un giorno, tornando da scuola, si imbatte in un animale che a prima vista potrebbe essere considerato un orso, riesce a scampare il pericolo grazie ad un ragazzo dalle sovrannaturali abilità magiche ed agilità di nome Shun. Da subito notiamo la somiglianza tra la pietra che Shun porta al collo e la pietra che Asuna usa per il suo dispositivo e forse le fortuite coincidenze del destino hanno portato i due a legarsi anche per questo motivo; legame che comunque dura poco poichè Shun ad insaputa di Asuna si suicida. La tristezza è forte ma la voglia di scoprire cosa si cela dietro quel celestiale suono ancora di più e così Asuna torna per l’ennesima volta sul suo pendio, rimane però sbigottita nel vedere un ragazzo praticamente uguale a Shun osservare lo strampiombo dal quale lui stesso si era buttato. In realtà si rivelerà essere suo fratello di nome Shin in missione per recuperare il pendente del defunto consaguineo: pendente il cui vero nome è “Clavis”, ma le rivelazioni non finiscono qui. Il Clavis è cercato altresì da un’organizzazione segreta soprannominata “Gli Arcangeli” e nel tentativo di sfuggire da loro Shin coinvolge Asuna in una rocambolesca fuga fin dentro alcune grotte sotterranee. Shin sta cercando di tornare ad “Agartha”: una città leggendaria meglio nota come “Shambhala” e per farlo deve sconfiggere il guardiano preposto alla sua entrata, il “Quetzalcoatl”, una creatura mistica che un tempo fungeva da guida per l’umanità ora impazzita per l’inquinamento globale. Qui capiamo che l'”orso” era in realtà un Quetzalcoatl spintosi fuori dalla sua tana e divenuto aggressivo, il che ci porta alla conclusione che la zona dell’incontro tra Asuna e l'”orso” fosse vicina all’ingresso celato agl’occhi dei più. La realtà però risulta nel fatto che di queste creature ne esistono molte e sono a tutti gli effetti delle abitanti di Agartha. Lo scontro ha esito positivo ma con l’intervento degli Arcangeli il guardiano viene sconfitto e in un colpo di scena si scopre che uno dei professori di Asuna fa parte di loro: il suo obbiettivo è far rivivere la moglie defunta ed in una divisione di intenti tradisce l’organizzazione per unirsi ad Asuna e Shin che comunque lo accolgono in maniera riluttante nel party; i soldati rimangono tagliati fuori perchè per accedere ad Agartha serve il Clavis. Il gruppo ha comunque vita breve poichè Shin ha portato a compimento i suoi obbiettivi e nel rimanere da sola con il professor Morisaki, Asuna intraprende un viaggio nel quale attraverserà molte sensazioni di attaccamento alla figura maschile a lei vicina come se fosse un padre; padre che nella vita di Asuna non esiste più. Il professor Morisaki è a conoscenza, grazie anche alla loggia di cui faceva parte, della geografia del luogo e di come raggiungere l’altare per il rituale proibito in concomitanza dell’arrivo dell’arca della divinità che porta via la vita: “Vimana”. Da qui in poi il corso degli eventi procede molto spedito: Asuna rincontra Mimi solo per separarsene quando viene spiegato che è una creatura di quel mondo e che quindi una volta esaurito il suo compito tornerà a fare parte dei Quetzalcoatl come esecutore di destini e portatore di verità; il professor Morisaki scoprirà di come nel tempo Agartha sia stata preclusa agli esseri umani in superficie a causa della distruzione che questi portavano ogni volta; Shin riceve comando dall’ordine ecclesiastico di cui fa parte di cacciare via i suoi “ospiti” dal loro territorio e nel tentativo fallito scopre, mediante sue personalissime considerazioni, che il decadimento di Agartha deriva proprio dall’accettazione che i suoi abitanti hanno nella consapevolezza di unirsi al loro Dio Astrum per migrare verso la fine della vita; infine Morisaki cerca invano di far rivivere la consorte usando come contenitore per la sua anima Asuna, l’insuccesso però di questa operazione viene però determinato dalla consapevolezza di Asuna dell’aver intrapreso questa esperienza perchè fondamentalmente si sentiva sola e dalla rottura del Clavis, usato come chiave di attivazione del tutto, da parte di Shin. Le vicende di concludono con la perdita della vista da parte del professore come scotto da pagare per il suo affronto ed un suo “pentimento” che in realtà è più un accettare le cose. L’accettazione è un sentimento che pervade anche Asuna, ora anche consapevole che il suono che il suono che per tanto tempo aveva ricercato era il canto del cigno di Shun consapevole della sua morte di li a poco. Lei rientrerà in superficie pronta a vivere con un nuovo spirito le sue giornate, Shin e Morisaki resteranno sottoterra per vivere come reietti consapevoli delle loro scelte.

La sincronizzazione di “Mimi” con un “Quetzalcoatl”

Delucidazioni e Filosofia.

Andiamo a chiarire alcuni aspetti visti brevemente nella trama.

A prescindere che senza dubbio questa sia una storia di formazione prima di Asuna e poi di Shin e Morisaki, è comunque interessante l’approfondimento indirizzato su quei pochissimi punti bui che io stesso ho deciso di non esaminare nel paragrafo precedente.

Shun la prima volta che canta è già un Quetzalcoatl anche se in forma ancora umana, dopo il compimento del suo suicidio si reincarna in una forma più confacente ad un emissario di Astrum. Questo è il motivo per il quale quando Asuna sente cantare questa creatura si ricorda del canto sentito tempo fa: era lo stesso. Questo Quetzalcoatl in particolare è quello che assorbe Mimi e che poi guida Asuna e Shin fino alla Porta di Vita e Morte dove il professore si stava recando. A questo punto è facile capire come Shin avesse esaurito il suo compito nel fare approcciare Asuna al suo mondo segreto e come Mimi avesse esaurito il compito nel tenere compagnia ad Asuna fino a quando non fosse stata più sola; quel Quetzalcoatl in particolare è quindi il portatore della verità di Asuna ed esecutore del destino della stessa. Quando anche questo esaurisce il suo compito, canta per far riecheggiare i suoi ricordi nel tutto e si suicida buttandosi dallo strapiombo verso il cimitero dei Quetzalcoatl esattamente come aveva fatto Shin. La scena nella quale Asuna è a metà tra la vita e la morte ed incontra proprio Mimi e Shin ce ne fa rendere maggiormente conto.

Shun diventa un reietto perchè impedendo ai soldati di una delle cittadelle di Agartha di fermare l’avanzata del professore verso il luogo del rituale proibito rinuncia anche alla missione affidatagli dalla chiesa di “Kana” e quindi alla sua appartenenza ad essa. Shun fu spinto ad agire in questo modo per ripagare un debito che aveva nei confronti di Asuna quando lo salvò dalla corrente di un fiume in piena, ma anche e sopratutto per affetto verso di lei e un rifiuto dei precetti religiosi dei cittadini sotterranei(che poi chiariamo una roba: io dico sotterranei perchè le entrate di Agartha sono situate sottoterra ma a conti fatti la magia che permea quel luogo lo rende una dimensione separata dal resto, infatti hanno un cielo sopra le loro teste. Certo, potrebbe essere che prima vanno sottoterra e poi sbucano da qualche altra parte, ma questo nel film non è precisato). Il discorso per il professor Morissaki è invece diverso: lui è reietto due volte, la prima come estraneo e la seconda come operatore del rituale proibito.

Asuna e Shun

La filosofia filmica si può riassumere in attaccamento, distacco e maturazione. Difatti i tre attori principali affrontano chi prima, chi dopo, le stesse esperienze in tal senso.

Asuna.

Asuna è attaccata in maniera maniacale alla sua solitudine, ci è così abituata che la turba modificare la sua routine nella quale lei ha il suo posto speciale dove nessuno la giudica e dove non deve farsi capire. La realtà dei fatti però non è proprio così: Asuna ha delle compagne di scuola che la apprezzano e vorrebbero fare amicizia con lei, è lei a rifiutare, anche se in una maniera tale per la quale lei si possa comunque giustificare nel crogiolo della solitudine autoimposta. Poi, chiariamo: per una parte è assolutamente vero, la difficile situazione familiare ed i costanti impegni casalinghi e di studio la portano in un bolla tutta sua fatta di svariate ore di fatica al giorno; esperienza per la quale non può avere riscontro e confronto con persone della sua età. Ciò è normale che alla lunga porti all’isolamento fisiologico, ma il degeneramento della situazione fino all’estremo però è farina del suo sacco: nessuno la capisce ok, ma anche lei non fa nulla per farsi capire. Non solo, in tutto questo Asuna è anche la migliore della classe e alcuni gruppetti le parlano dietro; tutto questo stress composito la porta ad avere bisogno di un momento di respiro ogni giorno, che nel suo caso è la ricerca ossessiva di quel suono così nostalgico che ben si armonizzava con la sua di malinconia. Ad un certo punto Asuna deve fare necessariamente i conti con questo suo feticcio e ammettere che anche se è stata coinvolta per caso in questa avventura l’ha proseguita perchè si sentiva sola, e nell’ammettere questo matura capendo di doversi distaccare da quel suo voler trovare qualcosa per far tesoro delle esperienze che vivrà da li in poi cercando di prendere dal futuro quanto più possibile. L’apoteosi di questo suo conflitto interiore viene rappresentato quando è chiamata a fare una scelta: lascerai che il tuo corpo sia recipiente dell’anima della moglie del professor Morisaki morendo in questo modo, oppure tornerai indietro e darai così valore alla tua vita? Questo non è niente di più del conflitto tra Libido e Destrudo che noi viviamo ogni giorno solo portato all’ennesima potenza. Perfettamente uguale al combattimento tra l’impulso di vita e quello di morte che canalizzandosi attraverso Shinji decideranno il destino di Neo Tokyo 3 e del mondo intero. Nonostante Asuna arrivi effettivamente alla fonte del canto capisce che è solo un canto, quello che voleva dal canto non era li, lei desiderava una sensazione di calore che quel canto non gli può dare ma che invece può ottenere facendosi degli amici e non limitando più le sue esperienze. E qui i richiami a “ReLife” non solo si sprecano ma proprio si sperperano.

Shin.

Shin e Shun hanno perso i genitori ed il villaggio, insieme all’ordine di Kana, si è preso cura di loro. Anni dopo diventano entrambi esecutori missivi per l’ordine stesso. Ma mentre Shun capisce molto presto di non far parte di quel mondo li, Shun per testardaggine e riconoscenza invece ci mette un po’ di più a capirlo. L’attrazione di Shun per la superficie, nonostante fosse mal vista dall’ordine religioso di appartenenza, era sicuramente volontà di Astrum; questo però Shin non lo ha mai capito continuando a giudicare le azioni del fratello secondo i precetti ecclesiastici a cui voleva a tutti i costi essere legato. In realtà i due fratelli condividevano la stessa natura poichè Shin non ha mai sopportato l’arrendevolezza dei cittadini Agarthiani verso un destino decadente ed infausto come se fosse volontà del loro Dio. Probabilmente Shin e Shun capivano meglio la volontà del tutto meglio degl’altri e proprio per questo si sentivano fuori posto nel mondo. In ultima istanza si distacca dagli insegnamenti di una vita per accettare un nuovo se stesso.

Morisaki.

Morisaki è quello che più di tutti si spinge in la per rimanere ancorato al suo passato, rappresentato in questo caso da sua moglie defunta. Deve intervenire lo stesso Dio per trasmettergli un insegnamento. Ciò che è importante capire è come Astrum nella sua onniscenza si metta alla prova, da una parte dice: io esaudisco il desiderio del professore tramite rituale, dall’altra la mia volontà ha mosso Shun e Shin in modo che il piano di Morisaki fallisca. Quale delle due volontà sarà più forte? La mia o quella del professore? Qual’è la strada giusta da perseguire? Andare avanti o restare indietro? A cosa è destinato l’essere umano? Un passato confortante è meglio di un futuro non definito privo del nostro sollievo? Bisogna affrontare queste paure? Spoiler: andare avanti. Solo che nel caso del professore la lezione viene impartita ad un prezzo più alto a causa dell’affronto nei confronti del tabù ultimo per eccellenza: la sua maturazione pretende come pegno la sua vista. Nel vedere nuovamente annullata la scintilla vitale della sua consorte acquisisce un’apatica consapevolezza che gli intima di lasciarsi alle spalle quel sogno per accettare, seppur in maniera dolorosissima, di proseguire verso un futuro incerto. Capendo di conseguenza che senza la sua amata non vi è posto per lui nell’altro mondo decide di rimanere in questo.

Lo Strapiombo che termina la sua discesa nel Cimitero dei “Quetzalcoatl”

La Volontà di Dio.

Andiamo quindi adesso ad esprimere in maniera ordinata quello che il lungometraggio ha voluto trasmetterci.

Dio, inteso come entità superiore e volontà general,e desidera che tu come individuo non debba rimanere ancorato al passato ma prosegua verso il futuro anche se incerto. Proprio perchè lo desidera ma non lo impone lascia a te la scelta, può sicuramente metterti alla prova e darti le opportunità, ma la scelta è tua. Questo suo non intervenire è anche parafrasi del fatto che solo tu puoi decidere se il tuo futuro sarà o meno radioso a prescindere dalle tragedie che possono averti colpito, siano esse grandi o piccole.

Poi vi è anche un piccolissimo sottotesto riguardante l’ineluttabilità della morte ma quello è davvero poco importante oltre che non stratificato.

Chicchetta finale.

Questa è una chicca in più per quelli che sono arrivati fin qui ed hanno letto gli articoli in riferimento.

Volendo analizzare sotto altri punti di vista la pellicola ci accorgiamo velocemente di alcune cose.

Questo è il primo lungometraggio di Makoto Shinkai della decade attuale e ciò mi fa rendere conto di come l’animazione giapponese di forte spessore registico sia ancora fortemente aggrappata al passato in contrapposizione al messaggio che lo stesso Shinkai ha immesso nel suo film. Chi di voi sa bene quanto odi Miyazaki sa bene dove voglio arrivare: le storie di formazione alla Studio Ghibli ci hanno rotto i coglioni! E pure la morale ecologista! Io Makoto Shinkai lo apprezzo molto per la sua capacità di raccontare storie a conti fatti anche un po’ noiosette in modo appassionante e coinvolgente, questo va a compensare e creare un equilibrio nella visione; difatti Shinkai è un regista molto più equilibrato di Miyazaki che invece fa l’errore di dar troppo spazio alla sua impronta rispetto alla creatura in se per se. Makoto Shinkai deve assolutamente veicolare il futuro della sua professione e dell’industria dell’animazione giapponese di cui è portabandiera in questo momento in un modo diverso rispetto ad ora, lasciandosi alle spalle le sue leccate di culo e ispirazione all’ormai ex maestro per concentrarsi su quelle storie che veramente gli riescono bene: quelle d’amore. Seppur con un tiepido inizio rappresentato da “Oltre le Nuvole, il Luogo Promessoci” e “5 cm al Secondo”, questo suo risultato si concretizza con “Il Giardino delle Parole” e “Your Name”; fortunatamente queste mie aspettative nei suoi confronti sembra saranno rispettate, difatti Shinkai durante il lavoro svolto con “Wheatering with You” si è distaccato da i binari della novel originale per dare più spazio alla romance. Ecco, siccome il suo lavoro più riuscito è divenuto un vero e proprio fenomeno di culto mondiale per me dovrebbe concentrarsi solo quell’asset li: storie alle Your Name dove il focus principale è il rapporto tra due persone che vivono un amore e poi qualcos’altro di sfondo che vada bene ad incorniciare il quadretto. Magari sempre con diversi amori, magari sempre con diversi tempi, magari sempre con diversi sfondi. Makoto, capisco che sia confortante rimanere nel limbo tra passato e presente prendendoti così anche una fetta dei fedelissimi di Miyazaki ma se vuoi fare quel saltino di qualità in più devi rispettare la morale che tu stesso ci hai insegnato.

“Il post finisce qui ragazzi e come al solito la creazione di questi contenuti mi uccide di lavoro. Sono devastato, ciao e alla prossima.”

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Psicologia dei Personaggi degli Anime III:

Anna di “Quando c’era Marnie”.

Come voi immagino ben sappiate: Netflix ha acquistato i diritti di distribuzione, dalle varie aziende che li possiedono, di tutte le opere dello Studio Ghibli per postarle in tre tranche sulla sua piattaforma streaming con il benestare di Miyazaki. Il primo step è avvenuto a febbraio, il secondo marzo ed il terzo ad aprile, 21:3 sono 7 opere ogni mese. Il “chiamato da altri maestro ma non da me” ha dichiarato che le concessioni alla grande N serviranno a finanziare un progetto su cui sta lavorando…

Speculazioni a parte, ieri mi sono rivisto “Quando c’era Marnie“: a film iniziato da un quarto d’ora ho capito come Anna fosse un personaggio da paura per una delle migliori caratterizzazioni psicologiche che avessi mai visto. Da quel momento in poi ho messo il caschetto a raggi x e adesso sono qui per parlarvi di tutto quello che dovete considerare quando guardate o riguardate questa fatica animata, poichè a conti fatti Anna è l’80% del suo intero.

“Quando c’era Marnie”

Aspetto fisico.

Anna è una ragazza di 12 anni ancora poco sviluppata nelle caratteristiche sessuali secondarie. Non ci è dato sapere quanto è alta ma potremmo ipotizzare un metro e cinquanta circa, è magra il giusto difatti e a dispetto della sua malattia dimostra più volte di essere in forze; i capelli sono mossi e di una tonalità castano scuro, il viso è fino. Completano il quadro: sopracciglia sottili e lunghe, naso piccolo e all’insù, grandi occhi di un blu brillante e bocca di medie dimensioni.

Anna

Carattere Finto.

Il 40% della pellicola è caratterizzata dal fatto che vediamo Anna mettere in atto un modo di essere falso poichè forzato, anche se portato avanti per così tanto tempo da risultare a lei stessa naturale, un altro 30% si compone del percorso di ri-crescita della stessa con le battute finali che indugiano sull’originalità della persona. Dico percorso di ri-crescita perchè Anna nell’arco di una vacanza estiva affronta un viaggio di formazione, più onirico che fisico, allo scopo di raccogliere i pezzi che aveva smarrito sulla strada della maturità da un certo evento in poi. In particolar modo questo 30% lo andremo ad esaminare meglio nel paragrafo dedicato alla caratterizzazione psicologica, per adesso concentriamoci su quello che viene prima.

Anna è una ragazzina timida che molto spesso tende ad isolarsi, la sua faccia è inespressiva e i suoi modi gentili anche se un po’ forzati. Non sopporta di essere presa alla sprovvista anche quando questo non compromette in modo massiccio i suoi piani; quando messa alle strette, quelle che lei intende come tali con una buona dose di intolleranza e accidia, risponde con insensibilità e maleducazione. Non opera vittimismo me prova vergogna per quello che crede di essere.

Carattere Vero.

Nella sua accezione reale Anna risulta tutt’altra persona. Ogni singolo elemento visto prima si trasforma per dare vita ad un ossimoro transizionale che nella sua esatta metà si potrebbe riassumere con l’epiteto di “triste felicità”. Alla fine del viaggio tutti quei fattori adolescenziali avversi al godimento della vita spariscono del tutto, rendendo il personaggio ideologicamente un po’ impossibile ma comunque suscettibile di giustificazione da parte dello spettatore. Felicità, sorrisi, curiosità, responsabilità, socialità; sono tutti tasselli assorbiti e resi propri dalla versione 2.0 della protagonista.

Psicolgia.

Facciamo una doverosa premessa al paragrafo vero e proprio.

Nonostante la maggior parte degli eventi, che noi viviamo come interpretatori metapsicologici, siano riconducibili alla psiche conscia di Anna; un’altra bella fetta avviene in un contesto onirico il cui host è Marnie ma il visitatore è Anna. Noi possiamo analizzare la seconda quanto vogliamo ma la trasposizione della sua realtà fisica conscia all’interno di un sogno non ci permette di capire con assoluta chiarezza quanto di quello che sta avvenendo sia reale o meno, oppure se stia operando sul livello conscio o inconscio di Anna. Bisogna poi tenere conto degli ingredienti esterni al tutto: la fine della storia ci da infatti modo di intendere come un velo di magia abbia fatto capolino in tutto l’accaduto. Ciò non di meno, considerando tutto il contesto, andremo a sondare il terreno della speculazione piuttosto che quello della teorizzazione.

Marnie: la host degli sogni che vive Anna

In un certo momento della vita di Anna i suoi genitori morirono, dopo di che lei continuò a vivere per un periodo con sua nonna. Questo è tutto ciò che sappiamo del primo blocco di vita, capiamo inoltre che di questi eventi Anna ricordi ben poco; l’amnesia infantile gioca sicuramente il suo ruolo ma il blocco delle sensazioni positive di quel tempo viene operato a livello inconscio dalla stessa Anna alla morte di quella sua unica parente stretta. Non tanto per la morte della tale in se per se ma piuttosto per la diatriba familiare allargata che si viene a creare in seguito al suo necessario affidamento, come è facile intuire nessuno voleva prendersi la responsabilità e questo creò in Anna il sospetto che nessuno le volesse bene e che tutti la vedessero come un peso.

In seguito a non meglio precisati fatti, Anna fu adottata da una coppia sposata. I suoi genitori affidatari la trattarono molto amorevolmente e lei a seguitò di ciò si lasciò andare all’abbandono di tutte le sue sensazioni negative, crescendo in maniera tutto sommato equilibrata. Teniamo presente però che sua madre è una persona apprensiva e nel soddisfare questo suo prurito non esita, seppur in maniera non intenzionale, a mettere in imbarazzo la figlia che peraltro soffre di asma. Quindi ansia a stecca!

Un giorno Anna scopre che la sua famiglia percepisce un sussidio per prendersi cura di lei e tutti quei sospetti sopiti al suo intero esplodono portandola alla conclusione che non si può fidare di nessuno, conclusione rafforzata dal fatto che lo scopre da sola attraverso la consultazione di alcuni documenti; la madre non glielo confessa. Qui idealmente finisce il secondo blocco della sua vita vista la decisione di richiudere quel lucchetto riaperto anni addietro.

In questo contesto emerge con forza il costrutto caratteriale falso prima descritto quasi in senso di protesta passiva nei confronti della sua situazione attuale alla luce della nuova rivelazione. A seguito della conoscenza di Marnie nuove componenti di questa struttura mentale fantoccio si scoprono. Anna apprezza solo la compagnia di persone di un certo livello: queste devono essere belle, compassionevoli, gentili, ricche, altolocate e piene di talenti; esattamente il ritratto di Marnie. Questo lo capiamo dal fatto che Anna nonostante si ritrovi per la prima volta faccia a faccia con la bambina bionda in un contesto decisamente sospetto non ci metta neanche un secondo a considerarla sua amica; anche perchè molto probabilmente a livello simbolico Marnie rappresenta la controparte di Anna che lei ha deciso volontariamente di smarrire e che adesso ritrova. Volendo azzardare un po’ di overreading in questa transazione si potrebbe percepire una nascosta omosessualità della protagonista. Chiarito il penultimo punto, salta subito all’occhio un’altra regola della grammatica di Anna come persona: l’egoismo; se è vero che Marnie è il rovescio della medaglia allora, l’atto di stringere un patto di segretezza con la bambina bruna per escluderla ed escludersi dal mondo esterno assume proprio quel connotato. Anna vuole sapere tutto di Marnie e nel gioco di “una domanda io e una domanda tu” distrugge il primo spigolo del muro che lei stessa ha creato dietro di se esternando la sua curiosità ma tradendo anche una certa possessività. L’ultima parentesi di onestà intenzionale da parte Anna la abbiamo nell’apprendere la gelosia che lei prova per Kazuhiko: l’amico di infanzia di Marnie.

Kazuhiko che parla Con Marnie

Quale che sia il motivo, dalla pellicola traspare come ogni singolo capriccio di Anna venga assecondato e questo vale sia per i genitori che per gli zii adottivi; la stranezza della cosa in questo senso è il come lei assimili questo comportamento: preferendo cedere alla stanchezza che questa sua finzione autoindotta le procura per poi piano piano riscoprirsi piuttosto che inseguire insistentemente i suoi sghiribizzi. In qualche modo è come se Anna si fosse rieducata in maniera completamente autodidatta per meccanismo di ipercompensazione di un ambiente troppo permissivo. In quest’ottica lei tradisce a tutti gli effetti quel miraggio che è Marnie, per questo non riesce più ad accedere al mondo dei suoi sogni e la sensazione di profondo malessere che Anna avverte in risposta a questo è sottolineata nella scena del ritorno a casa sotto la pioggia.

I tempi però sono ormai maturi e nell’ultimo confronto di Ying e Yang le due controparti giocano a carte completamente scoperte confessandosi a vicenda tutti i loro dolori per poi riunirsi ed insieme disseppellire l’ultima grande skill di Anna: il coraggio. A livello psicologico Anna accetta tutte le sue emozioni autentiche e tutte le sue emozioni false come parte di se stessa e in questo modo trova la forza per andare avanti, forza che gli servirà a superare l’annuncio per il quale Marnie dichiara di doversene andare. La mia teoria in merito è che Marnie avesse svolto il suo compito e che ora Anna avendo acquisito resilienza possa sopportare l’abbandono di quelle falsità che prima non sarebbe riuscita a reggere. Ciò che è veramente importante vi sia chiaro è il come Marnie nonostante esternamente rappresentasse tutto ciò che non era Anna in quel momento, avesse un nucleo composto dalla falsa Anna; Anna il suo specchio in tutto e per tutto, come anche Anna lo era per Marnie, difatti la logica vorrebbe che in nucleo della falsa Anna fosse la vera Anna rappresentata a livello estetico e fisico dall’immagine di Marnie. Non per niente il Taijitu ha due spirali in contrapposizione alle essenze maggiori: Anna aveva all’interno un po’ di Marinie e Marnie aveva all’interno un po’ di Anna.

La scoperta finale da parte di Anna della sua parentela con Marnie come sua nipote e la confessione da parte della madre adottiva dell’appoggio monetario statale per l’affido conferiscono ad Anna un senso a queste ultime settimane. Da precisare che la madre nell’espletare ciò gli faccia capire come i suoi sentimenti per lei non siano correlati al vil danaro.

Ora Anna è una persona diversa: è libera dai pesi autoimposti, ha superato un periodo di difficoltà crescendo e maturando; ed in questo modo ha riscoperto se stessa, proverà di certo ancora paura ma adesso ha gli strumenti per affrontarla con fierezza e coraggio senza dover ricorrere ad una maschera.

Adesso, vogliamo provare ad ipotizzarne il futuro?… No scherzo! Non mi spingo così in là. Quello lo potete fare voi nei commenti…

…così per dire, eh! E magari iscrivervi ai social mettendo nel contempo like ai post e a questo articolo…

…sempre così per dire, eh!

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Animazione: questione di Budget.

Allora. Parlare di animazione, intesa come settore del comparto tecnico, è un qualcosa di molto importante per me se non addirittura fondamentale. Ci tengo così tanto che il solo scriverne mi fa sentire in difetto nei confronti di me stesso: vorrei potervi esprimere tanti di quei concetti da far si che chiunque ne legga abbia una visione a 360 gradi come la mia; in modo da poterne dibattere per ore e creare così un dialogo lungo, ricco e articolato. Questa passione così bruciante che ho nelle vene d’altronde riguarda gli anime, non i manga e secondo me la pietra miliare da cui oggi deve partire un adattamento animato od opera originale che sia, è l’animazione di buon livello. Non so se con questo articolo riuscirò nell’intento di raggiungere tutti quelli che voglio raggiungere, si può fantasticare quanto si vuole ma in Italia non siamo così tanti a condividere questo interesse e quelli a cui importa di questo frangente sono ancora meno, ma ci voglio comunque provare. Ah si, mettetevi il cuore in pace: l’articolo sarà lungo! E ne vado fiero…

“Principessa Mononoke” animazioni superbe

Contesto storico.

Partiamo da una considerazione: è impossibile sapere quando il comparto tecnico di un’anime è diventato importante per la fruizione del media stesso. Questo per due motivi, il primo è che per tanti anime ancora oggi non è minimamente importante poichè magari la storia non si deve reggere su scene d’azione; il secondo è che impossibile determinare una data unica che accomuni tutti i fattori che han fatto si di questo. Comunque se dovessi azzardare una decade sarebbe quella degl’anni 80′ (le opere degl’anni 80′ sono arrivate in Italia negl’anni 90′) visto che per l’epoca la maggior parte dei cartoon giapponesi che sono arrivati qua da noi erano della giusta qualità visiva per poter essere goduti appieno.

Ora, io immagino che per i primissimi anime il comparto grafico non fosse granchè importante, già solo il fatto di poter vedere i disegni di un fumetto prendere vita ti sarebbe dovuto bastare. Ovviamente in seguito, come per tutto, l’avanzamento tecnologico ha portato, tra le altre, cose ad un diversificazione produttiva, maggiore scelta ed affinamento dei gusti di chi usufruiva.

Prima di andare avanti però è bene precisare che il comparto tecnico di un’ anime è composto da: disegno, animazione e audio. Io nell’articolo voglio trattare solo ed esclusivamente la seconda ma per il momento ho bisogno che teniate a mente anche il primo.

L’evoluzione del campo in questione avrà fatto presto rendere conto alle case produttrici che i disegnatori hanno sempre lo stesso costo ma le animazioni no. In particolar modo le animazioni dipendono dalle tecnologie e le tecnologie costano, i disegnatori invece sono quel costo fisso che c’è sempre stato. Ecco perchè oggi vediamo tantissimi anime i cui disegni al peggio sono perlomeno decenti ma con le animazioni che nei momenti top ci fanno rimpiangere “Dragon Ball“, il che è tutto dire.

Bello… ma le animazione pure in Super sono rimaste quelle di trent’anni fa

Budget, Contesto e Studio di Animazione.

Questo titoletto è importantissimo, perchè la differenza tra una produzione di successo e un dimenticabilissimo adattamento passa proprio per questi tre step e non è “X Factor“, non basta vincerne due su tre.

Il budget dedicato ad un progetto può dirci tutto come niente, bisogna quindi contestualizzarlo e per contestualizzarlo bisogna rispondere a determinate domande: che genere di anime è? Di quante puntate consta? Cosa si aspetta la gente da quest’opera? A che studio di animazione è affidato?

Nel rispondere approfittiamo anche per analizzare due cosette.

Che genere di anime è?

Se stiamo parlando di uno shonen battle il budget deve essere necessariamente più alto rispetto a quanto non lo sarebbe quello di uno shojo per esempio, questo perchè nel primo le scene riguardanti l’azione sono ovviamente più massicce e sono proprio quelle che determinano per quel genere la riuscita del comparto tecnico. Chi se ne frega se in “Wolf Girl and Black PrinceErika non corre in maniera naturale e credibile, è un’anime romantico eh che cavolo! Quello di cui ci importa è che Juzo di “No Guns Life” quando faccia a cazzotti ci dia l’impressione di dinamismo, spoiler: non lo fa, ma proprio per niente!

Si Balverino, ok… ma più alto rispetto a cosa?… Bella domanda ragazzi!

Allora, se noi incrociamo i numeri fornitici da Masamune Sasaki, Shinji Takamatsu e Takayuki Nagatani rispettivamente esperto di computer grafica, esperto di animazione ed esperto di produzione; la cifra che otteniamo varia da 95.000 fino a 140.000 euro a puntata. Questo range così ampio dipende proprio dal tipo di anime che approcciamo. Capiamo quindi bene che mentre lo shonen si dovrebbe spostare verso destra, lo shojo dovrebbe farlo verso sinistra. In mezzo a questi due inoltre, ogni categoria trova la sua giusta collocazione: per esempio lo spokon nel centro destra, il seinen a tema mondo del lavoro nel centro sinistra e così via.

Di quante puntate consta?

Quanto è più lungo un adattamento, più il budget deve essere alto, oltre ad essere più attentamente dilazionato. La dilazione difatti è forse ancora più importante della quantità di liquidi a disposizione, poichè se del milione e mezzo di euro stanziati per l’opera ne vengono usati 500.000 per i primi 5 minuti di visione allora non c’è da stupirsi se il restante minutaggio risulta scabroso. Questo problema ad esempio lo ha “Deadman Wonderland“, troppi cash nelle prime due puntate e poi quella dinamicità è tornata farci un saluto per 15 secondi dell’ultima; ma aspettate non è sempre così semplice la questione. Ci sono anche quelli che fanno i furbetti, tipo “Towa no Quon”, che per il trailer ti spara la scena con la più alta concentrazione di denaro, poi te la ritrovi come prima scena di combattimento nell’anime e pensi: figo! Subito dopo vedi calare la qualità in un maniera imbarazzante ma a te non importa perchè non stanno combattendo e così vai avanti fino allo scontro successivo, lo vedi… cos’è sta roba?! Ma dove sono finiti tutti quei movimenti fluidi e dinamici di prima? I produttori non sono stupidi e lo sanno quello che rimugini nella tua testolina; ti mettono il rissone centrale un po’ più sistemato ma non troppo, altrimenti non ci sarebbero abbastanza soldi per fare l’ultima e più infame mossa. Dopo quella collinetta di qualità tutto il resto è spazzatura ma ormai sei quasi alla fine e che fai, lo lasci li? Certo che no, così arriva la sequenzona finale dove hanno buttato tutto il restante conio e il risultato è una catena di scene una più figa dell’altra: lo concludi, non ti senti neanche troppo in colpa perchè il contentino in chiusura lo hai avuto e davanti allo schermo del pc fai la dichiarazione che ti consacra definitivamente come un idiota. Ma si! Io a questi un’altra possibilità gliela do, spoiler numero 2: me ne sono pentito amaramente.

All’inizio del paragrafo stavamo dicendo di come la dilazione e la lunghezza della fatica animata siano i due lati di un’unica moneta. Quindi adesso trattiamo della controparte. Di solito le lunghezze standard sono 12, 24, 200 e più episodi; se un anime è suddiviso in stagioni generalmente ognuna è composta da 12 o 24 puntate e questo è il caso di “Boku no Hero Academia“, contrariamente “Naruto Shippuden” viene considerato un blocco unico da 500 episodi, vi saranno quindi delle differenze in fase di preproduzione sopratutto per quanto riguarda le aspettative che il pubblico avrà nell’accompagnare un arco bello massiccio della propria vita ad un opera a cui si affezionerà. Poi si riprenderà il discorso della dilazione del budget che per un anime di così lungo corso ha delle logiche diverse: visto e considerato che quando parliamo di oltre 200 puntate si parla solitamente di battle shonen, di combattimenti ce ne sono sempre; quindi il ragionamento verrà ingigantito e non si discuterà più di sacrificare puntate ma bensì interi archi narrativi: magari quelli meno importanti e densi di battaglie. Questo è perfettamente normale e comprensibile. Quello che non è comprensibile è come lo Shippuden essendo un filler vivente abbia venduto ai distributori un bordello di puntate fuori tema realizzate male, perchè tanto a nessuno frega niente delle sottotrame, solo perchè il brodo allungato viene venduto per una maggiore quantità. Resa maggiore con costi più contenuti, eh si, bello così!

“Towa no Quon”, furbacchioni!

A che studio di animazione è affidato? Che cosa si aspetta la gente da quest’opera?

In realtà qui le risposte sono quelle che influenzano meno il computo totale. Se los denaros c’è allora volenti o nolenti l’animazione come si deve la tiri fuori; certo è che se lo studio di animazione è tanta roba, da bello te lo fanno divenire straordinario. “Demon Slayer” di base è un battle shonen come non se ne vedono spesso ma con uno staff come la “Ufotable” dietro, i giochi di luci e colori sono diventati metro di paragone accademico da quel punto in avanti. Quel saltino di qualità in più te lo fa fare anche cosa la gente pensa del manga da cui è tratta l’opera, le aspettative che si è creata. Se la casa di produzione è conscia della cosa, potrebbe preventivare un fondo più sostanzioso: in questo modo la prima stagione di “One Punch Man” tramire la “MadHouse” è diventata leggendaria(tra l’altro la MadHouse ha animato anche No Guns Life quindi anche loro falliscono, anche se li credo fosse dovuto alle troppe poche risorse disponibili e troppo distribuite verso i disegni; in fondo ma chi è voleva l’adattamento di No Guns Life?). Contrariamente tanto potere finanziario nelle mani di roba come la “Kinema Citrus Co.“, autori di quel “Code: Breaker” che tutti vorremmo dimenticare, potrebbe portare un successo assicurato ad essere un flop clamoroso; cosa rara ma non tanto quanto potreste sospettare(The Rising of The Shield Hero è un anime bello ma per la narrativa originale e la storia in se per se, non di certo per le animazioni. Oddei qualche sprazzo di qualità c’è ma per il resto siamo bassini) Inoltre il discorso prima fatto per le aspettative vale anche fatto al contrario.

Cosa si intende per buona e cattiva animazione?

Io non voglio arrogarmi il diritto di dirvi cosa è animato in modo giusto e cosa in modo sbagliato. Però ci sono alcuni parametri oggettivi a cui bisogna prestare attenzione, sopratutto quando si animano i combattimenti; un bell’anime con pochi combattimenti anche se animati male non cambia il mio giudizio complessivo su quell’opera, perchè so che non era intenzione degli autori catturare la mia intenzione visiva in quel modo. Au contraire se un anime con bei disegni, caratterizzazione dei personaggi ottima, storia interessante e ben costruita ha al suo interno una miriade di combattimenti e questi sono per la maggior parte animati male posso anche passarci sopra quel che basta per arrivare alla fine; ma se sono animati male in quantità tale da non permettermi neanche di prendere il fiato dalla monnezza visuale che sto guardando, io lo droppo a piè pari.

Per farvi capire di cosa si sta parlando voglio farvi due esempi: nel primo andremo ad apprezzare la sequenza e ad evidenziare gli aspetti positivi, nel secondo andremo invece ad analizzare gli aspetti negativi ed a capire perchè sono tali. Tenete comunque presente che tra i due mondi che andremo a citare ci sono miliaglia di sfumature, ma quelle lascio a voi il piacere di scoprirle.

Naruto in modalità 6 code vs Pain.

Questo scontro qui, signori miei, è uno dei migliori esempi di animazione fatta come si deve dei tempi moderni. Esiste un preciso cocktail di elementi che determinano il far si di questo: quando succedono tante cose a schermo le inquadrature sono sempre lontane per farti visualizzare la totalità della scena, in questo modo si può apprezzare al meglio la potenza di ogni mossa speciale ed i suoi effetti distruttivi; non solo! Quando questo succede viene posta enfasi sui flash di luce bianca e accecante, in questo modo viene data una conclusione allo scaturire di una forte energia e l’impatto emozionale culmina in un climax da pelle d’oca. Ogni colpo inferto è fisico e quasi lo senti sulla tua pelle, complice anche il sound design, i pugni sono accompagnati da spostamenti d’aria che si avvolgono in maniera voluttuosa intorno all’arto che adesso è in primo piano; lo scambio di mosse e contromosse è studiato, non fatto a caso, ciò da una reattività ai personaggi e li fa sembrare vivi. Ogni singolo frame possiede al suo interno personaggi che muovono più parti del corpo insieme, in questo modo non si cade nell’effetto piattume. Le distruzione ambientale è rappresentata e questo contribuisce ad una maggiore convinzione del tutto, e anche in questo caso nulla viene lasciato al caso: quando qualcosa si spacca le sue parti vengono rappresentate in modo netto, definito e spigoloso per meglio dare l’idea di dinamicità. Le inquadrature non sono statiche, si muovono in continuazione e sono attente a cogliere l’essenza migliore del confronto in quel dato momento. Tutto questo al prezzo di cosa? Qualche faccia non disegnata nel mentre succede tutto sto ben di Dio, ma fatemi il favore! Che con tutta quella abbondanza neanche te ne accorgi perchè sei impegnato a cogliere tutte le altre 1000 cose che stanno interagendo tra di loro.

Non so se ci siamo spiegati…

One Piece.

Giuro: faccio questo esempio e poi chiudo l’articolo; lo so ragazzi, fidatevi, è stata dura anche per me.

Pensavate prendessi una scena definita? No, One Piece è nella sua totalità un’aberrazione visiva; anche nei disegni, per carità è lo stile di Oda ma a me non piace niente e se per lo stile di disegno buttandola sul gusto personale riusciamo a salvarci, per l’animazione tranne pochissimi casi selezionati che comunque non raggiungono mai l’eccellenza non ci siamo proprio.

Allora: movimenti dei personaggi legnosi, ogni azione corrisponde a svariati frame bloccati con le righine oblique in movimento per farti capire che non hanno una paralisi ma si stanno muovendo, non esiste consequenzialità negli scambi: prima colpisce uno nel mentre che l’altro aspetta e poi è il suo turno, farme per frame gli attori muovono singole parti del corpo per volta, inquadrature sempre strette, distruttibilità ambientale inesistente, colori costantemente desaturati, effetti visivi quasi a zero e quei pochi che ci sono ti fanno uno strano effetto per il quale ti sembra tutto ancora più immobile; devo aggiungere altro? Io non credo.

Cosa sto guardando?

Daje regaz, cioè è palese! La differenza traspare proprio dalle pics, cavolo in quella di Naruto contro Pain riesco ad avvertire sinceramente il movimento!

Ah! Giusto per fare una precisazione, così ci leviamo ogni dubbio di torno: One Piece è un anime iniziato nel 1999, nel 1995 esce “Principessa Mononoke“; di cosa stiamo parlando? E non mi venite a dire che non posso fare questo paragone perchè c’è Miyazaki di mezzo, infatti ve lo anticipo: neanche lo “Studio Ghibli” mi sta troppo simpatico ma riesco comunque a riconoscere quando un capolavoro è tale, come dite? Aveva un budget alto? Secondo voi che budget aveva l’adattamento animato di “One Piece” visto il successo del manga? Ve lo dico io: tanto da far leccare i baffi alle migliori produzioni CloverWorks. Ma poi, in tutta franchezza, anche volendo ipotizzare che agl’inizi nell’adattamento animato non ci si credesse poi così tanto, bisogna comunque considerare che dopo vent’anni le animazioni sono le stesse. Ma non pensate che c’è l’abbia con One piece eh! Lo stesso errore lo fa Dragonball: aspettative alte, budget presente… animazioni di trent’anni fa…

Basta, l’ultimo paragrafo mi ha amareggiato. Sono stanco, è tardi ed ho pure sonno; questo articolo è durato fin troppo, le conclusioni tiratemele voi e fatemele sapere qui sotto nei commenti. Io vado a dormire, ci vediamo domani. Vi voglio bene.

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