Il Rapporto tra Dio e l’Uomo negli Anime.

Questo Post si potrebbe considerare il successore spirituale di “Filosofia degli Anime I: “Children of the Sea””, nonostante non sia un “Filosofia degli Anime II”. Qui siamo più alla stregua di un articolo senza format specifico riconducibile alle Analisi Tecniche.

Quindi, nonostante non sia propedeutico, io vi consiglio comunque di darci una letta. Anche solo per avere un riferimento mentale rispetto ad un particolare sottotesto che oggi andremo ad affrontare.

“Neon Genesis Evangelion” è l’esempio perfetto di Anime che tratta il rapporto tra Uomo e Dio

Lo sappiamo molto bene purtroppo.

Chi ha sulle spalle la visione di qualche opera ne è già conscio: guardare un anime trattante questa tematica è sempre un terno all’otto. A prescindere dal lato tecnico e grafico, qui è la narrazione che ti permette di gustare davvero appieno del contenuto proposto.

Cerchiamo di capire più nel dettaglio che cosa intendiamo.

La Fabula.

La mia personalissima opinione va ad indirizzarsi sul fatto che la prima opera animata ad aver dato vita a questa tipologia sia stata “Akira” nel 1988. Che avesse anticipato troppo i tempi lo si nota dal fatto che la produzione del lungometraggio venne a costare circa un miliardo di yen a fronte di un incasso in sala di poco di più di 700 milioni.

La cosa importante sulla quale posare l’occhio è la partecipazione dello studio “Gainax” alle animazioni; esiste difatti la possibilità che quel coinvolgimento abbia potuto influenzare la visione di “Hideaki Anno” nella creazione di quel “Neon Genesis Evangelion” nato 7 anni dopo. Ed eccoci qui, nel 1995; anno di creazione, tra le altre cose, di “Ghost in the Shell”. Il trend era scoppiato, questa volta i tempi erano maturi, e nei successivi 5 anni nacquero: “Serial Experiment Lain”, “La rivoluzione di Utena” e “FLCL”; Evangelion aveva tastato il polso, da li era tutto in discesa.

Precisazioni.

Gli Anime che trattano di questo sovrannaturale rapporto si dividono in tre categorie: sperimentali, non sperimentali e parzialmente sperimentali.

Che cos’è un anime “sperimentale”?

Lo stile sperimentale è un particolare tipo di stile per il quale le inquadrature, gli sfondi, i disegni, i movimenti di macchina , le animazioni e l’audio seguono studi diversi da quelli canonici. Laddove il senso comune opera per mezzo della chiarezza visiva e narrativa; lo sperimentale indugia nell’onirico, nel criptico, nel confusionario, nell’alternativo, nel diverso e alle volte anche nel iperricercato. Tutta la serie di “Bakemonogatari” è sperimentale in ogni suo aspetto, invece roba come “Redline” lo è solo parzialmente.

Tenete conto di una cosa: la nascita di qualcosa di così esagerato è esattamente figlia di quel periodo; non per niente il 1989 segnò l’inizio di una delle più rapide crescite economiche del Giappone: c’erano i soldi, la voglia di fare e la voglia di scoprire; quindi si poteva creare di tutto. Periodo che finì nel 1997 con la forte crisi finanziaria asiatica; opere sperimentali uscirono anche dopo ovviamente, ma come per tutto quando si va incontro ad un muro qualcosa si rompe. Sia a livello di quantità che di qualità da quel momento in poi non fu più la stessa cosa tranne pochissimi casi di anime veramente eccezionali in tal senso (qualitativo si intende, perchè con la quantità non vi è mai più stata un’ era così prolifica).

Tutto il megapippone sullo sperimentale serve a chiarirvi una roba: quando si agisce sulla regia in modo schizofrenico ed incalzante non bisogna commettere l’errore di usarla da trasporto per lo svolgersi degli eventi; o meglio, se lo fai in modo corretto diventa tutto molto figo fino a farti concepire un mindfuck geniale ma solo se poi mediante un qualche espediente si rende chiaro tutto l’accaduto. Una cosa del genere mi è capitata recentemente con il film “Kara no Kyoukai: Paradox Spiral“; bel film, nulla da dire, ma dalla seconda metà della pellicola iniziano alcuni problemi che non ne inficiano il sapore complessivo ma rischiano di dare fastidio.

Apriamo un breve escursus.

Ad un certo punto si comincia ad andare avanti e indietro all’interno della storia oltre che trasversalmente da un punto di vista di un personaggio ad un altro, anche per sequenze brevissime, quasi a rendere iperattivo lo spettatore: volendo usare un termine tecnico potremmo definire quel pezzo come diacronico. E fin qui va bene, a me personalmente piace come cosa anche se mi allunga di tantissimo il minutaggio perchè per essere sicuro di non perdermi neanche un risvolto torno spesso indietro per revisionare e riascoltare; da li a poco però si presenta l’altro lato della moneta rappresentante il rischio che questa scelta visiva comporta insieme al suo scotto da pagare: se io spingo sempre più forte e veloce quando arrivo al climax risolutivo questo deve essere spettacolare e chiaro altrimenti non si raggiunge l’orgasmo emozionale e si viene sgonfiati di tutto l’entusiasmo. Con il quinto lungometraggio firmato Type-Moon ed Ufotable a mio avviso questo problema esiste anche se solo in parte, dico solo in parte in quanto esiste la spettacolarità ma non la limpidezza; il punto è che se sulla prima si può anche soprassedere, sulla seconda assolutamente no. Difatti molto spesso il punto più alto di questi virtuosismi corrispondono alla reading key e se questo viene a mancare sorge il problema sotto descritto.

Analisi narrativa.

Ognuno di noi ha i suoi personalissimi gusti quando si tratta di “finali aperti all’interpretazione”, ciò però non toglie il fatto che questo articolo è mio ed io non sono molto avvezzo a farmi piacere “quella cosa li”; conseguentemente questa sarà una critica incentrata molto sul mio modo di vedere le cose. Capisco che tanti potrebbero storcere il naso; ma su questo argomento specifico, avendo fatto delle ricerche in merito, non esistono tesi ed antitesi oggettive. Anche autorevoli autori sostengono, chi più chi meno, entrambe le parti; poichè è veramente più una questione di sensazioni che altro. Mi dispiace ma chi leggerà da questo punto in poi verrà trascinato su dei sentieri, per forza di cose, faziosi.

Voglio essere molto chiaro: la questione del finale aperto all’interpretazione sorge anche qual’ora la troppa cripticità dovesse giocare un ruolo fondamentale in un punto del racconto che non è la conclusione; questo perchè nel finale solitamente se vi sono cose poco cristalline o misteri teoricamente dovrebbero essere risolti per dare la quadratura del cerchio, a meno che la storia per funzionare correttamente abbia proprio bisogno di questa gretola è ovvio, ma se questa specifica casistica la trovare diversa e vi fa più piacere chiamarla in un altro modo la possiamo anche appellare come “nodo focale o nodi focali aperti all’interpretazione”.

Psycho-Pass usa l’Archetipo Jungiano di Coscienza Collettiva per veicolare un messaggio nascosto

Dio e la sue Creature.

Capiamo un concetto fondamentale: non tutti gli anime che parlano di questo scambio si incentrano sullo stesso per introdurti alle premesse di trama, molto spesso anzi si parte da una base estremamente terrena per poi arrivare ad espandersi su concetti via via più alti fino a quando non ci si scontra con la domanda ultima. “Psycho-Pass“, ad esempio, agisce proprio in questo modo: vieni introdotto in un mondo con dei pretesti che si svolgono sul più basso dei piani di esistenza, le vicende servono a farti ragionare, a pensare e a farti porgere delle domande; domande che non è detto abbiano una risposta però, l’importante è che tu te le ponga. A quel punto mediante i vari elementi messi in campo: eventi a schermo, caratterizzazione psicologica e filosofica dei personaggi, premesse narrative e via dicendo; si cerca di dare una motivazione ed un riscontro a questi quesiti. Da qui poi ne deriva un finale che per motivi di ignoranza sul cosa c’è dopo deve per forza essere aperto a livello concettuale; per la realtà osservabile invece si può decidere di seguire una delle due strade descritte pocanzi.

Non in tutti i casi si segue pedissecuamente il tracciato di questa linea; detto questo di elementi in comune che si ripresentano frequentemente ve ne sono, anche solo in virtù della natura stessa del rapporto a cui si anela in queste fatiche. Mistero, fantascienza, parametri psicologici portati ai limiti, situazioni difficili, situazioni stratificate, situazioni complesse. Il perchè proprio di questi è presto detto: stiamo parlando di un mistero indipanabile che fa capolino in situazioni psicologiche al limite mediante situazioni estreme sia in positivo che in negativo; a questo proposito poi non è raro che il modus operandi di delineamento di queste situazioni sia di causa fantascientifica o religiosa. La scienza e la religione poi han sempre fatto da atmosfera generale per determinate ricerche in campo divino, quindi vi si possono ricercare anche cause storico-culturali. Non solo, alle volte potrebbe essere addirittura il contrario: il sottotesto generale è rappresentato proprio dalla natura di questo rapporto, in questo modo i personaggi potrebbero interrogarsi molto spesso sulla natura di ciò, così facendo come spettatore vieni catapultato nel contesto e sei spinto anche tu a farti domande e a riflettere su di esse. La differenza in quest’ultimo è il fatto che nella casistica precedente il fulcro della questione era attivo, adesso invece è passivo in quanto veicolato da altre formulazioni inerenti allo stesso. Come nel caso di “Psycho-Pass” dove il rapporto tra Uomo e Dio non è più che un alone velato che mano a mano viene portato dolcemente a galla o forse è più corretto dire che vieni guidato delicatamente dal tocco di una mano gentile fin nel punto dove il suo profumo è più forte; anche se poi non è detto che ti si presenti il piatto davanti, sei tu che ci devi arrivare a quella particolare struttura di pensiero, devi per l’appunto interpretare. In questa metafora la mano gentile rappresenta le nozioni socio-psicologiche di “marginalità sociale” e “coscienza collettiva”. Non è detto poi che ci si debba fermare qui, non sono infatti rari i casi nei quali si parla di trascendere Dio divenendo qualcosa di addirittura superiore; o perchè no? Di non aver bisogno di lui, di essere diventati forti e indipendenti grazie alla progressione umana, e ancora: di andare contro di lui; ribellarsi alle sue ingiustizie e alle sue assenze per porsi in una condizione di responsabilità come singolo. Da questo punto di vista il non affidarsi più ad un “Entità Superiore” ti impone il compito di non delegare a qualcun’altro i tuoi fallimenti e le tue vittorie, così da diventare consapevole di ciò che sotto il tuo controllo o meno per assurgere al posto di ciò che prima vedevi come figura decisionale arbitraria. Un ragionamento, questo, estendibile via inferenza a tutta una collettività in fin dei conti; quale essa sia concepita sotto organizzazione più piccola o mondiale che dir si voglia. E qui ci ricolleghiamo, congiungendo il tracciato da noi stessi disegnato, alla “progressione umana” preventivamente citata; volendo però estendere il discorso si ci potrebbe porre la domanda: ma il bisogno umano del divenire indipendente sostituendosi al padrone supremo da cosa deriva? I progressi scientifici? Filosofici? Un misto dei due? La cosa intrigante è che nel rispondere a questa domanda si va un po’ a cadere nella trappola descritta nel paragrafo successivo ma contemporaneamente a chiudere il cerchio di questo. Infatti ricordiamo che sono proprio scienza e filosofia le materie prese in causa per il sottinteso situazionale atto ad introdurre o permeare un ipotetico rapporto, fisico o ideologico che sia, tra uomo e Dio. Non mancano poi contesti più magici come quello di Fate/stay night per i quali misticismo e filosofia si fondono per dare luogo allo studio di riflessioni paradossali atte alla scopo di trovare ragione all’interno di una logica non comune.

Ad ogni modo i miei problemi, come abbiamo detto prima, nascono quando si opta per la via della rappresentazione visiva in modo più onirico e simbolico rispetto uno più rappresentativo della realtà fisica visibile. Raga, se io non capisco quello che sta succedendo nello svelarsi dei fatti raccontati mi infastidisco e non poco; se poi la cosa avviene nel climax mi scazzo ancora di più. E non perchè sia una scelta sbagliata in se per se quanto perchè se io non ho un parametro solido a cui appoggiarmi, tutta l’interpretazione dell’opera per me va a farsi friggere e può significare qualsiasi cosa. Come faccio a capire se vi è buona fede nelle intenzioni degli autori? Come faccio a non pensare che mi abbiano ubriacato con un Deus Ex Machina senza il quale il tutto non poteva più dirigersi verso una conclusione poichè altrimenti ormai si era pisciato troppo fuori dal vaso in tutti sensi per riuscire a dare un senso logico ad un finale? Non lo posso sapere e mi dispiace tirare di nuovo fuori il caro Eva ma la sappiamo tutti la storia degli episodi 25 e 26 fatti in mala fede per mancanza dei fondi, la sappiamo tutti la storia della fattura di un nuovo finale con la scusa che il primo avviene in contemporanea del secondo perchè è tutto in una dimensione filo-psico-onirologica di Shinji. E allora no! Abbiate pazienza mai io non ci sto. Come anche per il finale di “Gulty Crown”: ma cosa vuol dire quel finale? Ma scusa: tutto un mondo delineato da regole ed eventi precisi e studiati, tutto filava liscio come l’olio e poi boh! Non si capisce più niente, se avete capito bene altrimenti attaccatevi. E così comincia il calvario di ricerche su ricerche in internet, in forum, blog e chi più ne ha più ne metta; opinioni al limite del decontestualizzato, professori universitari di filosofia e psicologia con i megastrapipponi sul perchè questo o quello era così in relazione a quell’altro e vattelapesca. Tu volevi solo capire quello che ha VISTO! Volevi capire cos’è avvenuto di fronte ai tuoi bulbi oculari, sei consapevole del fatto che i significati più o meno reconditi possano essere interpretati come michia si vuole ma il tuo obbiettivo era un altro. Così rinunci, magari diventi anche il più grande esperto della filosofia di “Dimension W” ma tanto senza una precisa rappresentazione di quello che stai guardando ognuno può dire il ca… che vuole; perciò… passi al prossimo anime con quell’amarezza di fondo dicendo a te stesso: “vabbè”…

In “Madoka Magica” si capisce tutto dall’inizio alla fine senza avere la sensazione di essersi persi dei pezzi

Ripeto un’ultima volta: “Dal punto di vista concettuale, filosofico, psicologico e onirico va benissimo che un finale sia astruso, complicato, inafferrabile, complesso, criptico e tutto ciò che volete; ma non può assolutamente essere lasciato all’interpretazione dello spettatore dal punto di vista della realtà fisica che stiamo osservando. Altrimenti non si ha nemmeno un singolo paletto fisso in grado di farci orientare nelle varie speculazioni, da ciò ne consegue che qualsiasi opinione espressa in merito risulterà valida poichè difficilmente contestabile seguendo la narrativa. Quindi anche punti di vista estremamente opinabili non risultereranno tesi fallaci e ciò si traduce nel male puro”.

Anche perchè poi così facendo le conseguenze della cosa diventano così grandi da non poterle più arginare; l’autore sta praticamente dando il suo lavoro in pasto alla community, che con internet può fare tutto quello che vuole. Il caso dei falsi finali di “Doraemon” è eloquente.

A questo punto chi tra di voi ha letto l’articolo su “Children of the Sea” capirà perchè l’ho adorato: si capisce tutto dall’inizio alla fine ed è tutto spiegato o comunque fatto capire; stessa cosa per “Madoka Magica”, stessa cosa per “Viaggio verso Agartha, i bambini che inseguono le stelle” (su cui tra l’altro verterà “Filosofia degli Anime II”).

Bom, basta! Come per l’articolo sull’Animazione sono stanchissimo. Quindi sapete cosa fare, concludete voi nei commenti. Domani articolo leggero, che sta roba mi sfianca!

Pensate a quando dovrò massacrare Miyazaki che dolori!

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Filosofia degli Anime I:

“Children of the Sea”.

Neanche a dirlo, Nuovo Format. Abbiamo accontentato gli “psicologi” e adesso accontentiamo anche i “filosofi”.

In questo nuovo format infatti, andremo ad analizzare la filosofia di fondo che permea una particolare opera mettendola in contrapposizione agli eventi che stanno effettivamente succedendo a schermo; in questo contesto cercheremo parallelismi e “perpendicolarelismi”, così facendo saremo anche in grado di capire quanto l’anime rispetti le sue premesse ideologiche.

Come sviluppiamo il tutto?

Prima di ogni altra cosa diamo una introduzione, giusto da capire di cosa stiamo parlando, in seguito opereremo un sunto di tutte le vicende del cartoon giapponese in questione per poi confrontarle con la sua filosofia ed infine trarremo le conclusioni.

Voglio precisare che in questa sede non valuteremo il comparto tecnico, ne quello grafico; per quello abbiamo creato apposta la sezione delle “Analisi Tecniche“. Oltretutto non considereremo neanche la psicologia: ne quella generale dell’opera, ne quella specifica di qualsivoglia personaggio; a parte che anche qui vi è la scheda apposita “Psicologia dei Personaggi degli Anime“, ma in ogni caso il punto è che vogliamo focalizzarci sull’aspetto più squisitamente metafisico del tutto.

Ready? Go!

La balena di “Children of the Sea” chiamata anche “Il Re del Mare”

Long Story Short.

Ruka Azumi è una ragazza delle scuole superiori che per via di un’incidente non potrà godersi le vacanze estive. La casualità degli eventi la porterà a conoscere, invece, due ragazzi nati dal mare e cresciuti dai dugonghi: Umi e Sora; come Ruka apprenderà dai due, loro sono veicolo e oggetto di un particolare fenomeno legato agli oceani. Fenomeno che vuole essere capito da alcuni, conosciuto da altri, sfruttato dai pochi. Nel team di scienziati e militari studiosi dell’evento vi è anche il padre di Azumi e questo permette alla ragazza di passare molto tempo insieme ai suoi due nuovi “amici”, mettendo però sempre da conto che lei è innamorata di Umi; proprio nel seguire quest’ultimo nelle sue peripezie, Ruka acquisisce conoscenza di molte cose. Il linguaggio del mare, il canto delle balene, il fatto che quando qualcosa brilla in natura è perchè vuole essere trovata e la vera natura delle persone e dei loro pensieri come specchio dell’Universo. La ricorrenza è però agli sgoccioli e Sora muore o per meglio dire “ritorna al mare” ma non prima di aver fatto ingoiare una misteriosa pietra ad Azumi, in concomitanza a ciò Umi regredisce cerebralmente e negli eventi che da li in poi si dipaneranno l’unica persona che può aiutare sia lui che Ruka sarà “Dede“: “tuttofare” del mare e custode dei suoi antichi segreti. Mentre Dede accompagna il duo nel luogo ove gli “invitati” possono partecipare al rito, spiega ad Azumi la reltà dietro il ruolo delle stelle, degli oceani, del vento e dei meteoriti; ora però Ruka deve svolgere il suo di ruolo venendo inghiottita dal “Re del Mare“: una gigantesca balena ricettacolo secondario di ciò che verrà. All’interno del ventre del cetaceo Azumi ritrova Sora, ben conscio di cosa stia accadendo, e quest’ultimo le indica di come sarà lei a divenire ricettacolo primario grazie al potere del meteorite dentro di lei; un potere in grado di generare una fonte d’acqua particolare, quasi fosse brodo primordiale. Comincia l’ascensione ed in questo frangente Ruka dovrà decidere se divenire la nuova entità cosmica generatrice di un nuovo Universo oppure passare il ruolo ad Umi, gli eventi propenderanno per la seconda opzione; a quel punto l’alba di un nuovo giorno incombe e le vacanze estive della protagonista sono finite.

Ruka e Umi in una scena del film

Delucidazioni e Filosofia.

Perfetto, ora che avete letto lo svolgersi della vicenda non ci avete capito nulla! Ed è giusto così. Ciò che andiamo a fare adesso è: dare due delucidazioni al tutto e nel mentre spieghiamo il contesto filosofico.

Non cadiamo però nel più banale degli errori, il film è strutturato in modo che tu possa vederlo in modo stratificato: esiste un significato univoco poichè ogni livello di interpretazione ti porta a quello, ma questo non può essere compreso appieno solo basandoci su quello che vediamo e sentiamo. La risposta la si ottiene solo unendo il piano fisico a quello più astratto e astrale ove la nostra mente viaggia quando si ci interroga sui grandi quesiti; funziona un po’ come se fosse un materiale composito che per essere assimilato in maniera corretta dalla nostra capacità di apprendimento deve essere esplicato per l’intero numero dei suoi spessori che lo compongono, non solo per uno dei tanti.

Partiamo dal principio chiarendo che Umi in giapponese significa mare e Sora cielo, mettendoci nei panni di chi osserva dalla riva del mare queste due componenti toccarsi all’orizzonte potremmo quasi pensarlo come un’osservato suntivo di tutto ciò che esiste; ovvero l’Universo. Quindi l’unione dei due porta a ciò che esiste in toto. Dede però spiega allo spettatore, mediante Ruka, che esiste una terza entità di scambio tra i due: il vento portatrice dei segreti dell’oceano, che spargendosi nel cielo possono essere carpiti dagli uomini in grado si saper ascoltare. In quest’ottica il fatto che Ruka sia innamorata di Umi e che Sora sia innamorato di lei assume un valore simbolico molto evidente. Azumi è quindi il vento, il punto di congiunzione tra Umi e Sora. Ma perchè proprio lei? Perchè lei deriva da una discendenza particolare: le parole che Dede usa per esplicare la ricorrenza cosmica che di li a poco avverrà, sono le stesse della canzone usata come ninna nanna dalla madre di Ruka quando lei era piccola; non solo, la stessa veniva usata anche dalla nonna. Ne deduciamo quindi che Azumi abbia alle spalle un albero genealogico da parte genitoriale femminile destinato a rivivere per ogni arco generazionale la celebrazione designata dal calendario stellare. Ciò ci viene anche confermato dal fatto che sia Ruka che sua madre non riescono a farsi capire dagl’altri nonostante, a detta del padre di Azumi, c’è la mettano tutta e questo avviene perchè non sono troppo avvezze al genere umano; la scrittura del loro DNA è di natura più celestiale, non per niente in conclusione della pellicola la madre di Ruka partorisce: la nascita di un bambino raffigura la creazione del nuovo Universo sul più basso dei piani di esistenza. In questo modo viene data anche una risposta al perchè Azumi sia così interessata al canto delle balene: l’incomprensione dei suoi gesti deriva, nell’atto pratico, dal fatto che ella non è in grado di esprimere a parole ciò che sente; la sua natura infatti non propende per l’uso della parola, strumento squisitamente umano, ma piuttosto per la trasmissione delle emozioni esattamente come sono. Come fanno le balene. Le parole possono veicolare solo un lmitato numero di informazioni. Qui abbiamo anche l’assist di collegamento tra un concetto e un altro riguardante la possibile natura cosmica delle balene come ricettacolo procreativo.

Dede con tutta probabilità è uno di quegli esseri umani concettualmente più alti a livello di pensiero, per questo si allerta quando Sora fa ritorno alle sue origini tramite l’atto della morte. La conoscenza precisa dello svolgersi della cerimonia però gli deriva dal fatto che l’ha già vissuta, probabilmente quando fu la stessa cosa per la madre di Ruka; cosa che ci viene fatta intendere dalle sue ultime battute all’interno della pellicola.

La dinamica che intercorre nel trio dell’ “Ave Maria”,arrivati ad un certo punto, comincia a delinearsi: Sora è cosciente prima di tutti gl’altri del suo ruolo ed una volta esauriti i preparativi il suo compito viene meno e la sua essenza ritorna al posto che le spetta. Ricordiamo infatti che Umi e Sora sono bambini nati dalla natura intesa come madre generatrice di vita: il team di studio responsabile per i due govani cerca invano di capire come questi due ragazzi possano essersi adattati alla vita in mare ignorando la cosa più importante. Non importa che siano stati cresciuti da dugonghi, non importa che il loro corpo si sia modificato per via dell’ambiente in cui sono vissuti; quello che veramente importa è la concezione che i due stanno sviluppando di se stessi: mediante le analisi mediche effettuate sui loro corpi i ricercatori vorrebbero sfruttare il grande evento ma proprio per questo non ci riusciranno mai. La micragnosità dell’essere umano lo porta a riflettere solo su quello che è meglio per lui senza curarsi di quello che vi è al di sopra delle loro teste, così facendo si rimane incastrati su un piano di consapevolezza basso ed è proprio questa bassa consapevolezza che non gli permette di vedere le cose che Ruka vede. Nonostante Sora affermi più volte di brillare nel corso della vicenda, gli scienziati non lo notano; ci viene spiegato che le cose che brillano lo fanno perchè vogliono essere trovate, quindi probabilmente Sora non vuole essere trovato (che in questo caso assume l’accezione di capito) da quegli esseri umani egoisti. Probabilmente tutto ciò è anche il motivo per il quale Sora preferisce la compagnia della divisione composta da Anglade e Jim Cusak, anche loro uomini di scienza ma diversi negli intenti. Anglade e Jim sono persone un po’ slegate dal resto del mondo, persone un po’ particolari e proprio per questo più speciali, più consapevoli. Jim nonostante il grado di importanza raggiunto nel suo ambito gira in camicia hawaiana e pantaloncini corredati da sandali, in più e pieno di tatuaggi su tutto il corpo Anglade dal canto suo ha i capelli molto lunghi e vive su di una barca, è interessante notare come Anglade nella prima scena in cui lo vediamo sia girato di spalle non facendoci esattamente capire il suo genere; ne consegue una naturale associazione metaforica per la quale il film ci vuol forse far capire come per aspirare alla grandezza di pensiero dobbiamo lasciarci alle spalle i preconcetti, anche di divisione sessuale. Ad ogni modo grazie alla sopracitata “dinamica dei tre” riusciamo a collocare ogni tassello al proprio posto: Umi rispetto a Sora si è adattato meglio alla vita sulla terraferma perchè tra mare e terra vi è un legame più stretto che tra cielo e terra, teoricamente Sora nella concezione cosmica avrebbe dovuto avere la sua rappresentazione fisica in cielo ma penso che l’universo stesso non potesse modificare fino a tal punto il genoma umano da dotare di ali lo stesso; quindi si optò per renderlo più conforme agl’oceani anche se mozzato nelle caratteristiche. Non per niente il detentore originale del meteorite, un oggetto proveniente dl cielo, è Sora. Sora ritornerà per primo ad essere parte di un qualcosa di più grande poichè rispetto ad Umi ha un insight maggiore su quello che sta succedendo, Umi deve acquisire ancora la giusta maturità insieme a Ruka. Questa maturità Sora non può instillarla direttamente in Umi, deve farlo tramite un canale congiuntivo; il vento interpretato da Azumi magari, ed ecco perchè questa maturità espressa dal meteorite viene affidata a lei. Lei avrà il compito di passarla ad Umi nel momento giusto.

Ruka sott’acqua figurandosi le bolle come piccole galassie

A questo punto dell’anime viene tolto il “Velo di Maya” su ciò che sta accadendo: ci viene spiegato che il mare è il grembo materno, il meteorite lo sperma, Ruka l’ovulo, Sora portatore della conoscenza e Umi prova finale di una mente soprelevata; concentriamoci sul ruolo di Umi. Nel momento in cui Azumi viene chiamata a decidere se essere o meno il nuovo essere celeste, Umi che fino a quel momento era sparito nei meandri interni della balena riappare: Ruka sta trascendendo e la cosa le apre le porte a conoscenze precluse fino a quel momento, Umi cerca di strapparle il meteorite dalle mani per fermare il processo e divenire lui l’ovulo. Azumi non ci sta e si ribella, un po’ per egoismo un po’ perchè non vuole che Umi sparisca dall’orizzonte di ciò che lei da umana può computare, in questo modo Umi viene privato della maturità ancora di più e ciò lo fa regredire allo stato di bambino; in questo momento Ruka capisce il vero stato delle cose: il meteorite più che la maturità rappresenta la luce guida di Umi e senza di quella regredirà sempre di più, sino a sparire. Azumi prende una decisione e superando i suoi desideri terreni rende ad Umi il posto che gli spetta. Il nuovo Universo è nato e grazie all’esperienza vissuta Ruka riuscirà a mettere da parte l’incidente scolastico avvenuto all’inizio delle vacanze estive, perchè è maturata.

Nello scrivere devo ammettere di aver avuto quel retrugusto onirico derivante da alcuni echi di lontana memoria Bloodborniana nell’attingere alle mie speculazioni sul calendario stellare e le sue ricorrenze. Con un sorrisetto un po’ malizioso riusciamo effettivamente a saggiare un po’ quell’atmosfera di gravidanze di Grandi Esseri cosmici.

Tutto è Uno e Uno è Tutto.

Più e più volte questo concetto ci viene ripetuto ed esplicato attraverso vari ragionamenti ed esempi, di seguito andrò a presentare i due più incisivi.

L’essere umano è come l’Universo, non per niente il processo di formazione dei pensieri è lo stesso della formazione delle Galassie. Potremmo immaginare il contenuto del cervello come uno spazio nero nel quale fluttuano tanti piccoli elementi di pensiero costruitisi al suo interno mediante il vissuto di ognuno di noi, alla giusta scintilla almeno due di quegli elementi si collegano tra di loro attraendosi a vicenda e nel farlo formano un corpo più grande che attrae altri elementi fino a raggiungere una massa ragguardevole che a sua volta contribuisce ad ingrandire il tutto. In questo modo si costituisce una rete psichica altresì detta pensiero conscio.

L’essere umano è simile all’Universo perchè formato dagli elementi che compongono lo stesso e generatisi a partire dal Big Bang. Però siccome l’Universo per sua stessa definizione è unico non vi può essere qualcosa che gli somigli ma piuttosto che si identifichi, stiamo quindi parlando di identità piuttosto che di somiglianza; da ciò ne consegue che l’uomo è identico all’Universo.

Conclusioni riflessive.

Possiamo asserire con un certo grado di certezza che Umi e Sora abbiano generato un nuovo Universo resettando quello esistente piuttosto che generarne un altro. Così facendo hanno infuso nuova vita in un ciclo che stava giungendo al termine, per questo tantissimi pesci stavano morendo: è la rappresentazione visiva del concetto appena espresso. L’Universo ha bisogno di mettere in continuazione alla prova la natura dell’uomo e quindi di se stesso (ricordate? Uno è Tutto e Tutto è uno; l’uomo è come l’Universo) per decidere se vale la pena di continuare ad esistere. Se Ruka avesse ceduto ai suoi istinti il rito sarebbe fallito e l’esistenza stessa avrebbe semplicemente smesso di esistere divenendo il nulla. Non è immediatissimo come concetto ma lucubrado un po’ si ci può arrivare ricomponendo il puzzle dei vari indizi che ci sono stati presentati.

Sora e Umi: antitesi l’uno dell’altro e componenti dell’Universo

In realtà questa è solo una delle chiavi di lettura.

Possiamo infatti notare senza fatica come tutto ciò potrebbe essere una parabola psicologica della crescita di Ruka; ella superando una prova è maturata rendendosi conto della piccolezza dei suoi problemi in confronto alla vastità del tutto.

O ancora potremmo vedere Sora e Umi come lo Ying e lo Yang presenti nell’Universo e in tutti gli esseri viventi a testimonianza della duplice natura di ogni cosa: esattamente come l’uomo con l’Universo.

Il paragone tra Ruka ed il Big Bang come scintille generatrici dell’Universo: il ciclo che si va a ripetere di generazione in generazione con la fine della precedente e l’inizio della nuova a testimonianza della natura ciclica dell’Universo.

In ogni caso i rimandi alla vera identità di Ruka si sprecano nell’affiancarla ad Haruhi Suzumiya o per più esperti a Shiki Ryuogi, e nel riprendere il concetto del “Tutto è Uno e Uno è Tutto” vi è un palese riferimento a “Full Metal Alchemist“.

In realtà niente di questo è importante, la cosa veramente fondamentale da assimilare è invece un’altra: la chiarezza con la quale l’intreccio si svolge e si conclude per poi farti rimanere impresso quello che dovevi cogliere senza virare su astruse immagini al solo scopo di confonderti. “Children of the Sea” è uno dei pochissimi anime del genere in grado di fare questa cosa; “Neon Genesis Evangelion” (ed io amo alla follia “Neon Genesis Evangelion”), che è sicuramente il maggior rappresentante di questa categoria, non vi riesce anche perchè non vuole e questo è un po’ ingiusto nei confronti dell’utenza che magari vorebbe poter cogliere tutto alla prima visione. Non tutti abbiamo il tempo di acquisire un backgound culturale ed informativo atto ad una migliore comprensione per mezzo di una seconda visione illuminata.

Chiudo con una dichiarazione che farà sicuramente storcere il naso ai fan di Shinji e degli Eva: ” Lo staff di Kaiju no kodomo con quest’ultimo si è discostato parecchio dal trend della tipologia avvicinandosi al pubblico in maniera efficace e delicata senza tenergli la mano ma dandogli comunque gli strumenti per poter avanzare da solo. Il colpo che hanno sparato non è andato al centro ma vi si è avvicinato davvero parecchio; attenzione Hideaki Anno perchè con la prossima cartuccia potresti essere sbalzato a forza dal trono di Benchmark di riferimento. Questa è un opera che chiunque, anche chi non guarda anime, deve guardare per mille motivi diversi; di cui il più importante è ESISTERE”.

Giappone, c’è l’hai di nuovo fatta!

Permettetemi sono un un’ultimissima digressione: “Nel voler attribuire un aggettivo totalizzante all’Universo io direi che è egoista perchè non vuole rivelarci i suoi segreti; nel voler invece attribuire un aggettivo totalizzante all’essere umano io direi che è egoista perchè per la sua sopravvivenza, il cui istinto è innato (generato quindi da chissà che cosa, forse l’Universo, mah!), farebbe di tutto”. Io non so se nella mente di Daisuke Igarashi questa fosse l’idea di base, ma se così fosse avrebbe dimostrato in via teorica, ancora una volta, che l’uomo è come l’Universo.

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Che cos’è “Sol Levante”?

In questi giorni ho avuto il “piacere” di visionare una produzione originale Netflix in collaborazione con la I.G. Production:Sol Levate” per l’appunto. Per chi non se lo ricordasse la I.G. è quella delle animazioni del film “The End of Evangelion”, quindi non stiamo parlando ne degli ultimi arrivati ne di bruscolini.

Ci sono pareri un po’ discordanti su come classificarlo esattamente ma direi che la più corretta è “Original Anime Video” ovvero i cosidetti “OAV“. Questo OAV inteso come progetto da entrambi le parti, porterà alla realizzazione del primo anime disegnato a mano in qualità 4K HDR. Questo sarà il primo vero anime PRODOTTO da Netflix, infatti un po’ di tempo fa alla N rossa piaceva fare un po’ la farloccona mettendo in sovrimpressione alla visone di alcune opere la scritta: “produzione originale Netflix“, ma manco per il ca… Ora mi sembra non lo facciano più; in ogni caso erano solo proprietari unici dei diritti di distribuzione, la dietrologia in questo frangente è invece diversa.

Non ho idea di cosa ci sia scritto…

Ora, intanto annuncio subito che questo è un nuovo Format oltre che una nuova categoria di articoli che potrete trovare sotto la voce “News”, secondo poi precisiamo che “Sol Levante” non è una roba tipo “Planet Anime” come lo è stato “Castlevania“; “Castlevania” possiede fortissime ispirazioni di tipo anime ma l’autore è americano, “Sol Levante” è di uno studio di animazione giapponese.

Premesse fatte, andiamo ad analizzare il prodotto, per poi magari speculare sul suo futuro stesso e le possibili implicazioni del tale.

Woah il 4K! Si ma…

Parliamoci chiaro ragazzi, il 4K è sicuramente una figata ma non so che farmene se non è sostenuto dalla roba essenziale, se un obrobrio nasce in 4K sto semplicemente guardando un obrobio in 4K. Non vorrei mai che Netflix avesse inteso il potere dei pixels come attrattiva principale del tutto, anche perchè fosse così rimarrei un po’ confuso; certo è però che la grande N non è nuova a strafalcioni del tipo. Siamo ancora tutti ben rimembranti infatti del nuovo adattamento italiano di “Neon Genesis Evangelion” e di buona parte dei film targati “Studio Ghibli“; Gaultiero Cannarsi è stato escluso e sostituito nel primo piano lavorativo perchè i fan sono stati ascoltati ma altrettanta celerità non è avvenuta con il secondo, difatti quegli scempi sono ancora presenti. Il fatto che la community non si sia sollevata così tanto per il brand rappresentato da “Totoro” mi fa sospettare che Netflix corra ai ripari solo quando la situazione è ormai irrecuperabile sotto ogni punto di vista.

Siccome io sono assolutamente sicuro che tantissimi abbiano fatto l’associazione 4K-fotorealismo, favorita anche dall’ingannevole copertina, sono qui per togliere un po’ di fumo dagl’occhi.

Bello il 4K, peccato lo stile di disegno degno delle prime produzioni “Digimon”

Analisi.

Non è che si possa analizzare chissà che cosa, finisce tutto in 4 min. d’altronde, però vale comunque la pena di sottolineare ciò che c’è da sottolineare.

Io non ho idea di che cosa sia preso alla I.G. Production ma le animazioni sono molto mediocri ed in alcuni casi anche un po’ bruttine; se dovessi tirare ad indovinare Netflix avrà spinto per canalizzare tutto il budget nella massiccia quantità di pixels: non voglio neanche immaginare la quantità di soldi spesi per questa manciata di minuti imbarazzanti. I disegni non sono niente di spettacolare e le transizioni da una scena all’altra sembrano abbozzate, preferendo in qualche modo troncarle di netto; il trattamento qualitativo che ha subito la protagonista non è lo stesso che hanno subito gli sfondi e le altre creature viventi, ne consegue una costruzione non organica, confusionaria e rigida nelle movenze. Nelle intenzioni degli autori inoltre, i capelli così dettagliati dei lei dovrebbero dare l’illusione di vita della stessa; ma in realtà risultano solo irrealisticamente troppo movimentati, quasi come avessero un corpo proprio.

I due piani nei quali si sta svolgendo la scena risultano slegati tra loro

Un respiro profondo e tiriamo le somme.

Io una serie tv così non la voglio. A parte che non ha senso: quanti hanno il televisore in 4K per potere godere a meglio della definizione? Che poi noi Anime Watchers non siamo come gli spettatori casualoni di film hollywoodiani, ce ne importa relativamente della definizione delle immagini; abbiamo l’occhio allenato per altre cose: disegni, animazione, chara design, sondi e via dicendo. Possibile che nessuno del team interno dell’azienda americana non abbia detto niente in proposito nella fase di sviluppo o a lavoro finito? Passi per la I.G. Production che probabilmente non ha mai visto così tanti soldi per un progetto e se ne stata zitta, considerato anche il fatto che hanno visto l’allettante opportunità di espandersi in modo aggressivo su mercati extra nazionali, ma mi chiedo se Netflix non abbia bisogno di un mediatore culturale nipponico o perlomeno di un anello di congiunzione con il target di riferimento. Visto e considerato anche che il catalogo anime averebbe ormai bisogno di uno spint in più proprio a livello di quantità e lineup stagionale.

Che poi in realtà la questione è molto più grande e complessa, riguarda anche il fenomeno del “Planet Manga”, ma di quello ne parleremo poi in un altro articolo.

Immagino sarete straniati dalla brevità dell’indagine ma riflettendoci è tutto ben correlato alla quantità di contenuto da trattare.

Guardatelo e fatemi sapere cosa ne pensate, tanto dura 4 min..

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La mia Storia e miei Problemi con “Violet Evegarden”.

“Violet Evergarden” è una delle serie anime più acclamate e viste dell’ormai passato 2019, infatti la N rossa ha capito, anzi secondo me previsto, le potenzialità dell’opera acquisendone in toto i diritti di distribuzione diventandone unico publisher.

Quello che io voglio fare oggi è narrarvi la mia breve storia con il franchise e farvi capire come mai lo reputo sopravvalutato.

Si può essere innamorati di una ragazza 2D?…

Mettiamo il carro davanti ai buoi: “Violet Evergarden” ai Nekowards di AnimeClick.it ha vinto il mondo. Violet è stato il miglior personaggio femminile del 2019 e l’anime in se per se vanta anche il miglior comparto visivo dello stesso anno; per di più si porta a casa il secondo posto per la miglior serie.

Quindi vi chiederete voi: Balverino ma tu chi sei per dirci che “Violet Evergarden” è sopravvalutato? Nessuno, io non sono un critico ne di film ne di serie animate; però un po’ di esperienza ne ho e per quanto sembri che l’autodidattismo porti a nulla, l’essere slegati dai canoni classici di insegnamento del campo recensioni ti porta a vedere le cose da differenti prospettive sconosciute ai più. In ogni caso non sono l’ultimo degli scemi; quindi prestatemi la vostra attenzione per i prossimi 10 min. di lettura, non vi costa nulla e magari scoprirete qualcosa che prima non consideravate nemmeno.

…Si, si può.

Brevi accenni al contenuto.

Violet è una ragazza orfana e senza nome che fin da piccola viene cresciuta nell’ottica di essere una vera e propria arma da impiegare in guerra. Un giorno finisce ai diretti ordini del maggiore Gilbet Bougainvillea e grazie alla gentilezza di quest’ultimo Violet non solo acquisisce un nome ma anche i rudimentali strumenti atti all’acquisizione e conoscenza dei sentimenti umani. In seguito ad un non meglio precisato evento Violet si sveglia in ospedale con due protesi meccaniche tecnologicamente molto avanzate al posto delle braccia; la prima persona che incontra è l’ex-colonnello Claudia Hodgins amico e collega di Gilbert. Senza null’altro che le importasse Violet chiede dove fosse il suo maggiore, Claudia risponde che visti i suoi impegni non può ancora riceverla; dopodichè enuncia le volontà di Gilbert secondo le quali, vista la fine della guerra, Violet dovesse essere affidata alla famiglia Evergarden ed essere assunta nell’azienda di Claudia come postina. La nostra bionda protagonista ha però dei piani differenti per se stessa e rimanendo affascinata dal lavoro di “Auto Memory Doll” capisce di volerlo diventare anche lei allo scopo di capire cosa sia l’amore: il sentimento confessatogli dal maggiore tempo addietro.

L’adattamento animato è ad opera della “Kyoto Animation“.

Aspetti positivi.

Sempre nell’ottica di pararmi il culo inizierò enunciando gli aspetti oggettivamente positivi della serie.

Allora, neanche a dirlo: l’incipit è fighissimo. Capisci subito che piangerai in ogni singola puntata, puoi letteralmente percepire come la visione sia accompagnata da questo sottile filo di malinconia che è tesissimo e si può spezzare in ogni momento con l’ovvia conseguenza della lacrimazione. Lo vedi sui visi dei personaggi, lo senti nella delicatissima colonna sonora di fondo, lo avverti nell’annusare i tristissimi eventi ancora non accaduti, tutto ciò non è forzato perchè viene stimolata la reazione naturale del tuo corpo in concomitanza di una determinata visione.

L’ambientazione è qualcosa di potente: roba a metà tra uno steampunk ripulito ed Europa centro-occidentale del 1850-1900. La città portuale di Leiden sembra viva ed il fatto che sia quasi sempre soleggiata non fà che risaltare questo suo aspetto, inoltre il pregresso fantapolitico dona un contesto a tutto ciò creando l’illusione di qualcosa di realmente esistente.

Nello svolgere il suo lavoro Violet viaggia tantissimo in giro per il mondo ed ogni persona che incontra la influenza e viceversa, in questo senso l’automa diviene metafora di una creatura onnivora che prende da tutto e tutti per poter definire se stessa. L’anime usa la professione di Violet ed i suoi continui spostamenti in treno, visivamente immensi, per veicolare il messaggio di una crescita atipica che non affonda le sue radici nelle fasi di infanzia, adolescenza ed età adulta; quanto piuttosto nel trovare qualcosa di rotto che ci avevano rubato e nascosto per ricomporlo con pezzi più o meno combacianti in modo da renderlo completo alla bene e meglio. Anche i clienti di Violet hanno qualcosa di rotto ed ognuno di loro prende, seppur senza intenzione di farlo, uno di quei pezzettini che l’ex-arma umana si perde dietro; non coincide perfettamente ma da un minimo di sollievo. A livello simbolico la rottura di Violet è ben rappresentata dagl’arti artificiali ovviamente. Viene più volte affrontato il tema della cultura come mezzo conoscitivo per meglio esprimere a parole qualcosa che altrimenti non sarebbe possibile fare per assenza di vocaboli. Questo insegnamento, in particolar modo, viene veicolato dalle lettere postali che in questo caso si trasformano in figura retorica per assecondare il contesto. La guerra è veramente esistita e lascia delle cicatrici così come delle conseguenze, bionda e compagnia bella non sono felici e basta; cercano di esserlo ma sono consapevoli delle nefandezze da loro stessi commesse sui campi di battaglia. Tutto quello che abbiamo detto fin’ora ci porta ad un diretto parallelismo dell’opera con “Katanagatari“: lo sfruttamento dell’essere umano come arma, l’ignoranza dell’arma rispetto al mondo che la circonda per scelte operate dagl’altri, la volontà di questa nell’intraprendere la via dell’amore; sono tutte cose già impostate dall’adattamento animato del 2010. In tutto questo la cosa geniale è il fatto che Violet non ha una caratterizzazione, la acquisisce mano a mano che gli episodi passano e le esperienze che gliela fanno acquisire, noi le viviamo insieme a lei.

Il comparto grafico è di un’altro pianeta: disegni sempre al top, modelli dei personaggi sfioranti il fotorealismo, colori accesi e vividi, i visi possiedono espressività in ogni momento e non sono mai piatti. Le animazioni sono l’opposto della legnosità, i singoli movimenti di tutti i giorni per ogni singolo personaggio sono di una fluidità senza senso. Sommiamo il tutto e capiamo bene com’è possibile provare empatia per protagonista e affini: sono reali!

Ending bellissima e in grado in pochi secondi si scatenare nostalgia, l’impressione è quella di tornare indietro nel tempo per recuperare qualcosa che ti manca e che forse all’epoca non hai considerato abbastanza. Cerchi di chiederti cos’è che hai dimenticato ma hai solo una vaga sensazione in merito, non riesci a dare una risposta precisa; è quasi ossessionante e non riesci a scrollarti quel disagio di dosso subito, è persistente. Stiamo parlando di “Michishirube” di Minori Chihara, autrice tra l’altro della splendida opening della prima parte della prima stagione di “Kyoukai no Kanata“.

A tratti Violet ricorda un misto tra Taiga di “Toradora!” e Shoko Nishimiya di “A Silent Voice”, le amo tutte e tre.

Però, c’è un però…

I meno permalosi tra di voi che sono giunti sin qua, avranno ormai sicuramente capito che il titolo dell’articolo è volutamente provocatorio e che io non odio” Violet Evergarden“, anzi lo apprezzo molto; quello che non posso condividere è l’elevazione del tale a status di capolavoro perchè ci sono dei problemi e anche belli grossi.

Ma andiamo per ordine, lasciate che vi racconti il mio primo approccio con “Violet Evergarden“: io l’anime lo volevo vedere appena uscito su Netflix ma nel visionare l’anteprima mi resi subito conto di un’animazione un po’ mediocre nelle fasi più concitate riguardanti le scene di guerra e pensando, erroneamente, che di scene di guerra ve ne fossero parecchie lasciai stare. Poi la community anime mi ha portato allo sfinimento e così 3 settimane fa ho ceduto.

Il suo genere e l’importanza dell’approfondimento.

Nonostante l’anime non sia prettamente di genere Slice of Life ne ricalca molte caratteristiche quasi sempre presenti.

Si sente l’assenza di una storia di fondo che dia struttura al minutaggio e permei l’ambientazione. In questo senso non vi è un vero e proprio continuum da un episodio all’altro e ciò risulta nella conseguenza di varie fruizioni autoconclusive, frammentate e chiuse a compartimenti stagni. Inoltre l’unico straccio di trama viene portato avanti in maniera irrealistica dai personaggi stessi: Claudia potrebbe dire subito a Violet che Gilbert è morto in realtà; in questo modo Violet, all’epoca ancora emozionalmente ignorante, avrebbe potuto gestire meglio la cosa. No! Claudia lascia che sia Violet a scoprirlo da sola e non era nemmeno nelle sue intenzioni che lei lo scoprisse! Ma cosa si aspettava, che non lo venisse mai a sapere? Ad un certo punto sta crista si sarebbe chiesta se Gilbert non avesse anche un solo secondo libero per dirle ciao. I comprimari poi sono consapevoli di tutto sto inghippo e nessuno, dico nessuno, fa qualcosa in merito; ci provano una volta a sollevare dei dubbi sulla questione, poi il nulla. Ma che poi sta cosa di Gilbert morto te la telefonano nei primi 5 min., ma io dico: non ve la potevate tenere come rivelazione shockante dopo il mini arco dei ricordi della guerra? Boh… che sia stato fatto per far dire agli spettatori: oh poverina e aspetta che venga a sapere che è morto, in modo da empatizzare ancora di più con la protagonista? Non ne ho idea, ma concettualmente come è stata costruita la cosa risulta fallace. L’assenza di avvenimenti consequenziali tra di loro, per usare un termine tecnico, appalla! Si, c’è tanta emozione, tanti pianti e tanti sentimenti ma dopo 6 episodi così io ho bisogno di un po’ di sostanza! Non vorrei dire ma c’è un motivo se dura solo 13 episodi…secondo me in fase di produzione si sono resi conto che 26 puntate così annoiavano un tantino. La sottotrama dei rimasugli dell’esercito nemico è pensata male in partenza e costruita pure peggio, oltre al fatto che è un mero pretesto per costringere Violet a combattere un’altra volta in modo da dargli quell’ultima botta di sviluppo altrimenti impossibile da gestire.

Poi vabbè c’è l’elefante nella stanza che tutti hanno fatto finta di non vedere. Raga ma la contestualizzazione degl’arti robotici di Violet? Quanto costano? Perchè esiste una tecnologia che nemmeno noi abbiamo al giorno d’oggi in epoca pre prima guerra mondiale? Quali sono le implicazioni del rapporto uomo macchina? Nessuno ha mai pensato di usare questi innesti meccanici per facilitare il lavoro umano o usarli come potenziamento per i soldati? Se non mi dai risposta a queste domande io fatico un attimo a mantenere la sospensione dell’increduilità.

La nota di demerito finale va all’animazione: è inutile fare roba mirabolante per le sequenze ordinarie se poi non se in grado di fare la stessa cosa per i momenti più concitati riguardanti sopratutto gli scontri fisici e a fuoco. Anche perchè nelle prime se noto la qualità e un surplus che mi fa rendere conto dell’impegno immesso, nelle seconde è invece una cosa che salta subito all’occhio e fa storcere molto il naso.

Conclusioni.

Raga “Violet Evergarden” è croccante, ci sta! Ma non è un prodotto superlativo e nemmeno ottimo, è un buon prodotto che ha avuto la fortuna di uscire in un periodo dove la concorrenza di genere annaspava un po’. Il comparto grafico è più di quanto un essere umano meriterebbe ma si fa sentire troppo la mancanza del supporto di trama.

“Adesso siete liberi di ragionarci su oppure rimanere granitici sulla vostra ed odiarmi, in ogni caso i commenti servono a questo; fatemi sapere la vostra.”

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Animazione: questione di Budget.

Allora. Parlare di animazione, intesa come settore del comparto tecnico, è un qualcosa di molto importante per me se non addirittura fondamentale. Ci tengo così tanto che il solo scriverne mi fa sentire in difetto nei confronti di me stesso: vorrei potervi esprimere tanti di quei concetti da far si che chiunque ne legga abbia una visione a 360 gradi come la mia; in modo da poterne dibattere per ore e creare così un dialogo lungo, ricco e articolato. Questa passione così bruciante che ho nelle vene d’altronde riguarda gli anime, non i manga e secondo me la pietra miliare da cui oggi deve partire un adattamento animato od opera originale che sia, è l’animazione di buon livello. Non so se con questo articolo riuscirò nell’intento di raggiungere tutti quelli che voglio raggiungere, si può fantasticare quanto si vuole ma in Italia non siamo così tanti a condividere questo interesse e quelli a cui importa di questo frangente sono ancora meno, ma ci voglio comunque provare. Ah si, mettetevi il cuore in pace: l’articolo sarà lungo! E ne vado fiero…

“Principessa Mononoke” animazioni superbe

Contesto storico.

Partiamo da una considerazione: è impossibile sapere quando il comparto tecnico di un’anime è diventato importante per la fruizione del media stesso. Questo per due motivi, il primo è che per tanti anime ancora oggi non è minimamente importante poichè magari la storia non si deve reggere su scene d’azione; il secondo è che impossibile determinare una data unica che accomuni tutti i fattori che han fatto si di questo. Comunque se dovessi azzardare una decade sarebbe quella degl’anni 80′ (le opere degl’anni 80′ sono arrivate in Italia negl’anni 90′) visto che per l’epoca la maggior parte dei cartoon giapponesi che sono arrivati qua da noi erano della giusta qualità visiva per poter essere goduti appieno.

Ora, io immagino che per i primissimi anime il comparto grafico non fosse granchè importante, già solo il fatto di poter vedere i disegni di un fumetto prendere vita ti sarebbe dovuto bastare. Ovviamente in seguito, come per tutto, l’avanzamento tecnologico ha portato, tra le altre, cose ad un diversificazione produttiva, maggiore scelta ed affinamento dei gusti di chi usufruiva.

Prima di andare avanti però è bene precisare che il comparto tecnico di un’ anime è composto da: disegno, animazione e audio. Io nell’articolo voglio trattare solo ed esclusivamente la seconda ma per il momento ho bisogno che teniate a mente anche il primo.

L’evoluzione del campo in questione avrà fatto presto rendere conto alle case produttrici che i disegnatori hanno sempre lo stesso costo ma le animazioni no. In particolar modo le animazioni dipendono dalle tecnologie e le tecnologie costano, i disegnatori invece sono quel costo fisso che c’è sempre stato. Ecco perchè oggi vediamo tantissimi anime i cui disegni al peggio sono perlomeno decenti ma con le animazioni che nei momenti top ci fanno rimpiangere “Dragon Ball“, il che è tutto dire.

Bello… ma le animazione pure in Super sono rimaste quelle di trent’anni fa

Budget, Contesto e Studio di Animazione.

Questo titoletto è importantissimo, perchè la differenza tra una produzione di successo e un dimenticabilissimo adattamento passa proprio per questi tre step e non è “X Factor“, non basta vincerne due su tre.

Il budget dedicato ad un progetto può dirci tutto come niente, bisogna quindi contestualizzarlo e per contestualizzarlo bisogna rispondere a determinate domande: che genere di anime è? Di quante puntate consta? Cosa si aspetta la gente da quest’opera? A che studio di animazione è affidato?

Nel rispondere approfittiamo anche per analizzare due cosette.

Che genere di anime è?

Se stiamo parlando di uno shonen battle il budget deve essere necessariamente più alto rispetto a quanto non lo sarebbe quello di uno shojo per esempio, questo perchè nel primo le scene riguardanti l’azione sono ovviamente più massicce e sono proprio quelle che determinano per quel genere la riuscita del comparto tecnico. Chi se ne frega se in “Wolf Girl and Black PrinceErika non corre in maniera naturale e credibile, è un’anime romantico eh che cavolo! Quello di cui ci importa è che Juzo di “No Guns Life” quando faccia a cazzotti ci dia l’impressione di dinamismo, spoiler: non lo fa, ma proprio per niente!

Si Balverino, ok… ma più alto rispetto a cosa?… Bella domanda ragazzi!

Allora, se noi incrociamo i numeri fornitici da Masamune Sasaki, Shinji Takamatsu e Takayuki Nagatani rispettivamente esperto di computer grafica, esperto di animazione ed esperto di produzione; la cifra che otteniamo varia da 95.000 fino a 140.000 euro a puntata. Questo range così ampio dipende proprio dal tipo di anime che approcciamo. Capiamo quindi bene che mentre lo shonen si dovrebbe spostare verso destra, lo shojo dovrebbe farlo verso sinistra. In mezzo a questi due inoltre, ogni categoria trova la sua giusta collocazione: per esempio lo spokon nel centro destra, il seinen a tema mondo del lavoro nel centro sinistra e così via.

Di quante puntate consta?

Quanto è più lungo un adattamento, più il budget deve essere alto, oltre ad essere più attentamente dilazionato. La dilazione difatti è forse ancora più importante della quantità di liquidi a disposizione, poichè se del milione e mezzo di euro stanziati per l’opera ne vengono usati 500.000 per i primi 5 minuti di visione allora non c’è da stupirsi se il restante minutaggio risulta scabroso. Questo problema ad esempio lo ha “Deadman Wonderland“, troppi cash nelle prime due puntate e poi quella dinamicità è tornata farci un saluto per 15 secondi dell’ultima; ma aspettate non è sempre così semplice la questione. Ci sono anche quelli che fanno i furbetti, tipo “Towa no Quon”, che per il trailer ti spara la scena con la più alta concentrazione di denaro, poi te la ritrovi come prima scena di combattimento nell’anime e pensi: figo! Subito dopo vedi calare la qualità in un maniera imbarazzante ma a te non importa perchè non stanno combattendo e così vai avanti fino allo scontro successivo, lo vedi… cos’è sta roba?! Ma dove sono finiti tutti quei movimenti fluidi e dinamici di prima? I produttori non sono stupidi e lo sanno quello che rimugini nella tua testolina; ti mettono il rissone centrale un po’ più sistemato ma non troppo, altrimenti non ci sarebbero abbastanza soldi per fare l’ultima e più infame mossa. Dopo quella collinetta di qualità tutto il resto è spazzatura ma ormai sei quasi alla fine e che fai, lo lasci li? Certo che no, così arriva la sequenzona finale dove hanno buttato tutto il restante conio e il risultato è una catena di scene una più figa dell’altra: lo concludi, non ti senti neanche troppo in colpa perchè il contentino in chiusura lo hai avuto e davanti allo schermo del pc fai la dichiarazione che ti consacra definitivamente come un idiota. Ma si! Io a questi un’altra possibilità gliela do, spoiler numero 2: me ne sono pentito amaramente.

All’inizio del paragrafo stavamo dicendo di come la dilazione e la lunghezza della fatica animata siano i due lati di un’unica moneta. Quindi adesso trattiamo della controparte. Di solito le lunghezze standard sono 12, 24, 200 e più episodi; se un anime è suddiviso in stagioni generalmente ognuna è composta da 12 o 24 puntate e questo è il caso di “Boku no Hero Academia“, contrariamente “Naruto Shippuden” viene considerato un blocco unico da 500 episodi, vi saranno quindi delle differenze in fase di preproduzione sopratutto per quanto riguarda le aspettative che il pubblico avrà nell’accompagnare un arco bello massiccio della propria vita ad un opera a cui si affezionerà. Poi si riprenderà il discorso della dilazione del budget che per un anime di così lungo corso ha delle logiche diverse: visto e considerato che quando parliamo di oltre 200 puntate si parla solitamente di battle shonen, di combattimenti ce ne sono sempre; quindi il ragionamento verrà ingigantito e non si discuterà più di sacrificare puntate ma bensì interi archi narrativi: magari quelli meno importanti e densi di battaglie. Questo è perfettamente normale e comprensibile. Quello che non è comprensibile è come lo Shippuden essendo un filler vivente abbia venduto ai distributori un bordello di puntate fuori tema realizzate male, perchè tanto a nessuno frega niente delle sottotrame, solo perchè il brodo allungato viene venduto per una maggiore quantità. Resa maggiore con costi più contenuti, eh si, bello così!

“Towa no Quon”, furbacchioni!

A che studio di animazione è affidato? Che cosa si aspetta la gente da quest’opera?

In realtà qui le risposte sono quelle che influenzano meno il computo totale. Se los denaros c’è allora volenti o nolenti l’animazione come si deve la tiri fuori; certo è che se lo studio di animazione è tanta roba, da bello te lo fanno divenire straordinario. “Demon Slayer” di base è un battle shonen come non se ne vedono spesso ma con uno staff come la “Ufotable” dietro, i giochi di luci e colori sono diventati metro di paragone accademico da quel punto in avanti. Quel saltino di qualità in più te lo fa fare anche cosa la gente pensa del manga da cui è tratta l’opera, le aspettative che si è creata. Se la casa di produzione è conscia della cosa, potrebbe preventivare un fondo più sostanzioso: in questo modo la prima stagione di “One Punch Man” tramire la “MadHouse” è diventata leggendaria(tra l’altro la MadHouse ha animato anche No Guns Life quindi anche loro falliscono, anche se li credo fosse dovuto alle troppe poche risorse disponibili e troppo distribuite verso i disegni; in fondo ma chi è voleva l’adattamento di No Guns Life?). Contrariamente tanto potere finanziario nelle mani di roba come la “Kinema Citrus Co.“, autori di quel “Code: Breaker” che tutti vorremmo dimenticare, potrebbe portare un successo assicurato ad essere un flop clamoroso; cosa rara ma non tanto quanto potreste sospettare(The Rising of The Shield Hero è un anime bello ma per la narrativa originale e la storia in se per se, non di certo per le animazioni. Oddei qualche sprazzo di qualità c’è ma per il resto siamo bassini) Inoltre il discorso prima fatto per le aspettative vale anche fatto al contrario.

Cosa si intende per buona e cattiva animazione?

Io non voglio arrogarmi il diritto di dirvi cosa è animato in modo giusto e cosa in modo sbagliato. Però ci sono alcuni parametri oggettivi a cui bisogna prestare attenzione, sopratutto quando si animano i combattimenti; un bell’anime con pochi combattimenti anche se animati male non cambia il mio giudizio complessivo su quell’opera, perchè so che non era intenzione degli autori catturare la mia intenzione visiva in quel modo. Au contraire se un anime con bei disegni, caratterizzazione dei personaggi ottima, storia interessante e ben costruita ha al suo interno una miriade di combattimenti e questi sono per la maggior parte animati male posso anche passarci sopra quel che basta per arrivare alla fine; ma se sono animati male in quantità tale da non permettermi neanche di prendere il fiato dalla monnezza visuale che sto guardando, io lo droppo a piè pari.

Per farvi capire di cosa si sta parlando voglio farvi due esempi: nel primo andremo ad apprezzare la sequenza e ad evidenziare gli aspetti positivi, nel secondo andremo invece ad analizzare gli aspetti negativi ed a capire perchè sono tali. Tenete comunque presente che tra i due mondi che andremo a citare ci sono miliaglia di sfumature, ma quelle lascio a voi il piacere di scoprirle.

Naruto in modalità 6 code vs Pain.

Questo scontro qui, signori miei, è uno dei migliori esempi di animazione fatta come si deve dei tempi moderni. Esiste un preciso cocktail di elementi che determinano il far si di questo: quando succedono tante cose a schermo le inquadrature sono sempre lontane per farti visualizzare la totalità della scena, in questo modo si può apprezzare al meglio la potenza di ogni mossa speciale ed i suoi effetti distruttivi; non solo! Quando questo succede viene posta enfasi sui flash di luce bianca e accecante, in questo modo viene data una conclusione allo scaturire di una forte energia e l’impatto emozionale culmina in un climax da pelle d’oca. Ogni colpo inferto è fisico e quasi lo senti sulla tua pelle, complice anche il sound design, i pugni sono accompagnati da spostamenti d’aria che si avvolgono in maniera voluttuosa intorno all’arto che adesso è in primo piano; lo scambio di mosse e contromosse è studiato, non fatto a caso, ciò da una reattività ai personaggi e li fa sembrare vivi. Ogni singolo frame possiede al suo interno personaggi che muovono più parti del corpo insieme, in questo modo non si cade nell’effetto piattume. Le distruzione ambientale è rappresentata e questo contribuisce ad una maggiore convinzione del tutto, e anche in questo caso nulla viene lasciato al caso: quando qualcosa si spacca le sue parti vengono rappresentate in modo netto, definito e spigoloso per meglio dare l’idea di dinamicità. Le inquadrature non sono statiche, si muovono in continuazione e sono attente a cogliere l’essenza migliore del confronto in quel dato momento. Tutto questo al prezzo di cosa? Qualche faccia non disegnata nel mentre succede tutto sto ben di Dio, ma fatemi il favore! Che con tutta quella abbondanza neanche te ne accorgi perchè sei impegnato a cogliere tutte le altre 1000 cose che stanno interagendo tra di loro.

Non so se ci siamo spiegati…

One Piece.

Giuro: faccio questo esempio e poi chiudo l’articolo; lo so ragazzi, fidatevi, è stata dura anche per me.

Pensavate prendessi una scena definita? No, One Piece è nella sua totalità un’aberrazione visiva; anche nei disegni, per carità è lo stile di Oda ma a me non piace niente e se per lo stile di disegno buttandola sul gusto personale riusciamo a salvarci, per l’animazione tranne pochissimi casi selezionati che comunque non raggiungono mai l’eccellenza non ci siamo proprio.

Allora: movimenti dei personaggi legnosi, ogni azione corrisponde a svariati frame bloccati con le righine oblique in movimento per farti capire che non hanno una paralisi ma si stanno muovendo, non esiste consequenzialità negli scambi: prima colpisce uno nel mentre che l’altro aspetta e poi è il suo turno, farme per frame gli attori muovono singole parti del corpo per volta, inquadrature sempre strette, distruttibilità ambientale inesistente, colori costantemente desaturati, effetti visivi quasi a zero e quei pochi che ci sono ti fanno uno strano effetto per il quale ti sembra tutto ancora più immobile; devo aggiungere altro? Io non credo.

Cosa sto guardando?

Daje regaz, cioè è palese! La differenza traspare proprio dalle pics, cavolo in quella di Naruto contro Pain riesco ad avvertire sinceramente il movimento!

Ah! Giusto per fare una precisazione, così ci leviamo ogni dubbio di torno: One Piece è un anime iniziato nel 1999, nel 1995 esce “Principessa Mononoke“; di cosa stiamo parlando? E non mi venite a dire che non posso fare questo paragone perchè c’è Miyazaki di mezzo, infatti ve lo anticipo: neanche lo “Studio Ghibli” mi sta troppo simpatico ma riesco comunque a riconoscere quando un capolavoro è tale, come dite? Aveva un budget alto? Secondo voi che budget aveva l’adattamento animato di “One Piece” visto il successo del manga? Ve lo dico io: tanto da far leccare i baffi alle migliori produzioni CloverWorks. Ma poi, in tutta franchezza, anche volendo ipotizzare che agl’inizi nell’adattamento animato non ci si credesse poi così tanto, bisogna comunque considerare che dopo vent’anni le animazioni sono le stesse. Ma non pensate che c’è l’abbia con One piece eh! Lo stesso errore lo fa Dragonball: aspettative alte, budget presente… animazioni di trent’anni fa…

Basta, l’ultimo paragrafo mi ha amareggiato. Sono stanco, è tardi ed ho pure sonno; questo articolo è durato fin troppo, le conclusioni tiratemele voi e fatemele sapere qui sotto nei commenti. Io vado a dormire, ci vediamo domani. Vi voglio bene.

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SSS: “Shonen”, “Shoujo” e “Seinen”.

Quelli che leggete nel titolo sono i tre macrogruppi a cui tutte le opere cartacee di stampo fumettistico e animate giapponesi appartengono. A questo punto andiamo come di consueto a definirle, contestualizzarle, analizzarle ed infine trarne delle conclusioni.

“Black Lagoon”: opera di stampo Seinen

Definizioni.

“Shonen”: opera destinata ai ragazzi. Più nello specifico dall’età scolastica fino a quella adulta; che in Giappone è il range 3-18 se si parte dalla materna, 6-17 se si parte dalle elementari

“Shojo”: opera destinata alle ragazze. La precisazione fatta per gli shonen vale anche in questo caso

“Seinen”: opera destinata agli adulti in generale. Quindi dal diciottesimo anno di età in poi.

In Italia la classificazione sopra espressa viene spesso confusa ad opera del fatto che le case editrici ed i detentori dei copyright hanno immesso per anni le fatiche giapponesi su territorio italiano ridefinendole per i loro contenuti; questo ha causato tramite effetto a catena un override costante di informazioni sbagliate nella nostra cultura di massa. Motivo per il quale oggi sul web i più esperti devono spesso correre ai ripari per rispondere agli innumerevoli dubbi sull’argomento.

Precisazioni.

Ne conveniamo quindi che nonostante un anime o un manga possano trattare tematiche adulte, i mezzi usati per veicolare il messaggio potrebbero essere dei personaggi non ancora maggiorenni e viceversa; come anche un’opera destinata alle ragazze che però ha dei protagonisti maschili, non solo, anche in questo caso è vera la cosa contraria.

A questo punto una domanda che ci potremmo fare è: si può appartenere a due macrogruppi? No, vi spiego il perchè: un’altra cosa si cui si fa confusione è il target riferito agli argomenti trattati all’interno, infatti nonostante la categorizzazione esista sopratutto in questo senso bisogna considerare un ulteriore elemento. Il target di riferimento commerciale. Facciamo un esempio: il manga x parla di come superare le difficoltà legate all’adolescenza, se noi andassimo a classificare la suddetta opera in base al solo target di riferimento tematico allora dovremmo concludere che è sia seinen che shonen; poichè nonostante il costrutto di trama sia abbastanza maturo, è chiaro che si possa rivolgere sia agli adulti che ai ragazzi. Se però aggiungiamo l’altro fattore allora capiamo bene che una roba del genere sarà letta molto più volentieri da un individuo coscienzioso e maturo piuttosto che da un ragazzino e quindi, riusciamo a dargli un definitivo impachettamento come seinen.

La questione dei disegni.

Potreste aver sentito parlare o aver letto di come le opere di questi tre macrogruppi abbiano delle loro caratteristiche peculiari in campo grafico e stilistico che le distinguono, con le dovute eccezioni, in modo netto e preciso. In linea di massima questa argomentazione non si può più definire vera a causa del fatto che i sottogeneri influenzano molto lo stile di disegno, che di conseguenza molto spesso non ha più un identità precisa al 100%. Tra le altre cose poi molti di quegli stilemi erano dettati dalle limitate tecnologie e dai gusti artistici di quei tempi andati. Quindi andremo a fare questo: io per correttezza informativa ve le descrivo ma poi vi cito almeno due esempi per tipo che contrastano con la descrizione.

“One Piece”: uno Shonen

Shonen: stile di disegno poco pulito ma molto dinamico. Antitesi: “Toradora!” e “Bleach”

Shoujo: ragazze con occhi molto grandi e ragazzi alti con lineamenti gentili. Antitesi: “Ore Monogatari” e “Tsuki ga Kirei”

Seinen: stile ricercato e particolare. Antitesi: “Maria Holic” e “Black Lagoon”.

Pubblico Italiano.

Bisogna dirlo: noi italiani siamo un popolo propenso alla critica, al litigio e al lamento costante. Anche in una cosa così lontana dalla nostra cultura noi un po’ di stivale riusciamo sempre a ficcarcelo! E che cosa ci saremo mai inventati per contaminare pure questa? L’elitarietà di un genere rispetto ad un altro. Che bello il popolo del web! Questi leoni da tastiera autoproclamatosi fautori della vera essenza del cartone animato giapponese mentre blastano chiunqe provi a nominare un “Naruto” o un “My Hero Academia”. Sia mai: loro guardano solo roba tipo “Fune wo Amu” con trama incentrata sulla redazione di un dizionario. Dio che mal di testa!

Questi signori ignorano che tutta sta tiritera in Giappone non esiste! Da loro il fumetto ed il cartone non sono qualcosa di condiviso a livello generale ma bensì capillare, gli anime e i manga non sono relegati a semplice cultura pop; sono un elemento culturale proprio della persona che accompagna l’individuo dalla nascita fino alla morte. Non esiste differenza tra un genere e l’altro, viene tutto rapportato all’età in cui si è, ai gusti e agli interessi.

Un po’ di storia.

Il primo manga moderno coincide anche con la nascita del genere shonen, una cosa più che normale visto che ancora oggi sopravvive molto bene il preconcetto che il fumetto sia una cosa più adatta a un ragazzo piuttosto che ad uomo fatto e finito. Stiamo parlando di “Kimba il Leone Bianco” di Osamu Tezuka considerato il padre dello Story Manga. Pensate che i caratteristici occhioni in stile manga sono stati inventati proprio da lui sulla base di cartoni animati statunitensi come “Betty Boop” e “Topolino“! Quando uscì nelle sale “Il Re Leone” i fan di Tezuka si scagliarono contro la Disney accusandola di aver plagiato i personaggi del fumettista giapponese. Ma le imprese di quest’uomo non si fermano qui: con tutta probabilità Osamu è stato anche il genitore dello shojo manga, infatti nel 1953 produsse “La Principessa Zaffiro“. Tezuka è anche l’autore di “Black Jack” ed “Astro Boy“, quindi si… chi lo avrebbe mai detto: il padre del manga moderno è stato anche uno degli autori più prolifici e di successo di sempre!

Credevate che fosse finita qui? E invece no! Perchè con quasi assoluta certezza Tezuka ha pure concepito il genere seinen tramite l’opera “Budda“, nel quale andava a criticare il sistema di caste indiano.

Kodomo no Omocha, in Italia noto come Rossana, un manga/anime Shojo

Microgruppi e Sottogeneri.

Voglio chiudere l’articolo precisando due cose: la prima è che oltre alle tre più grandi categorie si affiancano dei gruppi più piccoli e subordinati e di questo ne andremo a parlare prossimamente.

La seconda: con oggi finisce la sfilza di articoli terminologici, da domani riprendiamo con le analisi tecniche.

Quindi, ditemi cosa ne pensate nei commenti e noi ci vediamo domani!

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“Isekai”: la più recente Moda in campo Anime.

Oggi continuiamo la serie delle analisi terminologiche iniziata con gli Spokon, ovviamente iniziamo con la definizione.

Che cosa si intende per Isekai?

L’Isekai è un sottogenere del Fantasy riguardante la traslazione di un protagonista dal nostro mondo ad un’altro. Le caratteristiche di questo nuovo mondo devono essere di stampo prettamente fantastico con forti rimandi all’Epica Tolkeniana. Pochissimi sono i casi che sfuggono all’ultima postilla.

Attenzione però, molta attenzione: come dopo avrò modo di approfondire, la moda isekai nasce nel 2012 con Sword Art Online ed i suoi “cloni” che derivano dall’innegabile successo di questo moderno padrino anime (non come adattamento ma a livello di visualizzazioni). Questo ha portato un po’ di confusione in quanto tutte le opere del genere si sono più o meno adeguate agli standard settati facendoci credere che fin dal principio quelle fossero le regole di questo universo tipologico. Prima di SAO non era mica tutti così gli isekai, neanche adesso se è per quello, comunque, se dico che pochissimi casi sfuggono alla sopracitata postilla ci sarà un motivo. Il genere in effetti è diventato molto più prolifico da Kirito in poi, prima di quello si fatica a trovare un periodo di grossa produzione e volendo citare anche solo un anime “Isekai no Seikishi Monogatari” è parecchio diverso nella sua grammatica accessoria. Qui in effetti si potrebbe aprire anche un discorso sul fatto che se un pattern nasce come tale e da un certo punto in poi tutte le storie che lo riguardano lo modificano a quel punto forse il pattern non è più tale e si modifica in base alle regole che da quel momento in poi sono diventate consuetudine.

Detto questo le caratteristiche secondarie possono variare da opera ad opera ma solitamente seguono un mood predefinito dalle vicende di Aincrad:

  • Il protagonista è un Neet o un Hikikomori che esprime più volte il desiderio di evasione dalla sua realtà di partenza;
  • A prescindere da chi il protagonista sia, ha delle eccezionali capacità in ambito videoludico o dei poteri particolari nel nuovo mondo;
  • Il nuovo mondo poterebbe essere quello di un videogioco;
  • Il protagonista è in qualche modo prescelto o comunque se non è tale riesce a sviluppare capacità superiori rispetto agl’altri che lo rendono la chiave di volta della situazione.
Youjo Senki: Isekai del 2017

Detto papale papale: non è che si possano fare chissà quali analisi sul genere isekai anche perchè nasce nel 1992 con il manga “Yu Watase”; è parecchio moderna come cosa. Però io non mi do per vinto e qualcosina di interessante riusciamo comunque a tirarla fuori.

Allora, la moda degli isekai scoppia nel 2012 con Sword Art Online. In un articolo di everyeye.it dell’8 aprile 2019 a cura di Gabriele Laurino viene dichiarato che Sword Art Online non è un isekai a seguito di un intervista con l’autore stesso che lo precisa esplicitamente, tale Reki Kawahara. Ora, qui ce qualcosa che non mi quadra: nel 2002 viene prodotta la serie animata di .hack//SIGN di stampo indiscutibilmente isekai, poichè probabilmente è la prima opera che definisce quell’incipit così particolare di essere intrappolati in un videogioco come facente parte del genere. Quindi o Kawahara voleva darsi un tono in modo che la sua fatica non fosse accomunata ad un genere già esistente oppure tutto il mondo non ha capito niente… a voi l’ardua sentenza! Sorge spontaneo chiedersi se quella sparata sia stata fatta con la consapevolezza che ultimamente gli Isekai sono considerati prodotti di scarso valore e bruttini; ma se così fosse sarebbe ancora più grave poichè vorrebbe dire che Kawahara, autore famoso a livello mondiale e quindi addetto a lavori di inestimabile esperienza, non considererebbe la possibilità di anime validi anche in questo campo. Cosa che sappiamo per certo non essere così, basta solo citare gli esempi di “Re:Zero” e “Tanya of The Evil”. Anche volendo togliere dal piatto la qualità del prodotto, che in questo discorso potrebbe essere fine a se stessa, non si può comunque dubitare dell’originalità di alcuni tra gli stessi come “Vita da Slime” che stabilisce delle regole vere e proprie del processo di traslazione da un mondo all’altro o “Hagure Yuusha no Estetica” (nato nello stesso anno dell’adattamento animato di SAO) che non solo ribalta gli stilemi del genere ma dona anche degli approfondimenti mica da ridere. Di fatto quest’ultimo risponde a domande particolari e non scontate, del tipo: ma sti eroi tornano al loro mondo? Oppure vanno da qualche altra parte? E se vanno da qualche altra parte, cosa fanno li?

Fatto sta che anche se Sword Art Online non fosse un isekai comunque ha messo in moto il fenomeno come mai prima d’ora all’interno del media. Fate voi che dopo la conclusione della prima serie nel 2012 dal 2013 in poi si sono susseguiti una quantità di titoli senza senso, ne cito 10 per fare degli esempi ma non mi sorprenderei se il computo arrivasse a 70 o più: Log Horizon, Overlord, No Game No Life, DanMachi, Mondaiji-tachi ga Isekai kara kuro so desu yo?, Hai to Gensou no Grimgar, GATE Jiteai Kanochi nite Kaku Takaeri, Cautios Hero, Rising of the Shield Hero, Konosuba. Per il resto potete voi stessi andare a verificare su Animeclick.it.

Il fatto che abbia citato Konosuba per ultimo è voluto: l’opera prende in giro i pretesti e le situazioni tipiche degli isekai e proprio ciò altro non è che la riconferma di un fenomeno così tanto esploso e così tanto di moda. Il fatto che l’anime che parodizza il genere sia andato così bene vuol dire che vi è stata una cavalcata di un’ onda ancora tanto alta, non per niente così tanti Anime Watcher si dichiarano un po’ stufi degli isekai. Quello però dipende anche da un’altro problema.

Sword Art Online: il suo autore dice che non è un Isekai…

Il problema degli Isekai che non è un problema…

A prescindere dal fatto che se un anime non vi piace potete anche non guardarlo è anche vero che questa saturazione del modello ha da vita ogni anno ad adattamenti di Light Novel con una qualità molto discutibile; fermo restando che il rapporto tra sterco e oro non mi sembra così diverso da tutti gl’altri generi. Certo è che se continuano ad essere prodotti vuol dire che volenti o nolenti si lasciano guardare ed questo il nocciolo della questione. Nel magico mondo internettiano l’opinione per la quale la categoria in questione dovrebbe essere rinnovata è comune ed io al riguardo penso: ma di cosa stiamo parlando?

Raga ma cosa bisogna rinnovare di un genere che ha appena trent’anni? Di cui gli ultimi 25 non li ha praticamente vissuti! Il mercato della fumettistica e dell’animazione nipponica non smuove noccioline: incrociando i dati della All Japan Magazine and Book Publisher’s and Editor’s Association con quelli della Association of Japanese Animation il computo totale risulta di 18,5 miliardi di euro! Gli editori non possono approvare storie che rimescolino le carte sul tavolo se non sono assolutamente certi del successo della cosa perchè squadra che vince non si cambia. Qui non stiamo neanche più discutendo di anime e manga, ci stiamo addentrando in un territorio per il quale se non si conoscono le basilari regole dell’economia non si può neanche partecipare al dibattito; è la tesi economica della Mano Invisibile di Adam Smith che c’è lo dice: un prodotto non si rivoluziona quando è saturo il mercato ma quando non si vende più, e vado a ripetere che gli isekai vengono guardati! La sperimentazione è bella e giusta ma solo se la becchi come si deve al primo colpo ma questo concetto vale ormai per tutto: il mondo è diventato un meccanismo ipercomplesso ed ultraintersecato tra le sue parti e tra le varie cose che ciò va a determinare vi è anche il fatto che non si può più fallire, perchè ogni sconfitta costa troppo cara.

Voglio chiudere l’articolo con un parallelismo in modo da meglio farvi figurare l’ultimo concetto espresso.

Quando è nata la Formula 1 di gara in gara la forma della macchine cambiava ed il motivo era la sperimentazione di molteplici fattori, al giorno d’oggi in quei circuiti non è più possibile fare una cosa del genere perchè gli elementi della vittoria sono stati scoperti ed affinati fino ad un limite massimo, se non si rispettano non si vince; e quando per ogni gara sfrecciano a 300 km/h investimenti da 250 milioni di dollari non puoi permetterti di testare con la possibilità di perdere.

Gli isekai con il tempo miglioreranno perchè sperimenteranno anche loro, solo lo faranno in maniera molto più cauta e dilazionata nel tempo; poichè hanno avuto la sfortuna di nascere in periodo moderno ed esplodere in un periodo contemporaneo.

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“Spokon”: gli Anime Sportivi

Una doverosa lezione di terminologia.

Voglio iniziare precisando tre termini e più tardi nell’articolo capirete il perchè.

“Spokon”: anime o manga (generalmente rivolti ai ragazzi) riguardanti uno sport ed i suoi atleti.

Shonen: anime o manga rivolto ai ragazzi.

Shonen Battle: anime o manga rivolto ai ragazzi la cui trama orientata all’azione si sviluppa mediante combattimenti vari, corredati o meno di capacità soprannaturali .

Da qui ne deriva che: Spokon e Shonen Battle sono due sottogeneri dello Shonen.

Interiorizzate e andiamo avanti.

Haikyuu!! Uno dei migliori esempi di Spokon moderno

Cenni Storici.

Il genere sportivo non è solo uno dei più vecchi, ma anche uno dei più amati e prolifici. A cavallo tra gl’anni 60′ e 70′ sono difatti nate alcune tra le serie animate giapponesi più amate anche qui nello stivale:

  • Ashita no Joe” (“Rocky Joe”)
  • Attack No. 1″ (“Mimì e la Nazionale di Pallavolo”)
  • Tiger Mask” (“L’Uomo Tigre”, di cui l’anno scorso è stato il cinquantesimo anniversario)
  • Ashita Tenki ni Nare!” (“Tutti in Campo con Lotti”)

Come per tutti gl’altri generi, anche lo spokon ha subito un’evoluzione nel tempo e quello che vogliamo andare a capire oggi è: come si è evoluto e sotto quali influenze.

Ashita no Joe: uno dei più iconici esempi di padri fondatori dello spokon

Andando a cercare su Wikipedia si evince che le discipline sportive olimpiche in cui il Giappone eccelle sono: Lotta, Ginnastica, Judo, Tennis da Tavolo, Pallamano e Nuoto. Quindi almeno sul lungo termine, considerando che di anime sportivi ne sono stati prodotti sulle più svariate discipline, le vittorie olimpiche non possono essere considerate uno di quei fattori… ma vi ricordate quando sono nati alcuni dei più iconici spokon di sempre? Esatto! Tra gl’anni 60′ e 70′, e cosa successe nel 1964? Il Giappone ospita i giochi olimpici a Tokyo e vince ben 16 medaglie d’oro, 5 d’argento e 8 di bronzo! Non vi basta? Alle olimpiadi successive tenutesi a Città del Messico nel 1968 questa incredibile serie di vittorie, anche se non totalmente, fu riconfermata. Ma perchè fermarci qui? Continuiamo:

  • “Kuroko no Basket”
  • “Haikyuu!!”
  • “Free!”

Tutti spokon moderni. Il primo fu cominciato a serializzare nel 2008, 4 anni dopo che Il Giappone ad Atene fece una strage pari a quella di Tokyo, il secondo nel 2011: un anno prima delle olimpiadi del 2012 a Londra con il più alto numero di argenti e bronzi conquistati fino a quel momento e ben 9 medaglie d’oro continuando di fatto a seguire la scia positiva delle precedenti olimpiadi. Per Free! neanche ve lo sto a dire, stessa storia.

A questo punto potremmo anche sbilanciarci un attimino ed affermare che: sicuramente la qualità degli spokon non è interamente influenzata dalle vittorie olimpiche del Giappone; ma che nel breve termine oltre ad influenzare in parte in modo diretto gli autori, il feedback di rimando che si crea dopo la serializzazione derivante anche dalle più vicine vittorie olimpiche aumenterà le vendite dei volumi che a loro volta re-influenzeranno positivamente la qualità degli stessi.

Provate a immaginarvelo in Italia: anno “x”, l’ Italia vince un casino di medaglie d’oro; tutti sono presi bene dalla cosa ed i genitori iscriveranno i figli ai più disparati sport di cui il giorno prima non sapevano neanche il nome. Voi siete un fumettista e vi rendete conto che la nuova onda da cavalcare è l’attività fisica, cosa fate? Semplice! Fate un fumetto su quell’argomento!

Kuroko no Basket

Se il primo fattore influenzante è qualcosa di leggermente più fine da cogliere, quello che andiamo a presentare adesso è invece molto più palpabile.

Non vi saprei assolutamente dire in che anno o con quale opera sia iniziata questa tendenza ne se sia legata ad un terzo fattore “x” che dopo andremo ad ipotizzare, ma è quantomai evidente che da un certo punto in poi gli spokon sono diventati degli shonen battle.

Esaminiamo la struttura di uno spokon: formazione della squadra/scoperta del talento o talento pregresso del singolo, formazione base sullo sport in questione/singolo ancora immaturo e alle basi della disciplina, allenamento, ritiro, prima partita/match che segna un punto si svolta, allenamento consapevole, miglioramento, partite/match di difficoltà via via sempre maggiori, scontro finale con vittoria/sconfitta, allenamento esaltato dalla vittoria/sconfitta, vittoria.

Raga è l’ABC di uno shonen battle, mi sembra di aver letto il plot di “HunterxHunter“. Non fraintendetemi: va bene così; le dinamiche di un’avventura dove ci si danno un sacco di mazzate, se esistesse una roba del genere nella realtà, sarebbero le stesse di quelle in gioco per diventare un campione sportivo. Questo è il motivo per il quale, tra le altre cose, mentre stai vedendo la novantaseiesima puntata di un anime sul tiro con l’arco tradizionale giapponese pensi: cavolo, non pensavo potesse piacermi tanto il tiro tradizionale con l’arco giapponese! In realtà a te non te ne frega niente del tiro tradizionale con l’arco giapponese perchè stai guardando una parafrasi di gente che mediante il tiro con l’arco tradizionale giapponese sta in realtà combattendo. I tuoi occhi ed il tuo cervello lo percepiscono come quello che dovrebbe essere ma il tuo cuore lo percepisce come una battaglia e, complice lo stile giapponese nel narrare queste cose con campi e controcampi, musiche gasanti al momento giusto, inquadrature strette ed emozionali sull’obbiettivo finale; anche una battaglia piuttosto coreografica!

Free!

Il dubbio che rimane.

Il terzo possibile fattore influenzante è stato la grammatica videoludica dei giochi di azione/avventura in terza persona?

La risposta è si, ma solo per gli spokon moderni. D’altronde stiamo parlando del paese che ha dato i natali alla Sony e alla Nintendo. In ogni caso quel modo di fare videoludica di sviluppa a partire dagl’anni 90′ in poi.

Il peculiarissimo stile narrativo di alcuni di questi giochi si basa sul miglioramento del proprio pg attraverso l’allenamento costante simboleggiato dal ritrovamento di potenziamenti di varia natura, e dal progressivo intensificarsi degli scontri sia per quantità che per qualità. Con i dovuti rimaneggiamenti l’incipit rappresenta proprio ciò di cui abbiamo parlato fino ad adesso forse anche in virtù del fatto che i manga stessi hanno per prima influenzato i videogiochi. Quest’ultima tesi più che una certezza assoluta rimane una possibilità, concreta ma pur sempre una possibilità, certo è che quanto meno rappresenta un importante spunto di riflessione.

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Amicizia e Rivalità negli Anime.

Concomitanti, a volte simili, ma in realtà molto diverse.

Amicizia e Rivalità sono elementi narrativi molto spesso presenti in fatiche letterarie, filmiche ed artistiche; data quindi la loro natura prettamente inerente ai generi, abbracciano nel medesimo modo anche gli anime.

Gli autori da sempre usano questi due tasselli fondamentali nelle loro storie e con il tempo sono riusciti a farci abituare all’idea di accostarli perennemente fino a quasi a farceli confondere ed in alcuni casi fonderli. Detto questo quindi, per quanto potrebbe sembrare ovvio e scontato, è giusto che io vi ricordi che non solo sono due cose del tutto differenti ma anche che molto spesso non concorrono neanche insieme.

Laddove in un narrato vi possa essere tra due soggetti amicizia potrebbe non esserci rivalità, così come è valido anche il contrario, cosi come è valida anche la presenza di entrambe.

Midoriya e Bakugo: Rivali ma non amici

Questione di genere.

Quando si parla di amicizia e rivalità negli anime la mente viaggia subito verso il panorama Shonen Battle per due motivi fondamentali riguardanti due tipologie di fruitori del media: il consumatore occasionale e quello più esperto.

Non è infatti un mistero che il consumatore occasione si butti a capofitto sul prodotto di moda in quel momento ed indovinate un po! Qual’è il prodotto sempre di moda in questo ambito? Esatto! Il nuovo Shonen Battle di turno da almeno 100 puntate o più.

Per l’esperto la questione cambia invece: nonostante lui sia consapevole che quel microcosmo possa essere presente tanto in uno Spokon quanto in uno Slice of Life gli è comunque difficile immaginarseli come esempi figurativi, poichè in anime da 12 o 24 puntate è difficile ci sia spazio per un approfondimento psicologico così calzante da ricordarcelo in modo chiaro come invece fa un’avventura che ti accompagna per una più grande porzione della tua vita. Ciò che ho appena descritto è anche il motivo del perchè nonostante la rivalità tra Ban e Meliodas di Nanatsu no Taizai ,derivante da uno shonen battle, chiunque di noi si sarà ricordato prima quella tra Goku e Vegeta; Dragon Ball non solo ci ha accompagnato per un periodo più lungo della nostra vita ma anche in uno diverso e per molti di noi più nostalgico, semplicemente è più memorabile.

Goku e Vegeta, amici e rivali

Siccome anche io sono vittima di questa cosa voglio parlarvi brevemente dei rapporti di rivalità/amicia proprio in Dragon Ball, Boku no Hero Academia e Naruto (mica potevamo escludere Naruto da sto discorso, eh!); per poi in seguito tratte le mie conclusioni generali e finali.

Goku e Vegeta.

La caratteristica del rapporto tra Goku e Vegeta, molto spesso riscontrabile in storie del tipo, è che Vegeta prima di essere in una relazione almeno decente con Goku è stato un suo nemico e non uno qualsiasi ma il Main Villain di un’ intera saga. Nello scontro con Freezer, Vegeta si rende conto di essere inferiore a Goku e pure di parecchio; da quel momento in poi deciderà di rincorrerlo per poterlo superare e ripete sistematicamente questo ciclo ogni qual volta che Goku diventi nuovamente più forte di lui. Durante la saga di Majin Buu il Principe dei Sayan si confessa parlandoci di quanto fosse disperato nell’essere stato reso così umano da Goku e compagni, è perciò intuibile come nonostante il più stempiato degli scimmioni volesse bene a Bulma e Trunks probabilmente si era fatto una famiglia almeno in parte per spirito di competizione con il guerriero dall’acconciatura più riconoscibile di sempre. Alla fine della medesima saga, Vegeta si confessa di nuovo nel considerare Kakarot il migliore; sia in GT che in Super nonostante non ritorni sui suoi passi cede comunque a quel tarlo nel cervello che agisce sulla sua inerzia e continua a trascinare stancamente il suo orgoglioso ego fino ad un muro con sopra scritto NUMERO DUE.

Dopo l’incontro con Beerus tutte la nostre considerazioni riguardo l’incrocio di intenzioni tra i due devono essere riviste: Goku per la prima volta PERDE in maniera definitiva e senza appello!! Ed è li che Goku capisce che il desiderio di scontrarsi con i più forti gli deriva solo in parte dalla volontà di proteggere, quello che veramente vuole è semplicemente COMBATTERE! Ed è per questo che la rivalità tra Goku e Vegeta è unilaterale, solo il secondo considera l’altro un rivale; al primo non gliene frega niente di superarlo se mai dovesse divenire nuovamente più forte di lui, vuole solo menare le mani. Questo è anche il motivo del perchè Vegeta sarà sempre il numero due: Vegeta fa qualcosa in relazione a quello che fa un altro, Goku quando fa qualcosa lo fa solamente per lui.

Midoriya e Bakugo.

Durante la visione di My Hero Academia si potrebbe essere tratti in inganno dal fatto che nei ricordi di Deku da piccolo sembrerebbe che lui e Kacchan fossero amici, quando in realtà solo il protagonista considerava il secondo tale; Bakugo se lo teneva intorno per vantarsi delle sue capacità superiori e qualche volta sfogarsi fisicamente. Il salto temporale che divide la loro infanzia dall’adolescenza oltre a separare i due, rende anche le loro caratteristiche più accentuate: Kacchan è un bullo convinto del suo troneggiare sugl’altri, Deku è un ragazzino rimesso e sognatore che in cuor suo ha già perso le speranze di poter anche solo competere con il resto del mondo vista la sua impossibilità nello sviluppo di un potere.

L’animo sognatore di Midoriya è ciò che forse da più fastidio alla sua controparte, entrambi vogliono entrare alla scuola per supereroi migliore del Giappone: come? com’è possibile che quella nullità voglia potersi confrontare sul mio stesso terreno? Probabilmente è questo che Bakugo avrà pensato all’epoca, la mazzata finale per lui arriva quando nel medesimo arco narrativo Deku, cercando di salvare il suo esplosivo compare, dimostra di possederne quantomeno lo stesso coraggio. In tutto questo non si capisce molto bene se comunque per Midoriya Bakugo è ancora un amico o se lo tratta con tanta delicatezza per via della sua bontà d’animo.

Fatto sta che nel prosieguo della storia arriviamo al loro scontro risolutivo sia ideologico che fisico, entrambi ammirano fortemente l’eroe numero uno All Might ed entrambi si ritengono degli di rappresentarlo come nuovi eroi numero uno in futuro. Tanti eventi separano l’incipit del loro rapporto da questo primo vero contatto tra i due: Midoriya viene ammesso alla Yuei grazie ad un potere che Kacchan non comprende, Deku vince la sfida di salvataggio a squadre, Bakugo vince il torneo del festival sportivo, Bakugo sviluppa la sua vera prima amicizia con Kirishima, Bakugo viene rapito e Midoriya lo salva ; questa serie di alti e bassi vissuti da entrambi comporterà lo sviluppo di due assets psicologici perpendicolari: Kacchan ha capito che non è il migliore e che se lo vuole essere deve impegnarsi e non sottovalutare gl’altri, mentre il protagonista si rende conto di essere diventato forte e di poter competere. Dopo la vittoria di Bakugo quest’ultimo, rimanendo amareggiato dal fatto che comunque All Might aveva già scelto il suo seguace in Deku, continuerà con la sua linea di pensiero ma spronerà il suo rivale a fare sempre meglio temendolo nel contempo.

Naruto e Sasuke.

Nell’epica avventura del Ninja Biondo gli scontri sono solamente una parafrasi sul piano fisico di una battaglia più complessa e stratificata che avviene nelle menti dei guerrieri su un piano metafisico. Ciò può essere dichiarato con una certa leggerezza visto il concetto più volte ribadito nell’anime secondo il quale i guerrieri migliori riescono a capirsi solo combattendo. Il rapporto tra i due può essere tranquillamente sintetizzato in tre punti fondamentali poichè, anche tralasciando il resto della storia, il più massiccio sviluppo delle loro intenzioni nei confronti l’uno dell’altro avviene proprio in quei 3 punti fondamentali:

  1. Durante l’infanzia nel villaggio di Konoha Naruto e Sasuke sono praticamente uguali, sono entrambi soli; la differenza è nel come succede e nel come si reagisce. Naruto non ha consapevolezza di quello che è successo alla sua famiglia, Sasuke dal canto suo invece si; e proprio per questo decide di immettere il suo talento innato in un rigoroso allenamento. Naruto invece cedendo alla tentazione dei non talentuosi agisce sempre in maniera svogliata e pigra. In tutto questo nonostante Sasuke sia apprezzato e ben voluto da tutti si sente comunque tagliato fuori dal mondo, l’unica consolazione che entrambi posseggono è la consapevolezza di essere sulla stessa barca e proprio per questo amici inconsapevoli
  2. Quando Naruto decide di andare a recuperare Sasuke la prima volta si è già reso conto di considerarlo un amico e la stessa cosa vale per il ninja corvino; il loro scontro ideologico si basa sul fatto che Naruto non possa realmente capire il dolore di Sasuke, in quanto il primo è stato solo da sempre mentre il secondo ha perso qualcosa che ricorda. La rivalità tra i due finisce in questo punto e da qui comincia invece lo sviluppo dell’affetto che li lega, Naruto difatti è in questa occasione che cerca di inculcare alla controparte il suo sentirsi legato a lui da un filo che non vorrà mai spezzare
  3. Nello scontro finale i due amici si sono già compresi, ora semplicemente combattono per imporre sull’altro il loro punto di vista che con le esperienze è diventato più stratificato e complesso. Fino ad un istante prima erano felici, felici di aver potuto di nuovo collaborare contro un nemico comune spingendo fino a limiti massimi la loro rivalità ma dopo tutto cambia di nuovo: e da una parte abbiamo Sasuke con la sua convinzione che per governare e scacciare il male dal mondo ci voglia la forza e dall’altra Naruto convinto della maggiore importanza di amicizia e collaborazione (analisi filosofica insufficiente me ne rendo conto, ma è per amore di sunto). Su piano fisico pareggeranno, su quello mentale vincerà Naruto.
Naruto e Sasuke: molto più amici che rivali

Considerazioni finali.

Ve lo dico subito: tra i tre sviluppi quello più banale per me è quello tra Bakugo e Midoriya, sopratutto perchè poco emozionale, anche nel picco massimo.

La forza della narrazione del rapporto di Sasuke e Naruto riesce invece ad essere devastante poichè nel loro mondo ogni personaggio ha una filosofia di vita ben costruita e sviluppata che mette in campo ogni volta che combatte. Il fatto che nonostante questo i due modi di vedere contrapposti del ragazzo volpe e dell’emo in fiamme siano così troneggianti su tutto il resto rende il loro sviluppo ineguagliabile.

In ultima istanza è interessante notare come Dragon Ball , l’anime che ha reso così celebre e mainstream lo shonen battle nel mondo, ad un certo punto con un twist rimescoli le carte in gioco; settando probabilmente il nuovo metro di paragone a livello narrativo per quanto riguarda lo sviluppo di un’amicizia/rivalità.

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Storie di “Loop Temporali”

Qualcosa di diverso.

Dunque, per il primo articolo del blog scegliamo qualcosa di un po’ particolare; non è un format specifico, ne un’analisi tecnica di un determinato argomento. Volevo fare qualcosa di diverso: infatti oggi andiamo ad esaminare la struttura dei viaggi temporali, ed in particolare dei Loop Temporali negli anime.

Steins; Gate

Iniziamo con un premessa: sto affrontando la mia tesi riferita al mondo del cartoon giapponese ma sarebbe validissima anche incrociandola con l’universo Hollywoodiano poichè di base stiamo analizzando un espediente narrativo, che come tale può appartenere benissimo all’uno o all’altro mondo; fermo restando che noi lo sviscereremo in richiamo al nostro media preferito.

Detto ciò io ho un serio problema con lo svolgimento degli eventi che portano al dipanarsi di un mistero riguardante un loop temporale. Facciamo alcuni esempi di anime che hanno questa trave nella loro struttura:

  • Steins; Gate
  • Seishun Buta Yaro wa Bunny Girl Senpai no Yume o Minai
  • Toki wo kakeru shoujo
  • Fate/Stay Night Unlimited Blade Works

Ora, non tutti gli anime con all’interno un viaggio nel tempo si trasformano in automatico in una storia ciclica che trova nella sua fine l’inizio del ciclo successivo coincidente con lo start della storia stessa, ma io sono proprio questi casi che voglio analizzare.

Seishun Buta Yaro wa Bunny Girl Senpai no Yume o Minai

Il grosso problema.

Voglio spiegarmi il più chiaramente possibile con voi, quindi da adesso fino alla fine del paragrafo prestatemi la massima attenzione. Ecco quello che succede in una trama di questo genere:

  1. Il protagonista vive degli eventi fino a quando per un motivo o per un altro viaggia indietro nel tempo;
  2. Il protagonista proveniente dal futuro influisce sul suo stesso passato mettendo così in moto i fatti che porteranno la sua versione più giovane ad attraversare le stesse identiche cose che ha vissuto la sua versione più anziana;
  3. A questo punto la versione più giovane è intrappolata in un Loop per il quale è destinato a dover viaggiare nuovamente a ritroso nel tempo in modo da re-influenzare se stesso nel passato e tutto ricomincia da capo.

Concentriamoci sui punti 1 e 2; la domanda che si deve fare è: perchè il protagonista deve viaggiare indietro nel tempo per influenzare il suo stesso passato? La risposta generalmente è: perchè un evento passato molto importante del protagonista non avverrà se lui non torna indietro per realizzarlo, e siccome la regola non scritta dei viaggi del tempo vuole che le due versioni del nostro protagonista non si possono incontrare; la versione futura tornata indietro nel tempo agirà in modo occulto per far si che questo evento accada. Così facendo però, proprio perchè quell’evento è accaduto, la storia della versione passata non si modifica e conseguentemente rivivendo tutto ciò che ha portato la sua versione futura a tornare indietro nel tempo finirà anche lui per decidere di dover tornare indietro nel tempo in modo da fare accadere quell’evento importante per la sua versione passata (in concomitanza con quanto descritto al punto 3 quindi).

Fate/Stay Night Unlimited Blade Works

Il nocciolo della questione.

Il punto signori miei è questo: la prima volta che è avvenuto questo evento così importante per il protagonista come è avvenuto?

Non può di certo averlo fatto accadere il protagonista dal futuro poichè appunto è la prima volta nella quale la linea temporale è ancora dritta prima di fare il giro per ritornare al suo stesso inizio. Quindi?

Io me la sbrigo in questo modo: la prima volta l’evento sarà successo per caso e le successive volte bisogna farlo accadere in maniera meccanica, anche se mi rendo conto che è un po’ insoddisfacente come risposta; tra l’altro l’antitesi più comune recita l’insensatezza della domanda poichè un loop non è altro che una porzione del tempo staccata da tutto il resto ferma nella sua ciclicità, ne conviene che non ha scopo chiedersi quali siano stati gli inizi o la fine di uno specifico accaduto. E come se non bastasse poi ci sarebbero altre miliardi di incongruenze e possibili spiegazioni da tenere in conto: come la teoria degli universi paralleli e compagnia cantante, cosa che noi non faremo in questa sede poichè sia a me che a voi sta già fumando il cervello.

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