Il Rapporto tra Dio e l’Uomo negli Anime.

Questo Post si potrebbe considerare il successore spirituale di “Filosofia degli Anime I: “Children of the Sea””, nonostante non sia un “Filosofia degli Anime II”. Qui siamo più alla stregua di un articolo senza format specifico riconducibile alle Analisi Tecniche.

Quindi, nonostante non sia propedeutico, io vi consiglio comunque di darci una letta. Anche solo per avere un riferimento mentale rispetto ad un particolare sottotesto che oggi andremo ad affrontare.

“Neon Genesis Evangelion” è l’esempio perfetto di Anime che tratta il rapporto tra Uomo e Dio

Lo sappiamo molto bene purtroppo.

Chi ha sulle spalle la visione di qualche opera ne è già conscio: guardare un anime trattante questa tematica è sempre un terno all’otto. A prescindere dal lato tecnico e grafico, qui è la narrazione che ti permette di gustare davvero appieno del contenuto proposto.

Cerchiamo di capire più nel dettaglio che cosa intendiamo.

La Fabula.

La mia personalissima opinione va ad indirizzarsi sul fatto che la prima opera animata ad aver dato vita a questa tipologia sia stata “Akira” nel 1988. Che avesse anticipato troppo i tempi lo si nota dal fatto che la produzione del lungometraggio venne a costare circa un miliardo di yen a fronte di un incasso in sala di poco di più di 700 milioni.

La cosa importante sulla quale posare l’occhio è la partecipazione dello studio “Gainax” alle animazioni; esiste difatti la possibilità che quel coinvolgimento abbia potuto influenzare la visione di “Hideaki Anno” nella creazione di quel “Neon Genesis Evangelion” nato 7 anni dopo. Ed eccoci qui, nel 1995; anno di creazione, tra le altre cose, di “Ghost in the Shell”. Il trend era scoppiato, questa volta i tempi erano maturi, e nei successivi 5 anni nacquero: “Serial Experiment Lain”, “La rivoluzione di Utena” e “FLCL”; Evangelion aveva tastato il polso, da li era tutto in discesa.

Precisazioni.

Gli Anime che trattano di questo sovrannaturale rapporto si dividono in tre categorie: sperimentali, non sperimentali e parzialmente sperimentali.

Che cos’è un anime “sperimentale”?

Lo stile sperimentale è un particolare tipo di stile per il quale le inquadrature, gli sfondi, i disegni, i movimenti di macchina , le animazioni e l’audio seguono studi diversi da quelli canonici. Laddove il senso comune opera per mezzo della chiarezza visiva e narrativa; lo sperimentale indugia nell’onirico, nel criptico, nel confusionario, nell’alternativo, nel diverso e alle volte anche nel iperricercato. Tutta la serie di “Bakemonogatari” è sperimentale in ogni suo aspetto, invece roba come “Redline” lo è solo parzialmente.

Tenete conto di una cosa: la nascita di qualcosa di così esagerato è esattamente figlia di quel periodo; non per niente il 1989 segnò l’inizio di una delle più rapide crescite economiche del Giappone: c’erano i soldi, la voglia di fare e la voglia di scoprire; quindi si poteva creare di tutto. Periodo che finì nel 1997 con la forte crisi finanziaria asiatica; opere sperimentali uscirono anche dopo ovviamente, ma come per tutto quando si va incontro ad un muro qualcosa si rompe. Sia a livello di quantità che di qualità da quel momento in poi non fu più la stessa cosa tranne pochissimi casi di anime veramente eccezionali in tal senso (qualitativo si intende, perchè con la quantità non vi è mai più stata un’ era così prolifica).

Tutto il megapippone sullo sperimentale serve a chiarirvi una roba: quando si agisce sulla regia in modo schizofrenico ed incalzante non bisogna commettere l’errore di usarla da trasporto per lo svolgersi degli eventi; o meglio, se lo fai in modo corretto diventa tutto molto figo fino a farti concepire un mindfuck geniale ma solo se poi mediante un qualche espediente si rende chiaro tutto l’accaduto. Una cosa del genere mi è capitata recentemente con il film “Kara no Kyoukai: Paradox Spiral“; bel film, nulla da dire, ma dalla seconda metà della pellicola iniziano alcuni problemi che non ne inficiano il sapore complessivo ma rischiano di dare fastidio.

Apriamo un breve escursus.

Ad un certo punto si comincia ad andare avanti e indietro all’interno della storia oltre che trasversalmente da un punto di vista di un personaggio ad un altro, anche per sequenze brevissime, quasi a rendere iperattivo lo spettatore: volendo usare un termine tecnico potremmo definire quel pezzo come diacronico. E fin qui va bene, a me personalmente piace come cosa anche se mi allunga di tantissimo il minutaggio perchè per essere sicuro di non perdermi neanche un risvolto torno spesso indietro per revisionare e riascoltare; da li a poco però si presenta l’altro lato della moneta rappresentante il rischio che questa scelta visiva comporta insieme al suo scotto da pagare: se io spingo sempre più forte e veloce quando arrivo al climax risolutivo questo deve essere spettacolare e chiaro altrimenti non si raggiunge l’orgasmo emozionale e si viene sgonfiati di tutto l’entusiasmo. Con il quinto lungometraggio firmato Type-Moon ed Ufotable a mio avviso questo problema esiste anche se solo in parte, dico solo in parte in quanto esiste la spettacolarità ma non la limpidezza; il punto è che se sulla prima si può anche soprassedere, sulla seconda assolutamente no. Difatti molto spesso il punto più alto di questi virtuosismi corrispondono alla reading key e se questo viene a mancare sorge il problema sotto descritto.

Analisi narrativa.

Ognuno di noi ha i suoi personalissimi gusti quando si tratta di “finali aperti all’interpretazione”, ciò però non toglie il fatto che questo articolo è mio ed io non sono molto avvezzo a farmi piacere “quella cosa li”; conseguentemente questa sarà una critica incentrata molto sul mio modo di vedere le cose. Capisco che tanti potrebbero storcere il naso; ma su questo argomento specifico, avendo fatto delle ricerche in merito, non esistono tesi ed antitesi oggettive. Anche autorevoli autori sostengono, chi più chi meno, entrambe le parti; poichè è veramente più una questione di sensazioni che altro. Mi dispiace ma chi leggerà da questo punto in poi verrà trascinato su dei sentieri, per forza di cose, faziosi.

Voglio essere molto chiaro: la questione del finale aperto all’interpretazione sorge anche qual’ora la troppa cripticità dovesse giocare un ruolo fondamentale in un punto del racconto che non è la conclusione; questo perchè nel finale solitamente se vi sono cose poco cristalline o misteri teoricamente dovrebbero essere risolti per dare la quadratura del cerchio, a meno che la storia per funzionare correttamente abbia proprio bisogno di questa gretola è ovvio, ma se questa specifica casistica la trovare diversa e vi fa più piacere chiamarla in un altro modo la possiamo anche appellare come “nodo focale o nodi focali aperti all’interpretazione”.

Psycho-Pass usa l’Archetipo Jungiano di Coscienza Collettiva per veicolare un messaggio nascosto

Dio e la sue Creature.

Capiamo un concetto fondamentale: non tutti gli anime che parlano di questo scambio si incentrano sullo stesso per introdurti alle premesse di trama, molto spesso anzi si parte da una base estremamente terrena per poi arrivare ad espandersi su concetti via via più alti fino a quando non ci si scontra con la domanda ultima. “Psycho-Pass“, ad esempio, agisce proprio in questo modo: vieni introdotto in un mondo con dei pretesti che si svolgono sul più basso dei piani di esistenza, le vicende servono a farti ragionare, a pensare e a farti porgere delle domande; domande che non è detto abbiano una risposta però, l’importante è che tu te le ponga. A quel punto mediante i vari elementi messi in campo: eventi a schermo, caratterizzazione psicologica e filosofica dei personaggi, premesse narrative e via dicendo; si cerca di dare una motivazione ed un riscontro a questi quesiti. Da qui poi ne deriva un finale che per motivi di ignoranza sul cosa c’è dopo deve per forza essere aperto a livello concettuale; per la realtà osservabile invece si può decidere di seguire una delle due strade descritte pocanzi.

Non in tutti i casi si segue pedissecuamente il tracciato di questa linea; detto questo di elementi in comune che si ripresentano frequentemente ve ne sono, anche solo in virtù della natura stessa del rapporto a cui si anela in queste fatiche. Mistero, fantascienza, parametri psicologici portati ai limiti, situazioni difficili, situazioni stratificate, situazioni complesse. Il perchè proprio di questi è presto detto: stiamo parlando di un mistero indipanabile che fa capolino in situazioni psicologiche al limite mediante situazioni estreme sia in positivo che in negativo; a questo proposito poi non è raro che il modus operandi di delineamento di queste situazioni sia di causa fantascientifica o religiosa. La scienza e la religione poi han sempre fatto da atmosfera generale per determinate ricerche in campo divino, quindi vi si possono ricercare anche cause storico-culturali. Non solo, alle volte potrebbe essere addirittura il contrario: il sottotesto generale è rappresentato proprio dalla natura di questo rapporto, in questo modo i personaggi potrebbero interrogarsi molto spesso sulla natura di ciò, così facendo come spettatore vieni catapultato nel contesto e sei spinto anche tu a farti domande e a riflettere su di esse. La differenza in quest’ultimo è il fatto che nella casistica precedente il fulcro della questione era attivo, adesso invece è passivo in quanto veicolato da altre formulazioni inerenti allo stesso. Come nel caso di “Psycho-Pass” dove il rapporto tra Uomo e Dio non è più che un alone velato che mano a mano viene portato dolcemente a galla o forse è più corretto dire che vieni guidato delicatamente dal tocco di una mano gentile fin nel punto dove il suo profumo è più forte; anche se poi non è detto che ti si presenti il piatto davanti, sei tu che ci devi arrivare a quella particolare struttura di pensiero, devi per l’appunto interpretare. In questa metafora la mano gentile rappresenta le nozioni socio-psicologiche di “marginalità sociale” e “coscienza collettiva”. Non è detto poi che ci si debba fermare qui, non sono infatti rari i casi nei quali si parla di trascendere Dio divenendo qualcosa di addirittura superiore; o perchè no? Di non aver bisogno di lui, di essere diventati forti e indipendenti grazie alla progressione umana, e ancora: di andare contro di lui; ribellarsi alle sue ingiustizie e alle sue assenze per porsi in una condizione di responsabilità come singolo. Da questo punto di vista il non affidarsi più ad un “Entità Superiore” ti impone il compito di non delegare a qualcun’altro i tuoi fallimenti e le tue vittorie, così da diventare consapevole di ciò che sotto il tuo controllo o meno per assurgere al posto di ciò che prima vedevi come figura decisionale arbitraria. Un ragionamento, questo, estendibile via inferenza a tutta una collettività in fin dei conti; quale essa sia concepita sotto organizzazione più piccola o mondiale che dir si voglia. E qui ci ricolleghiamo, congiungendo il tracciato da noi stessi disegnato, alla “progressione umana” preventivamente citata; volendo però estendere il discorso si ci potrebbe porre la domanda: ma il bisogno umano del divenire indipendente sostituendosi al padrone supremo da cosa deriva? I progressi scientifici? Filosofici? Un misto dei due? La cosa intrigante è che nel rispondere a questa domanda si va un po’ a cadere nella trappola descritta nel paragrafo successivo ma contemporaneamente a chiudere il cerchio di questo. Infatti ricordiamo che sono proprio scienza e filosofia le materie prese in causa per il sottinteso situazionale atto ad introdurre o permeare un ipotetico rapporto, fisico o ideologico che sia, tra uomo e Dio. Non mancano poi contesti più magici come quello di Fate/stay night per i quali misticismo e filosofia si fondono per dare luogo allo studio di riflessioni paradossali atte alla scopo di trovare ragione all’interno di una logica non comune.

Ad ogni modo i miei problemi, come abbiamo detto prima, nascono quando si opta per la via della rappresentazione visiva in modo più onirico e simbolico rispetto uno più rappresentativo della realtà fisica visibile. Raga, se io non capisco quello che sta succedendo nello svelarsi dei fatti raccontati mi infastidisco e non poco; se poi la cosa avviene nel climax mi scazzo ancora di più. E non perchè sia una scelta sbagliata in se per se quanto perchè se io non ho un parametro solido a cui appoggiarmi, tutta l’interpretazione dell’opera per me va a farsi friggere e può significare qualsiasi cosa. Come faccio a capire se vi è buona fede nelle intenzioni degli autori? Come faccio a non pensare che mi abbiano ubriacato con un Deus Ex Machina senza il quale il tutto non poteva più dirigersi verso una conclusione poichè altrimenti ormai si era pisciato troppo fuori dal vaso in tutti sensi per riuscire a dare un senso logico ad un finale? Non lo posso sapere e mi dispiace tirare di nuovo fuori il caro Eva ma la sappiamo tutti la storia degli episodi 25 e 26 fatti in mala fede per mancanza dei fondi, la sappiamo tutti la storia della fattura di un nuovo finale con la scusa che il primo avviene in contemporanea del secondo perchè è tutto in una dimensione filo-psico-onirologica di Shinji. E allora no! Abbiate pazienza mai io non ci sto. Come anche per il finale di “Gulty Crown”: ma cosa vuol dire quel finale? Ma scusa: tutto un mondo delineato da regole ed eventi precisi e studiati, tutto filava liscio come l’olio e poi boh! Non si capisce più niente, se avete capito bene altrimenti attaccatevi. E così comincia il calvario di ricerche su ricerche in internet, in forum, blog e chi più ne ha più ne metta; opinioni al limite del decontestualizzato, professori universitari di filosofia e psicologia con i megastrapipponi sul perchè questo o quello era così in relazione a quell’altro e vattelapesca. Tu volevi solo capire quello che ha VISTO! Volevi capire cos’è avvenuto di fronte ai tuoi bulbi oculari, sei consapevole del fatto che i significati più o meno reconditi possano essere interpretati come michia si vuole ma il tuo obbiettivo era un altro. Così rinunci, magari diventi anche il più grande esperto della filosofia di “Dimension W” ma tanto senza una precisa rappresentazione di quello che stai guardando ognuno può dire il ca… che vuole; perciò… passi al prossimo anime con quell’amarezza di fondo dicendo a te stesso: “vabbè”…

In “Madoka Magica” si capisce tutto dall’inizio alla fine senza avere la sensazione di essersi persi dei pezzi

Ripeto un’ultima volta: “Dal punto di vista concettuale, filosofico, psicologico e onirico va benissimo che un finale sia astruso, complicato, inafferrabile, complesso, criptico e tutto ciò che volete; ma non può assolutamente essere lasciato all’interpretazione dello spettatore dal punto di vista della realtà fisica che stiamo osservando. Altrimenti non si ha nemmeno un singolo paletto fisso in grado di farci orientare nelle varie speculazioni, da ciò ne consegue che qualsiasi opinione espressa in merito risulterà valida poichè difficilmente contestabile seguendo la narrativa. Quindi anche punti di vista estremamente opinabili non risultereranno tesi fallaci e ciò si traduce nel male puro”.

Anche perchè poi così facendo le conseguenze della cosa diventano così grandi da non poterle più arginare; l’autore sta praticamente dando il suo lavoro in pasto alla community, che con internet può fare tutto quello che vuole. Il caso dei falsi finali di “Doraemon” è eloquente.

A questo punto chi tra di voi ha letto l’articolo su “Children of the Sea” capirà perchè l’ho adorato: si capisce tutto dall’inizio alla fine ed è tutto spiegato o comunque fatto capire; stessa cosa per “Madoka Magica”, stessa cosa per “Viaggio verso Agartha, i bambini che inseguono le stelle” (su cui tra l’altro verterà “Filosofia degli Anime II”).

Bom, basta! Come per l’articolo sull’Animazione sono stanchissimo. Quindi sapete cosa fare, concludete voi nei commenti. Domani articolo leggero, che sta roba mi sfianca!

Pensate a quando dovrò massacrare Miyazaki che dolori!

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Filosofia degli Anime I:

“Children of the Sea”.

Neanche a dirlo, Nuovo Format. Abbiamo accontentato gli “psicologi” e adesso accontentiamo anche i “filosofi”.

In questo nuovo format infatti, andremo ad analizzare la filosofia di fondo che permea una particolare opera mettendola in contrapposizione agli eventi che stanno effettivamente succedendo a schermo; in questo contesto cercheremo parallelismi e “perpendicolarelismi”, così facendo saremo anche in grado di capire quanto l’anime rispetti le sue premesse ideologiche.

Come sviluppiamo il tutto?

Prima di ogni altra cosa diamo una introduzione, giusto da capire di cosa stiamo parlando, in seguito opereremo un sunto di tutte le vicende del cartoon giapponese in questione per poi confrontarle con la sua filosofia ed infine trarremo le conclusioni.

Voglio precisare che in questa sede non valuteremo il comparto tecnico, ne quello grafico; per quello abbiamo creato apposta la sezione delle “Analisi Tecniche“. Oltretutto non considereremo neanche la psicologia: ne quella generale dell’opera, ne quella specifica di qualsivoglia personaggio; a parte che anche qui vi è la scheda apposita “Psicologia dei Personaggi degli Anime“, ma in ogni caso il punto è che vogliamo focalizzarci sull’aspetto più squisitamente metafisico del tutto.

Ready? Go!

La balena di “Children of the Sea” chiamata anche “Il Re del Mare”

Long Story Short.

Ruka Azumi è una ragazza delle scuole superiori che per via di un’incidente non potrà godersi le vacanze estive. La casualità degli eventi la porterà a conoscere, invece, due ragazzi nati dal mare e cresciuti dai dugonghi: Umi e Sora; come Ruka apprenderà dai due, loro sono veicolo e oggetto di un particolare fenomeno legato agli oceani. Fenomeno che vuole essere capito da alcuni, conosciuto da altri, sfruttato dai pochi. Nel team di scienziati e militari studiosi dell’evento vi è anche il padre di Azumi e questo permette alla ragazza di passare molto tempo insieme ai suoi due nuovi “amici”, mettendo però sempre da conto che lei è innamorata di Umi; proprio nel seguire quest’ultimo nelle sue peripezie, Ruka acquisisce conoscenza di molte cose. Il linguaggio del mare, il canto delle balene, il fatto che quando qualcosa brilla in natura è perchè vuole essere trovata e la vera natura delle persone e dei loro pensieri come specchio dell’Universo. La ricorrenza è però agli sgoccioli e Sora muore o per meglio dire “ritorna al mare” ma non prima di aver fatto ingoiare una misteriosa pietra ad Azumi, in concomitanza a ciò Umi regredisce cerebralmente e negli eventi che da li in poi si dipaneranno l’unica persona che può aiutare sia lui che Ruka sarà “Dede“: “tuttofare” del mare e custode dei suoi antichi segreti. Mentre Dede accompagna il duo nel luogo ove gli “invitati” possono partecipare al rito, spiega ad Azumi la reltà dietro il ruolo delle stelle, degli oceani, del vento e dei meteoriti; ora però Ruka deve svolgere il suo di ruolo venendo inghiottita dal “Re del Mare“: una gigantesca balena ricettacolo secondario di ciò che verrà. All’interno del ventre del cetaceo Azumi ritrova Sora, ben conscio di cosa stia accadendo, e quest’ultimo le indica di come sarà lei a divenire ricettacolo primario grazie al potere del meteorite dentro di lei; un potere in grado di generare una fonte d’acqua particolare, quasi fosse brodo primordiale. Comincia l’ascensione ed in questo frangente Ruka dovrà decidere se divenire la nuova entità cosmica generatrice di un nuovo Universo oppure passare il ruolo ad Umi, gli eventi propenderanno per la seconda opzione; a quel punto l’alba di un nuovo giorno incombe e le vacanze estive della protagonista sono finite.

Ruka e Umi in una scena del film

Delucidazioni e Filosofia.

Perfetto, ora che avete letto lo svolgersi della vicenda non ci avete capito nulla! Ed è giusto così. Ciò che andiamo a fare adesso è: dare due delucidazioni al tutto e nel mentre spieghiamo il contesto filosofico.

Non cadiamo però nel più banale degli errori, il film è strutturato in modo che tu possa vederlo in modo stratificato: esiste un significato univoco poichè ogni livello di interpretazione ti porta a quello, ma questo non può essere compreso appieno solo basandoci su quello che vediamo e sentiamo. La risposta la si ottiene solo unendo il piano fisico a quello più astratto e astrale ove la nostra mente viaggia quando si ci interroga sui grandi quesiti; funziona un po’ come se fosse un materiale composito che per essere assimilato in maniera corretta dalla nostra capacità di apprendimento deve essere esplicato per l’intero numero dei suoi spessori che lo compongono, non solo per uno dei tanti.

Partiamo dal principio chiarendo che Umi in giapponese significa mare e Sora cielo, mettendoci nei panni di chi osserva dalla riva del mare queste due componenti toccarsi all’orizzonte potremmo quasi pensarlo come un’osservato suntivo di tutto ciò che esiste; ovvero l’Universo. Quindi l’unione dei due porta a ciò che esiste in toto. Dede però spiega allo spettatore, mediante Ruka, che esiste una terza entità di scambio tra i due: il vento portatrice dei segreti dell’oceano, che spargendosi nel cielo possono essere carpiti dagli uomini in grado si saper ascoltare. In quest’ottica il fatto che Ruka sia innamorata di Umi e che Sora sia innamorato di lei assume un valore simbolico molto evidente. Azumi è quindi il vento, il punto di congiunzione tra Umi e Sora. Ma perchè proprio lei? Perchè lei deriva da una discendenza particolare: le parole che Dede usa per esplicare la ricorrenza cosmica che di li a poco avverrà, sono le stesse della canzone usata come ninna nanna dalla madre di Ruka quando lei era piccola; non solo, la stessa veniva usata anche dalla nonna. Ne deduciamo quindi che Azumi abbia alle spalle un albero genealogico da parte genitoriale femminile destinato a rivivere per ogni arco generazionale la celebrazione designata dal calendario stellare. Ciò ci viene anche confermato dal fatto che sia Ruka che sua madre non riescono a farsi capire dagl’altri nonostante, a detta del padre di Azumi, c’è la mettano tutta e questo avviene perchè non sono troppo avvezze al genere umano; la scrittura del loro DNA è di natura più celestiale, non per niente in conclusione della pellicola la madre di Ruka partorisce: la nascita di un bambino raffigura la creazione del nuovo Universo sul più basso dei piani di esistenza. In questo modo viene data anche una risposta al perchè Azumi sia così interessata al canto delle balene: l’incomprensione dei suoi gesti deriva, nell’atto pratico, dal fatto che ella non è in grado di esprimere a parole ciò che sente; la sua natura infatti non propende per l’uso della parola, strumento squisitamente umano, ma piuttosto per la trasmissione delle emozioni esattamente come sono. Come fanno le balene. Le parole possono veicolare solo un lmitato numero di informazioni. Qui abbiamo anche l’assist di collegamento tra un concetto e un altro riguardante la possibile natura cosmica delle balene come ricettacolo procreativo.

Dede con tutta probabilità è uno di quegli esseri umani concettualmente più alti a livello di pensiero, per questo si allerta quando Sora fa ritorno alle sue origini tramite l’atto della morte. La conoscenza precisa dello svolgersi della cerimonia però gli deriva dal fatto che l’ha già vissuta, probabilmente quando fu la stessa cosa per la madre di Ruka; cosa che ci viene fatta intendere dalle sue ultime battute all’interno della pellicola.

La dinamica che intercorre nel trio dell’ “Ave Maria”,arrivati ad un certo punto, comincia a delinearsi: Sora è cosciente prima di tutti gl’altri del suo ruolo ed una volta esauriti i preparativi il suo compito viene meno e la sua essenza ritorna al posto che le spetta. Ricordiamo infatti che Umi e Sora sono bambini nati dalla natura intesa come madre generatrice di vita: il team di studio responsabile per i due govani cerca invano di capire come questi due ragazzi possano essersi adattati alla vita in mare ignorando la cosa più importante. Non importa che siano stati cresciuti da dugonghi, non importa che il loro corpo si sia modificato per via dell’ambiente in cui sono vissuti; quello che veramente importa è la concezione che i due stanno sviluppando di se stessi: mediante le analisi mediche effettuate sui loro corpi i ricercatori vorrebbero sfruttare il grande evento ma proprio per questo non ci riusciranno mai. La micragnosità dell’essere umano lo porta a riflettere solo su quello che è meglio per lui senza curarsi di quello che vi è al di sopra delle loro teste, così facendo si rimane incastrati su un piano di consapevolezza basso ed è proprio questa bassa consapevolezza che non gli permette di vedere le cose che Ruka vede. Nonostante Sora affermi più volte di brillare nel corso della vicenda, gli scienziati non lo notano; ci viene spiegato che le cose che brillano lo fanno perchè vogliono essere trovate, quindi probabilmente Sora non vuole essere trovato (che in questo caso assume l’accezione di capito) da quegli esseri umani egoisti. Probabilmente tutto ciò è anche il motivo per il quale Sora preferisce la compagnia della divisione composta da Anglade e Jim Cusak, anche loro uomini di scienza ma diversi negli intenti. Anglade e Jim sono persone un po’ slegate dal resto del mondo, persone un po’ particolari e proprio per questo più speciali, più consapevoli. Jim nonostante il grado di importanza raggiunto nel suo ambito gira in camicia hawaiana e pantaloncini corredati da sandali, in più e pieno di tatuaggi su tutto il corpo Anglade dal canto suo ha i capelli molto lunghi e vive su di una barca, è interessante notare come Anglade nella prima scena in cui lo vediamo sia girato di spalle non facendoci esattamente capire il suo genere; ne consegue una naturale associazione metaforica per la quale il film ci vuol forse far capire come per aspirare alla grandezza di pensiero dobbiamo lasciarci alle spalle i preconcetti, anche di divisione sessuale. Ad ogni modo grazie alla sopracitata “dinamica dei tre” riusciamo a collocare ogni tassello al proprio posto: Umi rispetto a Sora si è adattato meglio alla vita sulla terraferma perchè tra mare e terra vi è un legame più stretto che tra cielo e terra, teoricamente Sora nella concezione cosmica avrebbe dovuto avere la sua rappresentazione fisica in cielo ma penso che l’universo stesso non potesse modificare fino a tal punto il genoma umano da dotare di ali lo stesso; quindi si optò per renderlo più conforme agl’oceani anche se mozzato nelle caratteristiche. Non per niente il detentore originale del meteorite, un oggetto proveniente dl cielo, è Sora. Sora ritornerà per primo ad essere parte di un qualcosa di più grande poichè rispetto ad Umi ha un insight maggiore su quello che sta succedendo, Umi deve acquisire ancora la giusta maturità insieme a Ruka. Questa maturità Sora non può instillarla direttamente in Umi, deve farlo tramite un canale congiuntivo; il vento interpretato da Azumi magari, ed ecco perchè questa maturità espressa dal meteorite viene affidata a lei. Lei avrà il compito di passarla ad Umi nel momento giusto.

Ruka sott’acqua figurandosi le bolle come piccole galassie

A questo punto dell’anime viene tolto il “Velo di Maya” su ciò che sta accadendo: ci viene spiegato che il mare è il grembo materno, il meteorite lo sperma, Ruka l’ovulo, Sora portatore della conoscenza e Umi prova finale di una mente soprelevata; concentriamoci sul ruolo di Umi. Nel momento in cui Azumi viene chiamata a decidere se essere o meno il nuovo essere celeste, Umi che fino a quel momento era sparito nei meandri interni della balena riappare: Ruka sta trascendendo e la cosa le apre le porte a conoscenze precluse fino a quel momento, Umi cerca di strapparle il meteorite dalle mani per fermare il processo e divenire lui l’ovulo. Azumi non ci sta e si ribella, un po’ per egoismo un po’ perchè non vuole che Umi sparisca dall’orizzonte di ciò che lei da umana può computare, in questo modo Umi viene privato della maturità ancora di più e ciò lo fa regredire allo stato di bambino; in questo momento Ruka capisce il vero stato delle cose: il meteorite più che la maturità rappresenta la luce guida di Umi e senza di quella regredirà sempre di più, sino a sparire. Azumi prende una decisione e superando i suoi desideri terreni rende ad Umi il posto che gli spetta. Il nuovo Universo è nato e grazie all’esperienza vissuta Ruka riuscirà a mettere da parte l’incidente scolastico avvenuto all’inizio delle vacanze estive, perchè è maturata.

Nello scrivere devo ammettere di aver avuto quel retrugusto onirico derivante da alcuni echi di lontana memoria Bloodborniana nell’attingere alle mie speculazioni sul calendario stellare e le sue ricorrenze. Con un sorrisetto un po’ malizioso riusciamo effettivamente a saggiare un po’ quell’atmosfera di gravidanze di Grandi Esseri cosmici.

Tutto è Uno e Uno è Tutto.

Più e più volte questo concetto ci viene ripetuto ed esplicato attraverso vari ragionamenti ed esempi, di seguito andrò a presentare i due più incisivi.

L’essere umano è come l’Universo, non per niente il processo di formazione dei pensieri è lo stesso della formazione delle Galassie. Potremmo immaginare il contenuto del cervello come uno spazio nero nel quale fluttuano tanti piccoli elementi di pensiero costruitisi al suo interno mediante il vissuto di ognuno di noi, alla giusta scintilla almeno due di quegli elementi si collegano tra di loro attraendosi a vicenda e nel farlo formano un corpo più grande che attrae altri elementi fino a raggiungere una massa ragguardevole che a sua volta contribuisce ad ingrandire il tutto. In questo modo si costituisce una rete psichica altresì detta pensiero conscio.

L’essere umano è simile all’Universo perchè formato dagli elementi che compongono lo stesso e generatisi a partire dal Big Bang. Però siccome l’Universo per sua stessa definizione è unico non vi può essere qualcosa che gli somigli ma piuttosto che si identifichi, stiamo quindi parlando di identità piuttosto che di somiglianza; da ciò ne consegue che l’uomo è identico all’Universo.

Conclusioni riflessive.

Possiamo asserire con un certo grado di certezza che Umi e Sora abbiano generato un nuovo Universo resettando quello esistente piuttosto che generarne un altro. Così facendo hanno infuso nuova vita in un ciclo che stava giungendo al termine, per questo tantissimi pesci stavano morendo: è la rappresentazione visiva del concetto appena espresso. L’Universo ha bisogno di mettere in continuazione alla prova la natura dell’uomo e quindi di se stesso (ricordate? Uno è Tutto e Tutto è uno; l’uomo è come l’Universo) per decidere se vale la pena di continuare ad esistere. Se Ruka avesse ceduto ai suoi istinti il rito sarebbe fallito e l’esistenza stessa avrebbe semplicemente smesso di esistere divenendo il nulla. Non è immediatissimo come concetto ma lucubrado un po’ si ci può arrivare ricomponendo il puzzle dei vari indizi che ci sono stati presentati.

Sora e Umi: antitesi l’uno dell’altro e componenti dell’Universo

In realtà questa è solo una delle chiavi di lettura.

Possiamo infatti notare senza fatica come tutto ciò potrebbe essere una parabola psicologica della crescita di Ruka; ella superando una prova è maturata rendendosi conto della piccolezza dei suoi problemi in confronto alla vastità del tutto.

O ancora potremmo vedere Sora e Umi come lo Ying e lo Yang presenti nell’Universo e in tutti gli esseri viventi a testimonianza della duplice natura di ogni cosa: esattamente come l’uomo con l’Universo.

Il paragone tra Ruka ed il Big Bang come scintille generatrici dell’Universo: il ciclo che si va a ripetere di generazione in generazione con la fine della precedente e l’inizio della nuova a testimonianza della natura ciclica dell’Universo.

In ogni caso i rimandi alla vera identità di Ruka si sprecano nell’affiancarla ad Haruhi Suzumiya o per più esperti a Shiki Ryuogi, e nel riprendere il concetto del “Tutto è Uno e Uno è Tutto” vi è un palese riferimento a “Full Metal Alchemist“.

In realtà niente di questo è importante, la cosa veramente fondamentale da assimilare è invece un’altra: la chiarezza con la quale l’intreccio si svolge e si conclude per poi farti rimanere impresso quello che dovevi cogliere senza virare su astruse immagini al solo scopo di confonderti. “Children of the Sea” è uno dei pochissimi anime del genere in grado di fare questa cosa; “Neon Genesis Evangelion” (ed io amo alla follia “Neon Genesis Evangelion”), che è sicuramente il maggior rappresentante di questa categoria, non vi riesce anche perchè non vuole e questo è un po’ ingiusto nei confronti dell’utenza che magari vorebbe poter cogliere tutto alla prima visione. Non tutti abbiamo il tempo di acquisire un backgound culturale ed informativo atto ad una migliore comprensione per mezzo di una seconda visione illuminata.

Chiudo con una dichiarazione che farà sicuramente storcere il naso ai fan di Shinji e degli Eva: ” Lo staff di Kaiju no kodomo con quest’ultimo si è discostato parecchio dal trend della tipologia avvicinandosi al pubblico in maniera efficace e delicata senza tenergli la mano ma dandogli comunque gli strumenti per poter avanzare da solo. Il colpo che hanno sparato non è andato al centro ma vi si è avvicinato davvero parecchio; attenzione Hideaki Anno perchè con la prossima cartuccia potresti essere sbalzato a forza dal trono di Benchmark di riferimento. Questa è un opera che chiunque, anche chi non guarda anime, deve guardare per mille motivi diversi; di cui il più importante è ESISTERE”.

Giappone, c’è l’hai di nuovo fatta!

Permettetemi sono un un’ultimissima digressione: “Nel voler attribuire un aggettivo totalizzante all’Universo io direi che è egoista perchè non vuole rivelarci i suoi segreti; nel voler invece attribuire un aggettivo totalizzante all’essere umano io direi che è egoista perchè per la sua sopravvivenza, il cui istinto è innato (generato quindi da chissà che cosa, forse l’Universo, mah!), farebbe di tutto”. Io non so se nella mente di Daisuke Igarashi questa fosse l’idea di base, ma se così fosse avrebbe dimostrato in via teorica, ancora una volta, che l’uomo è come l’Universo.

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