Il Percorso di una Passione e la Realizzazione di esso.

Parte 2.

Eccoci qua, con la seconda parte dei 100 anime da vedere per primi, in modo da riuscire ad approcciarsi a questo mondo in scioltezza. Per la lettura di questo articolo è propedeutica la lettura della parte 1.

Avvertenze.

La scorsa volta ci siamo rivolti ai maschietti elencando 10 shonen battle puri, in questa sede invece ci occupiamo dell’altra metà del cielo elencando 10 shojo incontaminati o con pochissime contaminazioni di sottogenere. Ciò va a tradursi nel fatto che: come per il precedente post nel quale avevo intimato alle novelli di sesso femminile di lasciare per ultime le visioni in questione, in modo da acquisire un certo grado di apprezzamento del media così da sopperire alla mancanza di stimolo narrativo interessante per loro; adesso faccio lo stesso per i novelli ragazzi: queste opere lasciatele per ultime per lo stesso motivo sopracitato.

L’inizio di tutto. Parte 2.

“Lovely Complex”.

Trama.

Risa è alta, Atsushi è basso, ed entrambi hanno un complesso in merito alla loro statura. Nel vederli insieme la loro classe di appartenenza li etichetta come duo comico: un po’ per l’altezza, un po’ perchè stanno sempre a litigare visto che Atsushi prende in giro Risa a causa della sua fisicità, un po’ perchè fanno riferimento agli “All Hanshin Kyoujin” come famoso duo comico giapponese composto da un tizio alto ed uno basso. Atsushi è amico di Suzuki e Risa è amica di Chiharu, Risa è innamorata di Suzuki e Atsushi è innamorato di Chiharu; ecco quindi che nasce l’imprevedibile alleanza tra Atsushi e Risa per poter soddisfare i loro personali desideri, ma non tutto andrà come previsto…

Contesto e Focus.

In questo caso non esiste un vero e proprio focus quanto più che altro una motivazione per la quale una ragazza o una donna che si approccia per la prima volta all’animazione giapponese dovrebbe partire da qui.

Lo svolgersi degli eventi di Lovely Complex è molto rilassato e fluido, le puntate vanno via come ciliegie e in men che non si dica diventa il feticcio romantico-amoroso di cui tutti abbiamo bisogno a spot nella vita. Una vera e propria fuga dalla realtà che scalda il cuore fino a quando la temperatura è giusta e l’acqua che bolle trabocca dagl’occhi.

All’interno dell’opera potremo gustare per la prima volta tutte le premesse e gli stereotipi narrativi che verranno rimarcati adesso e in futuro dalle stesse fatiche animate del medesimo genere. Quindi: gita al mare, gita scolastica, fraintendimenti, caratterizzazione psicologica atta alla realizzazione dell’innamoramento, rivale in amore, il Natale passato con l’oggetto della propria passione e così via.

Andando avanti nel progetto e nella scaletta vi renderete conto da soli della cosa. Ricorderete il primo punto fisso di facile fruizione da cui siete arrivati e vi si stamperà sulla faccia un sorrisetto malizioso che sottointende alla vostra consapevolezza. Consapevolezza della contestualizzazione delle premesse e degli stereotipi narrativi di genere pocanzi citati.

Se lo cerchi in streaming legale non lo trovi, i diritti li detiene la Dynit ma non lo reimmette su VVVID; quindi comprati il DVD da Amazon. Stagione singola da 24 episodi della durata di 20 min. ciascuno

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/1137/lovely-complex

“Ao Haru Ride”.

Trama.

Futaba durante le scuole medie era innamorata di un ragazzo, tale Tanaka, ma non è mai riuscita ad esprimere i suoi sentimenti per lui a causa di un problema creatosi con le sue compagna di classe. Infatti Futaba era una ragazza molto carina e con atteggiamenti molto femminili, in questo modo ha calamitato verso di se l’invidia del genere femminile orbitante attorno alla sua figura poichè esse credevano in una sua intenzione di attrarre indiscriminatamente ogni ragazzo che le si avvicinasse. Ora che Futaba è alle superiori cerca di porre rimedio assumendo comportamenti gretti e mascolini in modo da evitare problemi; così facendo, un giorno, incrocia Tanaka per i corridoi della nuova scuola. Anche lui è molto cambiato.

Contesto e Focus.

Shojo tra i più classici in assoluto nel quale viene rimarcata molto spesso la tematica della gelosia, della competizione amorosa e della dichiarazione dello stesso; persino i disegni, nonostante abbiano una forte impronta moderna anche nell’uso brillante dei colori, rimarcano molto lo stile anni 80′. Le contaminazioni riguardano la tematica shonen del gruppo di amici che comunque da un certo punto della storia del genere sentimentale in poi è diventata onnipresente, anche perchè molto spesso risulta congeniale alla trama e allo svolgersi degli eventi.

Voglio permettermi appunto: la scena della opening nella quale Futaba sussurra qualcosa all’orecchio di Tanaka è una roba stravisuale e realizzata da Dio. Io personalmente da uomo l’ho trovata sia molto eccitante che particolarmente romantica. A volerla dire come si deve però, è proprio tutta la opening che risulta eccezionale.

Per questo non trovate nemmeno i DVD su Amazon, nemmeno se vi accontentaste dei sottotitoli in inglese. Motivo per il quale in suddetto caso l’unica soluzione è Animeunity.it(no, sono stanco di ricordarvi quanto il mercato dell’animazione giapponese in Italia sia una mafia perciò se volete potete fare riferimento a questi articoli: https://fanaticidianime.com/2020/04/04/il-percorso-di-una-passione-e-la-realizzazione-di-esso/ https://fanaticidianime.com/2020/04/15/ma-io-sti-anime-dove-li-guardo/); la serie consta di 12 episodi della durata di 20 min. con in più 2 OAV della medesima durata imprescindibili per dare una conclusione alla visione della stessa e comprenderne un retroscena fondamentale.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/5176/ao-haru-ride

“3D Kanojo Real Girl”.

Hikari è un Otaku fatto e finito. Il suo interesse per le ragazze si limita a quelle in 2D, considerate da lui migliori rispetto a quelle reali proprio a causa della loro realizzazione programmatica atta a soddisfare tutti i requisiti della ragazza perfetta. Iroha, dal canto suo, ha la nomea di ragazza facile e si pone agl’altri in modo schietto con l’ovvia conseguenza di avere poche amicizie femminili. A causa di un ritardo, per l’entrata a scuola, entrambi dovranno scontare la punizione pulendo la piscina dell’istituto. Fin da subito parte lo scontro e l’inizio non è dei migliori, ma le cose prendono una piega inaspettata quando Iroha difende Hikari da alcuni bulli; Hikari questo non se lo aspettava e nel dover riconsiderare le parole rivolte alla ragazza viene sorpreso da un suo appassionato bacio condito da un’amara confessione. Iroha ha una malattia, o forse no?

Contesto e Focus.

Ve lo dico subito: questa è una roba sconosciuta ai più e da quelli che la conoscono viene reputata una mezza schifezza. Io personalmente non sono d’accordo. I disegni non sono il top ne sono al passo coi tempi, ma non sono neanche brutti; si lasciano tranquillamente guardare. Per le animazioni, come faccio riferimento nell’articolo riguardante la stessa, dico sempre che è qualcosa di poco importante per i sentimentali: la ciccia è altro in questo opere, non la fluidità dei movimenti dei personaggi. Gli sfondi per contro invece sono abbastanza ben realizzati.

La concentrazione questa volta viene tutta assorbita dalle tematiche della maturazione adolescenziale e le problematiche che comporta, il rapporto amoroso tra due individui e la loro sessualità reciproca. Quest’ultimo punto in particolare non viene spesso affrontato e già solo questo riesce a rendere il cartone animato in questione diverso; altra caratteristica che lo contraddistingue è il salto temporale fino all’età adulta dei protagonisti e il fatidico bacio dei protagonisti fin dalla prima puntata che sovverte gli stilemi. Inoltre durante la visione esiste sempre un certo grado di ansia e malinconia per la malattia di Iroha facilmente scordabile durante il computo totale, ma che ti colpisce con violenza ogni volta che viene riemembrata.

Anche questo ve lo dovete recuperare su Animeunity.it, 2 serie da 13 episodi ciascuno per la durata di 20 min. a puntata.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/22695/3d-kanojo-real-girl

“Itazura na Kiss”.

Trama.

Kotoko è una ragazza ingenua e goffa. Naoki è il number one boy dell’istituto Irie, nonchè il ragazzo perfetto. Kotoko è cotta persa di Naoki, invece Naoki la odia. A causa di un incidente Kotoko perde la casa, in questo modo lei è suo padre devono trovare un’altra sistemazione. Per fortuna che il padre di Kotoko e quello di Naoki sono amici di vecchia data!(Chi se lo sarebbe mai aspettato, ma guarda un po’ te le coincidenze!) Fatto sta che da quel momento in poi Naoki e Kotoko vivranno sotto lo stesso tetto. Per sempre.

Contesto e Focus.

Anime del 2008, ancora più classico di Lovely Complex con forti rimandi ai peggio drammi adolescenziali in puro stile giapponese alla “Piccoli problemi di cuore”. Stesso stile di disegno, la tipologia di coppia come da manuale è impossibile sia nei tratti positivi che negativi, stereotipo di uomo alla Eric e stereotipo di donna alla Rossana. Non solo! Kotoko è pura una sottona. E a noi di tutto questo, dove gl’altri vedono solo negatività, ce ne frega poco e nulla perchè anzi è proprio quello che vogliamo da queste storie! Eh che cavolo, diciamola tutta una volta come si deve! Vedi alcune recensioni che inneggiano alla morale sbagliata insita nello svolgersi stesso degli eventi con tutti i difetti del caso; raga ma è finzione! Tra l’altro è finzione che rispetta proprio le richieste degli spettatori del genere. Ma cosa volete? Di cosa stiamo parlando? Che se poi vogliamo fare i pignoli c’è anche l’elemento innovativo del vivere insieme fin da giovanissimi. Eh ma Kotoko è un personaggio monotematico che si fa sfruttare! Ma quando mai! Kotoko diventa una pari di Naoki nel riconoscere i suoi stessi difetti, le sue potenzialità, i suoi sogni e i metodi per raggiungerli tramite l’impegno; cosa, questa, realizzata dallo stesso Naoki, il suo carattere freddo e distaccato è un’altra cosa. Comunque, per gli amanti dello shojo, imperdibile.

Qui lo trovate. Serie unica di 25 episodi della durata di 20 min. ciascuno.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/1356/itazura-na-kiss

“Le situazioni di Lui e di Lei”.

Trama.

Yukino: da sempre studentessa che eccelle in tutto, venerata da chiunque e punto di riferimento della scuola. Il suo carattere impeccabile e la sua cordialità le permettono di avvicinarsi a chiunque. La realtà però non è sempre come appare agl’occhi degl’altri; Yukino è una persona diversa nella sua intimità domestica: sciatta, rancorosa, poco formale, rabbiosa ed invidiosa. Oggetto di questo suo odio nascosto risulta essere Arima, possibile prossimo egemone che rischia di sottrarre lo scettro a Yukino. Durante un weekend Arima si dirigerà a casa di Yukino, scoprendone il suo più oscuro segreto.

Contesto e Focus.

Quando si parla delle Situazione di Lui e di Lei si parla di un qualcosa di molto particolare poichè l’adattamento animato è stato affidato ad Hideaki Anno: fondatore dello studio di animazione Gainax e creatore di Neon Genesis Evangelion. Per chi non fosse esperto di addetti ai lavori sappiate che questi 3 nomi appena elencati hanno cambiato per sempre la storia dell’animazione giapponese mediante un processo evoluzionistico di un’importanza e di uno spessore mai più replicati. Un delle peculiarità registiche del “vero sensei”(Miyazaki spostati) è lo stile registico di tipo sperimentale al quale in questo caso viene aggiunto un altro tassello particolare consistente nel far iniziare alcune puntate con le spiegazioni del contesto storico del Giappone dell’epoca nella quale gli eventi dell’anime si svolgono. A livello visivo questa è accompagnata dalle riprese reali, non animate, di una bicicletta alle prese con un percorso urbano, il tutto in timelapse. Scelta questa sicuramente adottata a causa della penuria di risorse destinate al progetto, rendendo una problematica virtù. Potreste notare un cambio di tono dalla diciottesima puntata in poi a causa della sostituzione del regista, anche se in tutta sincerità io non l’ho notato. L’anime doveva durare di più, ma le divergenze artistiche tra Hideaki Anno e l’autrice Masami Tsuda han fatto si di troncare la serie animata senza una vera e propria conclusione.

Il modo in cui le tematiche relazionali adolescenziali vengono messe su schermo rasenta lo psichedelico; questo dona la tutto un sapore particolarissimo che riesce a centrare con precisione millimetrica tutti quelli che sono i drammi, e le loro reali interpretazioni, dei protagonisti. Sessualità, maturazione, difetti comunicativi, senso di abbandono dovuto ad una crescita disparitaria dei membri della relazione e artificiosità caratteriali sono solo alcuni degli argomenti approfonditi in questa splendida opera animata.

Qui siete fortunati e lo trovate su VVVVID. Serie da 26 puntate da 20 min. ciascuna; non saltate le introduzioni che sono importantissime! Vanno viste!!

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/258/karekano

“Kami-sama Hajimemashita”

Trama.

Nanami è stata cacciata di casa dai creditori del padre, un accanito giocatore d’azzardo, nel mentre che riflette su che cosa fare riesce ad avere la prontezza di salvare da un cane rabbioso un misterioso individuo di nome Mikage che per ringraziarla le cede il suo alloggio. Trattasi di un santuario sorvegliato da uno spirito-volpe di nome Tomoe. A partire dal loro primo incontro inizierà la loro storia.

Contesto e Focus.

Con Kami-sama Hajimemashita abbiamo proprio quelle influenze di sottogenere di cui parlavo prima e nel caso specifico riguardano il fanatasy-soprannaturale del folklore mitologico giapponese. Non preoccupatevi, è solo un pretesto per una storia d’amore e non è neanche invadente; difatti trovano posto anche le normali dinamiche scolastiche di genere. Si riesce anche a percepire un po’ quel sentore di rapporto padrone-serva un po’ osè che non guasta mai. Non vi è molto altro da dire, semplicemente un must da interiorizzare a tutti i costi.

Prima serie di 13 puntate, seconda serie di 12 puntate, 2 OVA riguardanti la prima serie e poi la serie OVA “Kako-hen” di 6 puntate per concludere. Tutto segue la canonica durata, tranne l’ultima serie che ha puntate da 30 min. ciascuna. Il tutto inderogabilmente su Animeunity.it purtroppo.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/3801/kamisama-hajimemashita

“Wolf Girl and Black Prince”.

Trama.

Pressata dalle sue compagne di classe esperte in materia di relazioni amorose Erika decide di fare la gradassa e si inventa la bugia di avere un fidanzato. Per dare sostegno alla sua fantasia scatta una foto ad un affascinante sconosciuto per strada che poi si rivelerà essere il suo compagno di scuola Sata. Ora Erika ha una prova da mostrare alle sue amiche che però si rendono conto dell’identità del soggetto della foto; presa dal panico Erika cerca di spiegare la situazione a Sata pregandolo di fingere di essere il suo fidanzato. Nell’accettare la proposta Sada smaschera il suo vero carattere sadico dapprima nascosto da modi gentili e pone una condizione: Erika sarà il suo cagnolino.

Contesto e Focus.

Stessa natura del rapporto di Kami-sama Hajimemashita ma ben più marcato. Dapprima i protagonisti si odiano; in seguito la natura del loro rapporto muta, anche se in realtà neanche troppo. Acquisiscono però una consapevolezza l’uno dell’altra tale da farti percepire il tenero tra i due mascherata poi, a tutti gli effetti, da un velo atto a veicolare le risate dello spettatore che a seguito della visione capisce il pretesto. Abbastanza originale negli intenti, poco nell’esecuzione; ma d’altronde è una caratteristica che non abbiamo mai richiesto, quindi va benissimo così.

Bello sistemato sul canale Youtube di Yamato Video, questa volta nessuna fatica. Sono 12 puntate dalla durata canonica più uno special recap dell’intera opera. Esiste anche un OVA ma fidatevi, non provate nemmeno a cercarlo.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/5549/ookami-shoujo-to-kuro-ouji

“Voglio Mangiare il tuo Pancreas”.

Trama.

Haruki è uno studente così timido e confondevole con la massa da rappresentare lo stereotipo del giapponese medio. Un giorno trova, per puro caso, il diario di Sakura: una ragazza affetta da una malattia che presto la porterà alla morte. Sakura tiene questo terribile segreto per se vivendo comunque con allegria e fierezza la sua esistenza, ma ora ha un confidente; la travolgente pazzia delle giornate della ragazza renderà il rapporto tra i due sempre più stretto.

Contesto e Focus.

Questo non è una serie, bensì un film. Un film da ritenersi capolavoro, anche se non assoluto, dell’animazione giapponese moderna e di tutti i tempi. Bellissimo e fantastico sono due aggettivi che non esprimono appieno l’esperienza di questa visione nella quale vengono affrontati temi come l’ineluttabilità della morte, l’accettazione della stessa e l’andare avanti con la consapevolezza di aver lasciato i defunti indietro. Disegni, animazione e sfondi sono di altissimo livello, ma non fuori scala. Qualità assicurata. Se ti interessano queste tematiche in particolare dai un’occhiata al mio articolo: “Filosofia degli Anime II: “I Bambini che inseguono le Stelle/Il Viaggio verso Agartha”.

Vi sta aspettando su Amazon Prime Video.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/21489/kimi-no-suizou-o-tabetai

“HoneyWorks Saga”.

Trama.

La storia di tre amori nati ai tempi delle scuole medie e superiori, sviluppatisi poi fino all’età aduta. L’amore non corrisposto tra Hina e Kota, l’amore germogliato fin dall’infanzia di Setoguchi e Natsuki, l’amore che trascende la separazione spaziale e temporale di Haruki e Mio.

Contesto e Focus.

La HoneyWorks Saga è composta da tre film, rispettivamente:

  • “Zutto Mae kara Suki Deshita. Kokuhaku Jikkou Iinka” del 2016
  • “Suki ni Naru Sono Shunkan o: Kokuhaku Jikko Iinkai” del 2016
  • “Itsudatte Bokura no Koi wa 10 Centi Datta. – Kokuhaku Jikkou Iinkai” del 2017

Da vedere in quest’ordine. Bello, pulito, semplice ed elegante: classicone che ci catapulta nelle atmosfere delle opere sentimentali della decade 00′-10′. Realizzato per gli appassionati del genere.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/8800/zutto-mae-kara-suki-deshita

“Kaichou Wa Maid-Sama”.

Trama.

La “Seika High School” è da sempre stato un istituto per soli maschi, ma recentemente ha aperto i battenti anche alle ragazze. Misaki è la presidentessa di tale istituto e allo scopo di proteggere le nuove iscritte da una presenza testosteronica fin troppo ingombrante si staglierà in battaglie burocratiche contro i ragazzi volte a migliorare la qualità di vita della fauna femminile. Il bellissimo è regale Takumi trova questo suo aspetto molto interessante, ma la fascinazione lo colpirà nello scoprire che Misaki lavora in un Maid-Cafè: luogo di lavoro che ben poco si addice ai precetti della presidentessa. Questo scomodo segreto legherà i due in un intreccio a dir poco comico.

Contesto e Focus.

La particolarità di Misaki come protagonista è il suo essere integerrima e molto severa ma, allo stesso tempo, anche molto femminile e sensuale (non per niente lavora in un Maid-Cafè). Questa sua doppia natura è il risultato di una caratterizzazione psicologica approfondita e sfaccettata che non cade nel tranello di uno stereotipo monodimensionale. Lei è coraggiosa per gl’altri, non tanto per se stessa. Parte dell’onore in questo senso va anche attribuito a Takumi nell’interessarsi ad una ragazza del genere, prediligendo l’autenticità piuttosto che donare il suo amore in modo casuale ad una controparte piatta e statica. L’evoluzione che il duo compie all’interno dell’opera non risulta pretestuoso: vi è una graduale accettazione da parte di Misaki della sua parte femminea, il rapporto padrone-schiava va via via indebolendosi per far spazio ad una consapevolezza da parte di Takumi della necessità di avere accanto Misaki per lenire i graffi del suo passato stratificato e complesso. Introspezioni di questo genere sono cosa molto rara nel genere di riferimento ed è per questo che l’anime risulta rotondo e completo al momento del fatidico bacio dell’ultima puntata; senti proprio come se tutto fosse sensato. Uno shojo vecchio stampo da premiare.

Serie unica da 26 puntate della durata canonica più uno special di 13 minuti. Provate ad indovinare dove lo dovrete andare a reperire… visto il mood dell’articolo di oggi, dovreste averlo già capito.

Link AnimeClick.it: https://www.animeclick.it/anime/2637/kaichou-wa-maid-sama

Finiti di vedere questi siete al livello Novellino.

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Un pensiero sugli Anime… In Prosa.

Anime: “A Silent Voice”

Mi guardo un Anime.

Mi guardo un Anime… Quante volte ho pronunciato queste parole.

Mi guardo un Anime… Il lucido riflesso di uno schermo, qual compagno fidato.

Mi guardo un Anime… Che nel mentre la vita scorre.

I ricordi di alcuni momenti passano fugaci tra una mano nei capelli ed una sulla tastiera e fu proprio li che imparai l’odore delle sei del mattino.

I colori di un alba calda e rossiccia e l’emozione mista al brivido di essere consapevoli di qualcosa di speciale, in quel momento precluso a tutti tranne che a me, ho vissuto una storia meravigliosa che già mi manca… che già ne vorrei ancora.

Chiudendo gli occhi posso sforzarmi di sentire un fresco leggero che già da prima stimola il mio malizioso sorriso; ne rimembro. Ne rimembro di mondi fantastici che nessuno può sperare di viverne di simili, nel buio, nell’ansia, nella gioia, la tristezza, le risate, lo stupore e il batticuore. Ne rimembro.

Ma mai niente è sempre uguale e rimembro anche altro. Il dolore, la fatica, la paura e la privazione. Quanto è dura possedere passione ed ossessione e non poterle vivere ne esprimere fintanto che esse diventano feticcio e droga del sentire uno scopo, del sentire una vita, del sentire la tua vita. Un qualcosa che non sentirà mai il peso degl’anni.

Eppure la sento ancora, anche adesso. Sento ancora la calda e silenziosa coccola della notte dove nessuno giudica e tutti siamo uguali. I momenti di riflessione, il crescere del corpo nei pigiami, le lunghe pause. Ricordo tutto, persino le lacrime ed i su e giù nella stanza.

Com’è possibile mi domando? E la risposta ancora chiara non è, ancora la sto cercando che si nasconde… tra le pieghe della mia mente e del mio cuore. E se ne volessi di più? E se potessi fare di più? Quesiti questi che scandiscono giornate intere siano esse di pioggia o di sole, ma in vero preferisco l’acqua che scende dal grigiume di un cielo pezzato piuttosto che le lance di luce così poco rispettose dell’intimità altrui.

Chissà se quando mi resi conto del profondo disagio era un giorno di sole? Quello non riesco a riportarlo alla mente, ma d’altronde non riesco comunque a farlo con tutto, sicuramente ho perso dei pezzi per strada e a quel pensiero il disagio si acuisce.

Cos’è quella sensazione? Cos’è quella morsa al petto che stringe talmente forte da bloccare gambe e respiro? Perchè quelle lacrime agl’occhi ed il viso così tanto strizzato verso il centro? Cos’è? Che rabbia non saperlo… Oppure lo so? Oppure lo so ma non lo capisco? Oppure lo so ma non lo voglio ammettere?

E se fosse poca appartenenza a questo mondo? Se sentissi di non dover essere qui e di scappare, dove andrei? Probabilmente in quei fantastici luoghi di cui tante parole proferisco. Vado a letto che loro mi chiamano, l’indugiare delle mie fantasie vola per lidi sconosciuti ai più, ma è solo un illusione momentanea… il mio corpo resta bloccato qui.

Arriverà presto un altro giorno ad intimarmi la malinconia e la nostalgia nei ricordi di qualcosa e di qualcuno che non sono mai esistiti.

Mi guardo un Anime… Che il tempo è già poco.

Mi guardo un Anime… Che la voglia e la quantità mai si affievoliscono.

Mi guardo un Anime… Che nel mentre la vita scorre.

– Salvatore Savino

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Filosofia degli Anime II:

“I Bambini che inseguono le Stelle/ Il Viaggio verso Agartha”.

Lo svolgimento di questo articolo è un po’ strano poichè nonostante sia slegato da Filosofia degli Anime I e sia invece legato a Il Rapporto tra Dio e l’Uomo negli Anime, il secondo è legato al primo; quindi in qualche modo il primo è anch’esso legato a questo. Come dico sempre: “non è un esame universitario per il quale esiste una propedeuticità, ma se gli date un’occhiata prima di leggere questa pagina vi aiuta sicuramente nella contestualizzazione”. Tra l’altro in “Filosofia degli Anime I” ho già spiegato come funziona questo tipo di format, conseguentemente dando per scontato che sappiate come funziona non perderei tempo in altre inutili introduzioni.

L’Arca che porta via la vita dal mondo verso i confini di “Agartha”: “Vimana”

Long Story Short.

Asuna è una ragazzina poco espansiva che ha un hobby particolare: vicino casa sua esiste un pendio nel quale si rifugia per stare da sola ad ascoltare una vecchio radio a galena lasciatagli dal padre; per sintonizzarla usa una particolare pietra di cui non sa la provenienza, l’obbiettivo di questa sua attività è riuscire ad udire di nuovo un canto bellissimo e misterioso apprezzato tempo addietro. Asuna non ha dei veri e propri amici, ciononostante apprezza la compagnia di Mimi: un particolare animaletto simile ad un gatto che allevia la solitudine di una casa vuota a causa di una madre spesso assente per lavoro. Un giorno, tornando da scuola, si imbatte in un animale che a prima vista potrebbe essere considerato un orso, riesce a scampare il pericolo grazie ad un ragazzo dalle sovrannaturali abilità magiche ed agilità di nome Shun. Da subito notiamo la somiglianza tra la pietra che Shun porta al collo e la pietra che Asuna usa per il suo dispositivo e forse le fortuite coincidenze del destino hanno portato i due a legarsi anche per questo motivo; legame che comunque dura poco poichè Shun ad insaputa di Asuna si suicida. La tristezza è forte ma la voglia di scoprire cosa si cela dietro quel celestiale suono ancora di più e così Asuna torna per l’ennesima volta sul suo pendio, rimane però sbigottita nel vedere un ragazzo praticamente uguale a Shun osservare lo strampiombo dal quale lui stesso si era buttato. In realtà si rivelerà essere suo fratello di nome Shin in missione per recuperare il pendente del defunto consaguineo: pendente il cui vero nome è “Clavis”, ma le rivelazioni non finiscono qui. Il Clavis è cercato altresì da un’organizzazione segreta soprannominata “Gli Arcangeli” e nel tentativo di sfuggire da loro Shin coinvolge Asuna in una rocambolesca fuga fin dentro alcune grotte sotterranee. Shin sta cercando di tornare ad “Agartha”: una città leggendaria meglio nota come “Shambhala” e per farlo deve sconfiggere il guardiano preposto alla sua entrata, il “Quetzalcoatl”, una creatura mistica che un tempo fungeva da guida per l’umanità ora impazzita per l’inquinamento globale. Qui capiamo che l'”orso” era in realtà un Quetzalcoatl spintosi fuori dalla sua tana e divenuto aggressivo, il che ci porta alla conclusione che la zona dell’incontro tra Asuna e l'”orso” fosse vicina all’ingresso celato agl’occhi dei più. La realtà però risulta nel fatto che di queste creature ne esistono molte e sono a tutti gli effetti delle abitanti di Agartha. Lo scontro ha esito positivo ma con l’intervento degli Arcangeli il guardiano viene sconfitto e in un colpo di scena si scopre che uno dei professori di Asuna fa parte di loro: il suo obbiettivo è far rivivere la moglie defunta ed in una divisione di intenti tradisce l’organizzazione per unirsi ad Asuna e Shin che comunque lo accolgono in maniera riluttante nel party; i soldati rimangono tagliati fuori perchè per accedere ad Agartha serve il Clavis. Il gruppo ha comunque vita breve poichè Shin ha portato a compimento i suoi obbiettivi e nel rimanere da sola con il professor Morisaki, Asuna intraprende un viaggio nel quale attraverserà molte sensazioni di attaccamento alla figura maschile a lei vicina come se fosse un padre; padre che nella vita di Asuna non esiste più. Il professor Morisaki è a conoscenza, grazie anche alla loggia di cui faceva parte, della geografia del luogo e di come raggiungere l’altare per il rituale proibito in concomitanza dell’arrivo dell’arca della divinità che porta via la vita: “Vimana”. Da qui in poi il corso degli eventi procede molto spedito: Asuna rincontra Mimi solo per separarsene quando viene spiegato che è una creatura di quel mondo e che quindi una volta esaurito il suo compito tornerà a fare parte dei Quetzalcoatl come esecutore di destini e portatore di verità; il professor Morisaki scoprirà di come nel tempo Agartha sia stata preclusa agli esseri umani in superficie a causa della distruzione che questi portavano ogni volta; Shin riceve comando dall’ordine ecclesiastico di cui fa parte di cacciare via i suoi “ospiti” dal loro territorio e nel tentativo fallito scopre, mediante sue personalissime considerazioni, che il decadimento di Agartha deriva proprio dall’accettazione che i suoi abitanti hanno nella consapevolezza di unirsi al loro Dio Astrum per migrare verso la fine della vita; infine Morisaki cerca invano di far rivivere la consorte usando come contenitore per la sua anima Asuna, l’insuccesso però di questa operazione viene però determinato dalla consapevolezza di Asuna dell’aver intrapreso questa esperienza perchè fondamentalmente si sentiva sola e dalla rottura del Clavis, usato come chiave di attivazione del tutto, da parte di Shin. Le vicende di concludono con la perdita della vista da parte del professore come scotto da pagare per il suo affronto ed un suo “pentimento” che in realtà è più un accettare le cose. L’accettazione è un sentimento che pervade anche Asuna, ora anche consapevole che il suono che il suono che per tanto tempo aveva ricercato era il canto del cigno di Shun consapevole della sua morte di li a poco. Lei rientrerà in superficie pronta a vivere con un nuovo spirito le sue giornate, Shin e Morisaki resteranno sottoterra per vivere come reietti consapevoli delle loro scelte.

La sincronizzazione di “Mimi” con un “Quetzalcoatl”

Delucidazioni e Filosofia.

Andiamo a chiarire alcuni aspetti visti brevemente nella trama.

A prescindere che senza dubbio questa sia una storia di formazione prima di Asuna e poi di Shin e Morisaki, è comunque interessante l’approfondimento indirizzato su quei pochissimi punti bui che io stesso ho deciso di non esaminare nel paragrafo precedente.

Shun la prima volta che canta è già un Quetzalcoatl anche se in forma ancora umana, dopo il compimento del suo suicidio si reincarna in una forma più confacente ad un emissario di Astrum. Questo è il motivo per il quale quando Asuna sente cantare questa creatura si ricorda del canto sentito tempo fa: era lo stesso. Questo Quetzalcoatl in particolare è quello che assorbe Mimi e che poi guida Asuna e Shin fino alla Porta di Vita e Morte dove il professore si stava recando. A questo punto è facile capire come Shin avesse esaurito il suo compito nel fare approcciare Asuna al suo mondo segreto e come Mimi avesse esaurito il compito nel tenere compagnia ad Asuna fino a quando non fosse stata più sola; quel Quetzalcoatl in particolare è quindi il portatore della verità di Asuna ed esecutore del destino della stessa. Quando anche questo esaurisce il suo compito, canta per far riecheggiare i suoi ricordi nel tutto e si suicida buttandosi dallo strapiombo verso il cimitero dei Quetzalcoatl esattamente come aveva fatto Shin. La scena nella quale Asuna è a metà tra la vita e la morte ed incontra proprio Mimi e Shin ce ne fa rendere maggiormente conto.

Shun diventa un reietto perchè impedendo ai soldati di una delle cittadelle di Agartha di fermare l’avanzata del professore verso il luogo del rituale proibito rinuncia anche alla missione affidatagli dalla chiesa di “Kana” e quindi alla sua appartenenza ad essa. Shun fu spinto ad agire in questo modo per ripagare un debito che aveva nei confronti di Asuna quando lo salvò dalla corrente di un fiume in piena, ma anche e sopratutto per affetto verso di lei e un rifiuto dei precetti religiosi dei cittadini sotterranei(che poi chiariamo una roba: io dico sotterranei perchè le entrate di Agartha sono situate sottoterra ma a conti fatti la magia che permea quel luogo lo rende una dimensione separata dal resto, infatti hanno un cielo sopra le loro teste. Certo, potrebbe essere che prima vanno sottoterra e poi sbucano da qualche altra parte, ma questo nel film non è precisato). Il discorso per il professor Morissaki è invece diverso: lui è reietto due volte, la prima come estraneo e la seconda come operatore del rituale proibito.

Asuna e Shun

La filosofia filmica si può riassumere in attaccamento, distacco e maturazione. Difatti i tre attori principali affrontano chi prima, chi dopo, le stesse esperienze in tal senso.

Asuna.

Asuna è attaccata in maniera maniacale alla sua solitudine, ci è così abituata che la turba modificare la sua routine nella quale lei ha il suo posto speciale dove nessuno la giudica e dove non deve farsi capire. La realtà dei fatti però non è proprio così: Asuna ha delle compagne di scuola che la apprezzano e vorrebbero fare amicizia con lei, è lei a rifiutare, anche se in una maniera tale per la quale lei si possa comunque giustificare nel crogiolo della solitudine autoimposta. Poi, chiariamo: per una parte è assolutamente vero, la difficile situazione familiare ed i costanti impegni casalinghi e di studio la portano in un bolla tutta sua fatta di svariate ore di fatica al giorno; esperienza per la quale non può avere riscontro e confronto con persone della sua età. Ciò è normale che alla lunga porti all’isolamento fisiologico, ma il degeneramento della situazione fino all’estremo però è farina del suo sacco: nessuno la capisce ok, ma anche lei non fa nulla per farsi capire. Non solo, in tutto questo Asuna è anche la migliore della classe e alcuni gruppetti le parlano dietro; tutto questo stress composito la porta ad avere bisogno di un momento di respiro ogni giorno, che nel suo caso è la ricerca ossessiva di quel suono così nostalgico che ben si armonizzava con la sua di malinconia. Ad un certo punto Asuna deve fare necessariamente i conti con questo suo feticcio e ammettere che anche se è stata coinvolta per caso in questa avventura l’ha proseguita perchè si sentiva sola, e nell’ammettere questo matura capendo di doversi distaccare da quel suo voler trovare qualcosa per far tesoro delle esperienze che vivrà da li in poi cercando di prendere dal futuro quanto più possibile. L’apoteosi di questo suo conflitto interiore viene rappresentato quando è chiamata a fare una scelta: lascerai che il tuo corpo sia recipiente dell’anima della moglie del professor Morisaki morendo in questo modo, oppure tornerai indietro e darai così valore alla tua vita? Questo non è niente di più del conflitto tra Libido e Destrudo che noi viviamo ogni giorno solo portato all’ennesima potenza. Perfettamente uguale al combattimento tra l’impulso di vita e quello di morte che canalizzandosi attraverso Shinji decideranno il destino di Neo Tokyo 3 e del mondo intero. Nonostante Asuna arrivi effettivamente alla fonte del canto capisce che è solo un canto, quello che voleva dal canto non era li, lei desiderava una sensazione di calore che quel canto non gli può dare ma che invece può ottenere facendosi degli amici e non limitando più le sue esperienze. E qui i richiami a “ReLife” non solo si sprecano ma proprio si sperperano.

Shin.

Shin e Shun hanno perso i genitori ed il villaggio, insieme all’ordine di Kana, si è preso cura di loro. Anni dopo diventano entrambi esecutori missivi per l’ordine stesso. Ma mentre Shun capisce molto presto di non far parte di quel mondo li, Shun per testardaggine e riconoscenza invece ci mette un po’ di più a capirlo. L’attrazione di Shun per la superficie, nonostante fosse mal vista dall’ordine religioso di appartenenza, era sicuramente volontà di Astrum; questo però Shin non lo ha mai capito continuando a giudicare le azioni del fratello secondo i precetti ecclesiastici a cui voleva a tutti i costi essere legato. In realtà i due fratelli condividevano la stessa natura poichè Shin non ha mai sopportato l’arrendevolezza dei cittadini Agarthiani verso un destino decadente ed infausto come se fosse volontà del loro Dio. Probabilmente Shin e Shun capivano meglio la volontà del tutto meglio degl’altri e proprio per questo si sentivano fuori posto nel mondo. In ultima istanza si distacca dagli insegnamenti di una vita per accettare un nuovo se stesso.

Morisaki.

Morisaki è quello che più di tutti si spinge in la per rimanere ancorato al suo passato, rappresentato in questo caso da sua moglie defunta. Deve intervenire lo stesso Dio per trasmettergli un insegnamento. Ciò che è importante capire è come Astrum nella sua onniscenza si metta alla prova, da una parte dice: io esaudisco il desiderio del professore tramite rituale, dall’altra la mia volontà ha mosso Shun e Shin in modo che il piano di Morisaki fallisca. Quale delle due volontà sarà più forte? La mia o quella del professore? Qual’è la strada giusta da perseguire? Andare avanti o restare indietro? A cosa è destinato l’essere umano? Un passato confortante è meglio di un futuro non definito privo del nostro sollievo? Bisogna affrontare queste paure? Spoiler: andare avanti. Solo che nel caso del professore la lezione viene impartita ad un prezzo più alto a causa dell’affronto nei confronti del tabù ultimo per eccellenza: la sua maturazione pretende come pegno la sua vista. Nel vedere nuovamente annullata la scintilla vitale della sua consorte acquisisce un’apatica consapevolezza che gli intima di lasciarsi alle spalle quel sogno per accettare, seppur in maniera dolorosissima, di proseguire verso un futuro incerto. Capendo di conseguenza che senza la sua amata non vi è posto per lui nell’altro mondo decide di rimanere in questo.

Lo Strapiombo che termina la sua discesa nel Cimitero dei “Quetzalcoatl”

La Volontà di Dio.

Andiamo quindi adesso ad esprimere in maniera ordinata quello che il lungometraggio ha voluto trasmetterci.

Dio, inteso come entità superiore e volontà general,e desidera che tu come individuo non debba rimanere ancorato al passato ma prosegua verso il futuro anche se incerto. Proprio perchè lo desidera ma non lo impone lascia a te la scelta, può sicuramente metterti alla prova e darti le opportunità, ma la scelta è tua. Questo suo non intervenire è anche parafrasi del fatto che solo tu puoi decidere se il tuo futuro sarà o meno radioso a prescindere dalle tragedie che possono averti colpito, siano esse grandi o piccole.

Poi vi è anche un piccolissimo sottotesto riguardante l’ineluttabilità della morte ma quello è davvero poco importante oltre che non stratificato.

Chicchetta finale.

Questa è una chicca in più per quelli che sono arrivati fin qui ed hanno letto gli articoli in riferimento.

Volendo analizzare sotto altri punti di vista la pellicola ci accorgiamo velocemente di alcune cose.

Questo è il primo lungometraggio di Makoto Shinkai della decade attuale e ciò mi fa rendere conto di come l’animazione giapponese di forte spessore registico sia ancora fortemente aggrappata al passato in contrapposizione al messaggio che lo stesso Shinkai ha immesso nel suo film. Chi di voi sa bene quanto odi Miyazaki sa bene dove voglio arrivare: le storie di formazione alla Studio Ghibli ci hanno rotto i coglioni! E pure la morale ecologista! Io Makoto Shinkai lo apprezzo molto per la sua capacità di raccontare storie a conti fatti anche un po’ noiosette in modo appassionante e coinvolgente, questo va a compensare e creare un equilibrio nella visione; difatti Shinkai è un regista molto più equilibrato di Miyazaki che invece fa l’errore di dar troppo spazio alla sua impronta rispetto alla creatura in se per se. Makoto Shinkai deve assolutamente veicolare il futuro della sua professione e dell’industria dell’animazione giapponese di cui è portabandiera in questo momento in un modo diverso rispetto ad ora, lasciandosi alle spalle le sue leccate di culo e ispirazione all’ormai ex maestro per concentrarsi su quelle storie che veramente gli riescono bene: quelle d’amore. Seppur con un tiepido inizio rappresentato da “Oltre le Nuvole, il Luogo Promessoci” e “5 cm al Secondo”, questo suo risultato si concretizza con “Il Giardino delle Parole” e “Your Name”; fortunatamente queste mie aspettative nei suoi confronti sembra saranno rispettate, difatti Shinkai durante il lavoro svolto con “Wheatering with You” si è distaccato da i binari della novel originale per dare più spazio alla romance. Ecco, siccome il suo lavoro più riuscito è divenuto un vero e proprio fenomeno di culto mondiale per me dovrebbe concentrarsi solo quell’asset li: storie alle Your Name dove il focus principale è il rapporto tra due persone che vivono un amore e poi qualcos’altro di sfondo che vada bene ad incorniciare il quadretto. Magari sempre con diversi amori, magari sempre con diversi tempi, magari sempre con diversi sfondi. Makoto, capisco che sia confortante rimanere nel limbo tra passato e presente prendendoti così anche una fetta dei fedelissimi di Miyazaki ma se vuoi fare quel saltino di qualità in più devi rispettare la morale che tu stesso ci hai insegnato.

“Il post finisce qui ragazzi e come al solito la creazione di questi contenuti mi uccide di lavoro. Sono devastato, ciao e alla prossima.”

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Ma io, sti Anime, dove li guardo?

Facciamo così, io adesso premetto tutto ciò che devo premettere e poi andiamo spediti con l’elenco della spesa.

Bisogna dire che per noi Anime Watchers questo è un periodo molto fortunato poichè, come vedremo, ad oggi è davvero economico conseguire la nostra passione. Neanche fino a dieci anni fa non era così; io ho iniziato a guardare seriamente anime dal 2012 e all’epoca non esistevano tutte le fantastiche piattaforme streaming che ci sono adesso: ora, non voglio mentirvi, per buoni 2/3 anni della mia vita ho fruito in modo illegale di contenuti riguardanti l’animazione giapponese. Mi ricordo ancora come ho iniziato: usando la piattaforma abusiva “AnimeTube”, forse i più vetusti tra voi se la ricorderanno; comunque, ad oggi è un sito che è stato chiuso ma tanto per uno che ne chiude ne spuntano altri dieci.

Non sono un ipocrita, sono semplicemente una persona diversa rispetto ad allora: non reputavo la pirateria una cosa così grave e ancora meno grave reputavo il farne uso. Il comportamento corretto da adottare sarebbe dovuto essere quello di comprarsi ogni singolo DVD delle opere che volevo visionare in modo da sostenere il mercato dell’animazione giapponese in Italia. Non lo feci, ed il bello che già all’epoca tramite Youtube vi era qualcuno che voleva fare rendere conto della cosa ma io non li ascoltai; preferivo accampare la scusa del: “Eh si! Se per ogni anime che voglio vedere devo comprarmi il DVD stiamo freschi!”. Ero immaturo e me ne pento ma quel che è fatto è fatto, posso solo essere una versione migliore di me stesso giorno per giorno.

Per Youtube faccio riferimento al canale “AnimeeMangaITA”, combattenti di una guerra che hanno vinto nonostante avessero tutti contro. Anche a causa della mediocrità dell’Italiano purtroppo.

Sia ben chiaro, non pronuncio queste parole a cuor leggero, sono consapevole di giocarmi una fetta di community con questo articolo; tanti non sono d’accordo con la parte che sto difendendo: le Majors. Ma avere anche solo un minimo di pubblico, vuol dire avere anche solo una minima responsabilità; che in questo caso si traduce nello spiegarvi il perchè è sbagliato visionare anime, e non solo, in contesti illegali.

Quando una Major distributiva acquista i diritti di distribuzione, esclusivi o meno che siano, da uno studio di produzione anime; lo fa per inserirli nel circuito di mercato con un prezzo idoneo a determinare la differenza tra ricavi e costi in modo da determinare un utile. Se questo utile viene intaccato dalla visione irregolare del contenuto di proprietà della Major, essa si ritroverà in uno scenario per il quale dovrà prendere una scelta. Se il fato ci arride e gli utili sono abbastanza alti allora la Major deciderà di continuare ad acquistare titoli da quello studio in modo che anche quest’ultimo possa sopravvivere e continuare a produrre cartoni animati giapponesi; se invece ci va male, beh! Lo studio di produzione fallisce e niente più anime per nessuno, semplice. In pratica si, avete capito bene, è come rubare.

Ad oggi, fortunatamente, praticamente tutti possiamo rispettare le regole; in quanto con un costo di 20,97 euro al mese si può prendere visione dell’80% di tutte le opere a cui siete interessati. Una copertura quasi totale che investe sia il neofita che il professionista.

Poi, momento! Adesso ci addentriamo in un discorso su di una zona d’ombra un po’ grigia e fumosa con il limite molto sfumato: se, e dico solo se, fate tutto il possibile come singoli, per supportare questo particolare mercato però volete ripescarvi quella vecchissima serie che non siete mai riusciti a vedere e proprio quella serie li è impossibile reperirla legalmente perchè i diritti di distribuzione sono in mano a qualcuno e questo qualcuno non li vuole rivendere ma nemmeno usarli per rendere disponibile la fruizione del suddetto; eh allora figlioli miei vi do la mia benedizione! Anche se in realtà volendo assumere un comportamento corretto al 100% dovresti comprarti i DVD.

No, non mi metterò ad affrontare il discorso che esce fuori dal: “eh! Ma se sei povero in canna?” Si va a sfociare su rive di competenza ne mia, ne di questo blog.

Nessuno mi paca!

Uso questa sede per ricordare che nessuno mi paga, non sto facendo pubblicità a nessuno. Non solo, non vi vado nemmeno a consigliare piattaforme di streaming illegale; quelli sono affari vostri.

Listazzone.

VVVVID.

WebTV italiana lanciata nel 2014 dalla StartUp Mperience. Offre contenuti della casa editrice “Dynit” ed ha il merito di aver pubblicato online per prima, la versione doppiata in italiano di “Tokyo Ghoul” senza il passaggio per alcuna emittente televisiva.

Completamente gratuita con un sistema pubblicitario oppure con 4,99 euro al mese senza nessuno spot. Iscrizione tramite mail obbligatoria.

Il player video è di qualità un po’ altalenante, necessitate di una connessione ad almeno 6 mega con l’HD disabilitato; niente niente con l’alta qualità abilitata ne sono necessari 30.

Il logo di “VVVVID”

Crunchyroll.

Fondato nel 2006 da un gruppo di laureati della “UC Berkley”, il sito web nel 2018 ha raggiunto i quaranta milioni di iscritti dei quali 2 sono abbonati mensili stabili.

Bisogna iscriversi tramite e-mail e la maggior parte dei contenuti sono gratuiti con un sistema di pubblicità, solo alcuni sono disponibili esclusivamente mediante abbonamento mensile. Abbonamento mensile che tra le altre cose rimuove completamente le pubblicità e permette di usufruire dei prodotti in anteprima rispetto ai non abbonati.

Purtroppo alcuni prodotti, uno su tutti: “Kaguya-sama: Love is War”, nei server italiani del sito non sono disponibili per limitazioni di licenza, inoltre esistono anche pochissimi casi nei quali non vi è la possibilità dei sottotitoli in italiano. Per la questione delle limitazioni di licenza si potrebbe ingannare il sistema mediante una “virtual private network” (VPN) che faccia credere al sito un tuo accesso da un altro paese. Anche qui però esistono delle implicazioni di tipo morale: alla fine se il proprietario originale dei diritti di distribuzione ha deciso che tu in Italia non devi vedere un dato contenuto vuol dire che ci sono degli interessi economici dietro, e se tu li vai ad osteggiare ne risulta sempre un danno nei loro confronti.

Il costo dell’abbonamento è di 4,99 euro al mese, il player video è di una qualità scabrosa e si blocca anche con una connessione da 100 mega; con un settaggio a 480p se non lo tocchi mai non dovrebbe succedere niente.

Ve lo dico qui prima che vi incazziate scoprendolo da soli: Il catalogo di Crunchyroll America è il doppio se non il triplo di quello italiano, con serie molto vecchie e difficili da ritrovare in suolo italiano. Non solo, le lineup stagionale sono praticamente al completo con tutti gli anime in uscita nel periodo. Essendo curioso ho installato “NordVPN” provando a sbloccare i contenuti preclusi allo stivale e nel rendermi conto di quanta roba vi è non ero sicuro se dovermi mettere a piangere o urlare dalla goia. Fatto sta che questa è l’ennesima dimostrazione, Netflix fa scuola in questo senso, di come la storia delle licenze e delle limitazioni in Italia sia una mafia gigante.

Il logo di “Crunchyroll”

Amazon Prime Video.

Il servizio di on demand offerto da “Amazon”, tutti conosciamo Amazon come società, il servizio è presente dal 2006 (non in Italia ovviamente) e nel corso del tempo ha più volte cambiato nome. Ad oggi è una delle più grandi società di streaming al mondo.

Vale la pena abbonarsi per guardare gli anime?… Si… ci sono delle chicchette niente male che dovete assolutamente guardare e che non sono reperibili da altre parti, tipo “Kokkoku” o “Dororo 2019”. Sono 3,99 euro al mese o 36,00 euro l’anno con l’iscrizione ad “Amazon Prime”. In ogni caso se lo fai solo per gli anime, ti abboni per un mese solo e in quel mese ti spari tutto quello che ti devi sparare che tanto di roba interessante non c’è ne a iosa, e poi disdici. Purtroppo per i motivi pocanzi descritti bisogna comunque rispettarla.

Il logo di “Amazon Prime Video”

Netflix.

Ah! “The Biggest One”, la “Enne Rossa”: lei si che ci ha visto lungo.

Fondata nel 1997 a Scotts Valley in California, ad oggi è il più conosciuto servizio di streaming al mondo. Con l’espansione avvenuta nel 2015 approda anche in Italia e fin da subito ha dimostrato di avere un particolare occhio di riguardo rispetto alla clientela anime. Anzi con la prima produzione originale nel campo dell’animazione giapponese, Sol Levante, esiste la possibilità di un futuro molto interessante per tutti noi Anime Watchers abbonati.

Il costo per un singolo account usufruibile da un singolo device è di 7,99 euro al mese ma senza l’alta qualità; altrimenti 11,99 euro al mese per due account su due device diversi contemporaneamente in HD.

Player Video da paura, non so come sia possibile: anche con una connessione da 4 mega, i server dedicati ti permettono una fluidità di visione incredibile; anche in HD.

Qui non si può fare lo stesso discorso di “Amazon Prime Video” perchè di roba da vedere c’è ne parecchia, quindi vi conviene rimanere abbonati sempre.

Il logo di “Netflix”

Il canale Youtube: “Yamato Video”.

Non mi chiedete come sia possibile (parte 2), anche perchè non lo voglio sapere, ma il canale “Youtube” di Yamato Video in maniera completamente gratuita e legale ha postato un bordello di serie fighissime che non trovate da altre parti: “Fire Force”, “Wolf Girl and Black Prince” e “Pandora Hearts” sono alcuni nomi.

Raga Youtube lo conosciamo e sappiamo tutti che il player è di fattura superba, in più è gratis, perciò! Io vi consiglio di affrettarvi a recuperare quanta più roba possibile perchè con l’entrata in vigore della normativa europea sul diritto d’autore non si sa cosa potrebbe succedere.

Il logo di “Yamato Video”

Conclusioni a quest’articolo non ce ne sono da fare, tutto ciò che bisognava aggiungere alla lista in se per se l’ho fatto in sede di premesse. Questo articolo è alla stregua di una comunicazione di servizio, niente di più.

L’unica cosa vera da fare è: augurarvi buona visione LEGALE!

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Il Rapporto tra Dio e l’Uomo negli Anime.

Questo Post si potrebbe considerare il successore spirituale di “Filosofia degli Anime I: “Children of the Sea””, nonostante non sia un “Filosofia degli Anime II”. Qui siamo più alla stregua di un articolo senza format specifico riconducibile alle Analisi Tecniche.

Quindi, nonostante non sia propedeutico, io vi consiglio comunque di darci una letta. Anche solo per avere un riferimento mentale rispetto ad un particolare sottotesto che oggi andremo ad affrontare.

“Neon Genesis Evangelion” è l’esempio perfetto di Anime che tratta il rapporto tra Uomo e Dio

Lo sappiamo molto bene purtroppo.

Chi ha sulle spalle la visione di qualche opera ne è già conscio: guardare un anime trattante questa tematica è sempre un terno all’otto. A prescindere dal lato tecnico e grafico, qui è la narrazione che ti permette di gustare davvero appieno del contenuto proposto.

Cerchiamo di capire più nel dettaglio che cosa intendiamo.

La Fabula.

La mia personalissima opinione va ad indirizzarsi sul fatto che la prima opera animata ad aver dato vita a questa tipologia sia stata “Akira” nel 1988. Che avesse anticipato troppo i tempi lo si nota dal fatto che la produzione del lungometraggio venne a costare circa un miliardo di yen a fronte di un incasso in sala di poco di più di 700 milioni.

La cosa importante sulla quale posare l’occhio è la partecipazione dello studio “Gainax” alle animazioni; esiste difatti la possibilità che quel coinvolgimento abbia potuto influenzare la visione di “Hideaki Anno” nella creazione di quel “Neon Genesis Evangelion” nato 7 anni dopo. Ed eccoci qui, nel 1995; anno di creazione, tra le altre cose, di “Ghost in the Shell”. Il trend era scoppiato, questa volta i tempi erano maturi, e nei successivi 5 anni nacquero: “Serial Experiment Lain”, “La rivoluzione di Utena” e “FLCL”; Evangelion aveva tastato il polso, da li era tutto in discesa.

Precisazioni.

Gli Anime che trattano di questo sovrannaturale rapporto si dividono in tre categorie: sperimentali, non sperimentali e parzialmente sperimentali.

Che cos’è un anime “sperimentale”?

Lo stile sperimentale è un particolare tipo di stile per il quale le inquadrature, gli sfondi, i disegni, i movimenti di macchina , le animazioni e l’audio seguono studi diversi da quelli canonici. Laddove il senso comune opera per mezzo della chiarezza visiva e narrativa; lo sperimentale indugia nell’onirico, nel criptico, nel confusionario, nell’alternativo, nel diverso e alle volte anche nel iperricercato. Tutta la serie di “Bakemonogatari” è sperimentale in ogni suo aspetto, invece roba come “Redline” lo è solo parzialmente.

Tenete conto di una cosa: la nascita di qualcosa di così esagerato è esattamente figlia di quel periodo; non per niente il 1989 segnò l’inizio di una delle più rapide crescite economiche del Giappone: c’erano i soldi, la voglia di fare e la voglia di scoprire; quindi si poteva creare di tutto. Periodo che finì nel 1997 con la forte crisi finanziaria asiatica; opere sperimentali uscirono anche dopo ovviamente, ma come per tutto quando si va incontro ad un muro qualcosa si rompe. Sia a livello di quantità che di qualità da quel momento in poi non fu più la stessa cosa tranne pochissimi casi di anime veramente eccezionali in tal senso (qualitativo si intende, perchè con la quantità non vi è mai più stata un’ era così prolifica).

Tutto il megapippone sullo sperimentale serve a chiarirvi una roba: quando si agisce sulla regia in modo schizofrenico ed incalzante non bisogna commettere l’errore di usarla da trasporto per lo svolgersi degli eventi; o meglio, se lo fai in modo corretto diventa tutto molto figo fino a farti concepire un mindfuck geniale ma solo se poi mediante un qualche espediente si rende chiaro tutto l’accaduto. Una cosa del genere mi è capitata recentemente con il film “Kara no Kyoukai: Paradox Spiral“; bel film, nulla da dire, ma dalla seconda metà della pellicola iniziano alcuni problemi che non ne inficiano il sapore complessivo ma rischiano di dare fastidio.

Apriamo un breve escursus.

Ad un certo punto si comincia ad andare avanti e indietro all’interno della storia oltre che trasversalmente da un punto di vista di un personaggio ad un altro, anche per sequenze brevissime, quasi a rendere iperattivo lo spettatore: volendo usare un termine tecnico potremmo definire quel pezzo come diacronico. E fin qui va bene, a me personalmente piace come cosa anche se mi allunga di tantissimo il minutaggio perchè per essere sicuro di non perdermi neanche un risvolto torno spesso indietro per revisionare e riascoltare; da li a poco però si presenta l’altro lato della moneta rappresentante il rischio che questa scelta visiva comporta insieme al suo scotto da pagare: se io spingo sempre più forte e veloce quando arrivo al climax risolutivo questo deve essere spettacolare e chiaro altrimenti non si raggiunge l’orgasmo emozionale e si viene sgonfiati di tutto l’entusiasmo. Con il quinto lungometraggio firmato Type-Moon ed Ufotable a mio avviso questo problema esiste anche se solo in parte, dico solo in parte in quanto esiste la spettacolarità ma non la limpidezza; il punto è che se sulla prima si può anche soprassedere, sulla seconda assolutamente no. Difatti molto spesso il punto più alto di questi virtuosismi corrispondono alla reading key e se questo viene a mancare sorge il problema sotto descritto.

Analisi narrativa.

Ognuno di noi ha i suoi personalissimi gusti quando si tratta di “finali aperti all’interpretazione”, ciò però non toglie il fatto che questo articolo è mio ed io non sono molto avvezzo a farmi piacere “quella cosa li”; conseguentemente questa sarà una critica incentrata molto sul mio modo di vedere le cose. Capisco che tanti potrebbero storcere il naso; ma su questo argomento specifico, avendo fatto delle ricerche in merito, non esistono tesi ed antitesi oggettive. Anche autorevoli autori sostengono, chi più chi meno, entrambe le parti; poichè è veramente più una questione di sensazioni che altro. Mi dispiace ma chi leggerà da questo punto in poi verrà trascinato su dei sentieri, per forza di cose, faziosi.

Voglio essere molto chiaro: la questione del finale aperto all’interpretazione sorge anche qual’ora la troppa cripticità dovesse giocare un ruolo fondamentale in un punto del racconto che non è la conclusione; questo perchè nel finale solitamente se vi sono cose poco cristalline o misteri teoricamente dovrebbero essere risolti per dare la quadratura del cerchio, a meno che la storia per funzionare correttamente abbia proprio bisogno di questa gretola è ovvio, ma se questa specifica casistica la trovare diversa e vi fa più piacere chiamarla in un altro modo la possiamo anche appellare come “nodo focale o nodi focali aperti all’interpretazione”.

Psycho-Pass usa l’Archetipo Jungiano di Coscienza Collettiva per veicolare un messaggio nascosto

Dio e la sue Creature.

Capiamo un concetto fondamentale: non tutti gli anime che parlano di questo scambio si incentrano sullo stesso per introdurti alle premesse di trama, molto spesso anzi si parte da una base estremamente terrena per poi arrivare ad espandersi su concetti via via più alti fino a quando non ci si scontra con la domanda ultima. “Psycho-Pass“, ad esempio, agisce proprio in questo modo: vieni introdotto in un mondo con dei pretesti che si svolgono sul più basso dei piani di esistenza, le vicende servono a farti ragionare, a pensare e a farti porgere delle domande; domande che non è detto abbiano una risposta però, l’importante è che tu te le ponga. A quel punto mediante i vari elementi messi in campo: eventi a schermo, caratterizzazione psicologica e filosofica dei personaggi, premesse narrative e via dicendo; si cerca di dare una motivazione ed un riscontro a questi quesiti. Da qui poi ne deriva un finale che per motivi di ignoranza sul cosa c’è dopo deve per forza essere aperto a livello concettuale; per la realtà osservabile invece si può decidere di seguire una delle due strade descritte pocanzi.

Non in tutti i casi si segue pedissecuamente il tracciato di questa linea; detto questo di elementi in comune che si ripresentano frequentemente ve ne sono, anche solo in virtù della natura stessa del rapporto a cui si anela in queste fatiche. Mistero, fantascienza, parametri psicologici portati ai limiti, situazioni difficili, situazioni stratificate, situazioni complesse. Il perchè proprio di questi è presto detto: stiamo parlando di un mistero indipanabile che fa capolino in situazioni psicologiche al limite mediante situazioni estreme sia in positivo che in negativo; a questo proposito poi non è raro che il modus operandi di delineamento di queste situazioni sia di causa fantascientifica o religiosa. La scienza e la religione poi han sempre fatto da atmosfera generale per determinate ricerche in campo divino, quindi vi si possono ricercare anche cause storico-culturali. Non solo, alle volte potrebbe essere addirittura il contrario: il sottotesto generale è rappresentato proprio dalla natura di questo rapporto, in questo modo i personaggi potrebbero interrogarsi molto spesso sulla natura di ciò, così facendo come spettatore vieni catapultato nel contesto e sei spinto anche tu a farti domande e a riflettere su di esse. La differenza in quest’ultimo è il fatto che nella casistica precedente il fulcro della questione era attivo, adesso invece è passivo in quanto veicolato da altre formulazioni inerenti allo stesso. Come nel caso di “Psycho-Pass” dove il rapporto tra Uomo e Dio non è più che un alone velato che mano a mano viene portato dolcemente a galla o forse è più corretto dire che vieni guidato delicatamente dal tocco di una mano gentile fin nel punto dove il suo profumo è più forte; anche se poi non è detto che ti si presenti il piatto davanti, sei tu che ci devi arrivare a quella particolare struttura di pensiero, devi per l’appunto interpretare. In questa metafora la mano gentile rappresenta le nozioni socio-psicologiche di “marginalità sociale” e “coscienza collettiva”. Non è detto poi che ci si debba fermare qui, non sono infatti rari i casi nei quali si parla di trascendere Dio divenendo qualcosa di addirittura superiore; o perchè no? Di non aver bisogno di lui, di essere diventati forti e indipendenti grazie alla progressione umana, e ancora: di andare contro di lui; ribellarsi alle sue ingiustizie e alle sue assenze per porsi in una condizione di responsabilità come singolo. Da questo punto di vista il non affidarsi più ad un “Entità Superiore” ti impone il compito di non delegare a qualcun’altro i tuoi fallimenti e le tue vittorie, così da diventare consapevole di ciò che sotto il tuo controllo o meno per assurgere al posto di ciò che prima vedevi come figura decisionale arbitraria. Un ragionamento, questo, estendibile via inferenza a tutta una collettività in fin dei conti; quale essa sia concepita sotto organizzazione più piccola o mondiale che dir si voglia. E qui ci ricolleghiamo, congiungendo il tracciato da noi stessi disegnato, alla “progressione umana” preventivamente citata; volendo però estendere il discorso si ci potrebbe porre la domanda: ma il bisogno umano del divenire indipendente sostituendosi al padrone supremo da cosa deriva? I progressi scientifici? Filosofici? Un misto dei due? La cosa intrigante è che nel rispondere a questa domanda si va un po’ a cadere nella trappola descritta nel paragrafo successivo ma contemporaneamente a chiudere il cerchio di questo. Infatti ricordiamo che sono proprio scienza e filosofia le materie prese in causa per il sottinteso situazionale atto ad introdurre o permeare un ipotetico rapporto, fisico o ideologico che sia, tra uomo e Dio. Non mancano poi contesti più magici come quello di Fate/stay night per i quali misticismo e filosofia si fondono per dare luogo allo studio di riflessioni paradossali atte alla scopo di trovare ragione all’interno di una logica non comune.

Ad ogni modo i miei problemi, come abbiamo detto prima, nascono quando si opta per la via della rappresentazione visiva in modo più onirico e simbolico rispetto uno più rappresentativo della realtà fisica visibile. Raga, se io non capisco quello che sta succedendo nello svelarsi dei fatti raccontati mi infastidisco e non poco; se poi la cosa avviene nel climax mi scazzo ancora di più. E non perchè sia una scelta sbagliata in se per se quanto perchè se io non ho un parametro solido a cui appoggiarmi, tutta l’interpretazione dell’opera per me va a farsi friggere e può significare qualsiasi cosa. Come faccio a capire se vi è buona fede nelle intenzioni degli autori? Come faccio a non pensare che mi abbiano ubriacato con un Deus Ex Machina senza il quale il tutto non poteva più dirigersi verso una conclusione poichè altrimenti ormai si era pisciato troppo fuori dal vaso in tutti sensi per riuscire a dare un senso logico ad un finale? Non lo posso sapere e mi dispiace tirare di nuovo fuori il caro Eva ma la sappiamo tutti la storia degli episodi 25 e 26 fatti in mala fede per mancanza dei fondi, la sappiamo tutti la storia della fattura di un nuovo finale con la scusa che il primo avviene in contemporanea del secondo perchè è tutto in una dimensione filo-psico-onirologica di Shinji. E allora no! Abbiate pazienza mai io non ci sto. Come anche per il finale di “Gulty Crown”: ma cosa vuol dire quel finale? Ma scusa: tutto un mondo delineato da regole ed eventi precisi e studiati, tutto filava liscio come l’olio e poi boh! Non si capisce più niente, se avete capito bene altrimenti attaccatevi. E così comincia il calvario di ricerche su ricerche in internet, in forum, blog e chi più ne ha più ne metta; opinioni al limite del decontestualizzato, professori universitari di filosofia e psicologia con i megastrapipponi sul perchè questo o quello era così in relazione a quell’altro e vattelapesca. Tu volevi solo capire quello che ha VISTO! Volevi capire cos’è avvenuto di fronte ai tuoi bulbi oculari, sei consapevole del fatto che i significati più o meno reconditi possano essere interpretati come michia si vuole ma il tuo obbiettivo era un altro. Così rinunci, magari diventi anche il più grande esperto della filosofia di “Dimension W” ma tanto senza una precisa rappresentazione di quello che stai guardando ognuno può dire il ca… che vuole; perciò… passi al prossimo anime con quell’amarezza di fondo dicendo a te stesso: “vabbè”…

In “Madoka Magica” si capisce tutto dall’inizio alla fine senza avere la sensazione di essersi persi dei pezzi

Ripeto un’ultima volta: “Dal punto di vista concettuale, filosofico, psicologico e onirico va benissimo che un finale sia astruso, complicato, inafferrabile, complesso, criptico e tutto ciò che volete; ma non può assolutamente essere lasciato all’interpretazione dello spettatore dal punto di vista della realtà fisica che stiamo osservando. Altrimenti non si ha nemmeno un singolo paletto fisso in grado di farci orientare nelle varie speculazioni, da ciò ne consegue che qualsiasi opinione espressa in merito risulterà valida poichè difficilmente contestabile seguendo la narrativa. Quindi anche punti di vista estremamente opinabili non risultereranno tesi fallaci e ciò si traduce nel male puro”.

Anche perchè poi così facendo le conseguenze della cosa diventano così grandi da non poterle più arginare; l’autore sta praticamente dando il suo lavoro in pasto alla community, che con internet può fare tutto quello che vuole. Il caso dei falsi finali di “Doraemon” è eloquente.

A questo punto chi tra di voi ha letto l’articolo su “Children of the Sea” capirà perchè l’ho adorato: si capisce tutto dall’inizio alla fine ed è tutto spiegato o comunque fatto capire; stessa cosa per “Madoka Magica”, stessa cosa per “Viaggio verso Agartha, i bambini che inseguono le stelle” (su cui tra l’altro verterà “Filosofia degli Anime II”).

Bom, basta! Come per l’articolo sull’Animazione sono stanchissimo. Quindi sapete cosa fare, concludete voi nei commenti. Domani articolo leggero, che sta roba mi sfianca!

Pensate a quando dovrò massacrare Miyazaki che dolori!

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Sottogeneri e Complementari dei Macrogruppi: “Shonen”, “Shojo” e “Seinen”.

Questo articolo è la diretta continuazione di “SSS: “Shonen”, “Shojo” e “Seinen””, quindi se ancora non lo avete letto o non sapete di cosa si stia parlando vi invito a dargli una letta.

Riprendiamo quindi da dove ci eravamo interrotti la volta scorsa andando ad enunciare ed elencare, per l’appunto i sottogeneri e complementari delle tre grandi Macrocategorie di cui abbiamo già abbondantemente parlato.

Yuri!!! on Ice: Spokon con forti influenze Shonen-ai

“Kodomo”: sottogenere dello shonen intesi come storie per bambini, quindi pur sempre di opere per ragazzi si sta parlando ma indirizzati ad un target più specifico con un range di età più ridotto rispetto ai canonici 3-18. Si potrebbe dire 3-10; stiamo comunque parlando di opere fruibili anche da ragazzi un po’ più cresciuti, ma difficilmente godibili. Ragionamento in verità un po’ fallace poichè “Doraemon” può essere fruito anche da un venticinquenne ma difficilmente lo portà appassionare o intrattenere, conseguentemente il ragionamento di prima può essere espanso a tutte le età e ricalcato per ogni genere. Difatti “Rossana” potrebbe essere visto anche da un maschietto ma difficilmente lo farà. Va da se che comunque i kodomo non fanno distinzioni di genere proprio per l’età di riferimento così bassa; quindi nel target rientrano anche le femminuccie, ciò ne risulta in un sottogenere non soltanto shonen ma anche shojo. Anche se ci tengo a fare una precisazione in merito: nonostante in Giappone il concetto di cartone animato sia molto più radicato nella cultura della vita di tutti i giorni è comunque più massivo l’uso dello stesso come mezzo di intrattenimento da parte del genere maschile.

“Spokon”: vi rimando all’articolo in cui ne parlo dettagliatamente. Ma per continuare con la lettura di questo articolo vi è sufficiente sapere che sono i manga a tema sportivo.

“Doraemon”: forse il più grande esponente dei Kodomo

“Shonen Battle”: se lo shonen è in generale il manga rivolto ai ragazzi, lo shonen battle è quel tipo di manga rivolto ai ragazzi con delle caratteristiche peculari che fanno l’occhiolino ai combattimenti tra i vari personaggi dell’opera. Queste caratteristiche sono: ipertrofia argomentativa riguardante lo scontro fisico, allenamento, capacità e/o poteri, rivalità e/o amicizia tra comprimari, forti ideologie sulla giustizia, la forza, la protezione, il coraggio, il sacrificio. Poi ovviamente le tipologie possono influenzare queste caratteristiche modificandole, facendole sparire o aggiungendone altre ma in generale quella è la linea guida.

“Shonen-ai”: altra sottocategoria dello shonen dove viene trattata la tematica dell’omosessualità tra maschi, solitamente in modo molto soft senza quasi mai sconfinare nella sessualità vera e propria. Ci si concentra particolarmente sul fattore sentimentale. Notare che il target è shonen! Ciò vuol dire che questi manga e anime sono concepiti per i ragazzi, non per le ragazze! Questo è possibile grazie al fatto che l’omosessualità in Giappone è molto più diffusa e accettata che in altri paesi del mondo, come l’Italia per esempio, comunque vi rimando alla pagina Wikipedia trattante l’argomento se voleste approfondire.

“Chihayafuru”: Spokon con forti tinte “Josei”

“Yaoi”: invece qui si va proprio ad approfondire l’aspetto fisico delle relazioni omosessuali tra maschi, le scene indugiano molto sull’essere esplicite ma non si sconfina mai nel campo della pornografia vera e propria. Va da se che in questo caso il target è indirizzato vero l’altra metà del cielo.

Shojo-ai“: è la stessa cosa dello shonen-ai ma per la metà del mondo con i capelli lunghi e profumati.

“Sakura Trick” in quanto “Yuri” avrà fatto felici molti ragazzi all’epoca

“Yuri”: similmente alla relazione che c’è tra shonen-ai e yaoi avviene la stessa cosa per shojo-ai e yuri.

“Josei”: l’indirizzamento Josei riguarda le giovani donne che non sono più ragazze. Le tematiche virano dalla scuola e dai primi amori di un shojo per trattare del lavoro, dell’università, della famiglia di origine e di quella costituita e in generale delle sfide di tutti i giorni di una donna adulta. Notare come nonostante esista questa sottocategoria del seinen, non esista la controparte maschile; forse perchè il seinen già di per sè è più fortemente indirizzato al pubblico maschile nonostante sia inclusivo di entrambi i sessi. In ciò troviamo, forse, un parallelismo con il discorso fatto per i kodama.

“Citrus”: genere Shojo-ai con una bella spinta Yuri

“Isekai”: “l’Isekai è un sottogenere del Fantasy riguardante la traslazione di un protagonista dal nostro mondo ad un’altro. Le caratteristiche di questo nuovo mondo devono essere di stampo prettamente fantastico con forti rimandi all’Epica Tolkeniana. Pochissimi sono i casi che sfuggono all’ultima postilla”. Questa è una definizione di rimando presa pari da un altro articolo. Per trattare meglio l’argomento, cliccando qui vi è l’articolo di rimando.

“Hentai”: il tanto bistrattato (senza senso o motivo per farlo poi) anime o manga di genere pornografico. Ora, ci sarebbe da fare tutto un discorso che riunisce in se: hentai, shonen-ai, yuri, shojo-ai yaoi in correlazione agli usi e costumi oltre che alla cultura giapponese; ma questa non è la sede per farlo, ci terremo l’argomento per un altro articolo.

C’è altro?

In realtà no. Cioè, nel senso: esiste anche la classificazione per tipologia, oltre al fatto che dietro ogni genere vi è una storia, una evoluzione e un indagine; ma come per il discorso sull’omosessualità e la pornografia in Giappone, questa non è la sede adatta. Anche solo per non allungare inutilmente il brodo in pagine su pagine che poi dopo un tot perdete la concentrazione e non leggete più.

“Semplicemente, come per tutti gli articoli di questa risma, ora sapete qualcosa in più di questo mondo. Quello è sempre il mio scopo: farvi acculturare nel mio campo di conoscenza, d’altronde è così che si crea una Community. Io imparo come insegnare e voi imparate ciò di cui io tratto, in questo modo si crea un rapporto simbiontico per il quale più il progetto aumenta di portata e di lunghezza temporale più l’affiatamento generale diventa comburente. Così da renderci un gruppo; singoli ma appartenenti a qualcosa di più grande, di più bello. E chissà che con questo in futuro non possa nascere qualcosa di ancora più figo: tipo la creazione di un anime tutti insieme, ah!… Qualcosa mi dice che sta per arrivare un Nuovo Format…”.

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Filosofia degli Anime I:

“Children of the Sea”.

Neanche a dirlo, Nuovo Format. Abbiamo accontentato gli “psicologi” e adesso accontentiamo anche i “filosofi”.

In questo nuovo format infatti, andremo ad analizzare la filosofia di fondo che permea una particolare opera mettendola in contrapposizione agli eventi che stanno effettivamente succedendo a schermo; in questo contesto cercheremo parallelismi e “perpendicolarelismi”, così facendo saremo anche in grado di capire quanto l’anime rispetti le sue premesse ideologiche.

Come sviluppiamo il tutto?

Prima di ogni altra cosa diamo una introduzione, giusto da capire di cosa stiamo parlando, in seguito opereremo un sunto di tutte le vicende del cartoon giapponese in questione per poi confrontarle con la sua filosofia ed infine trarremo le conclusioni.

Voglio precisare che in questa sede non valuteremo il comparto tecnico, ne quello grafico; per quello abbiamo creato apposta la sezione delle “Analisi Tecniche“. Oltretutto non considereremo neanche la psicologia: ne quella generale dell’opera, ne quella specifica di qualsivoglia personaggio; a parte che anche qui vi è la scheda apposita “Psicologia dei Personaggi degli Anime“, ma in ogni caso il punto è che vogliamo focalizzarci sull’aspetto più squisitamente metafisico del tutto.

Ready? Go!

La balena di “Children of the Sea” chiamata anche “Il Re del Mare”

Long Story Short.

Ruka Azumi è una ragazza delle scuole superiori che per via di un’incidente non potrà godersi le vacanze estive. La casualità degli eventi la porterà a conoscere, invece, due ragazzi nati dal mare e cresciuti dai dugonghi: Umi e Sora; come Ruka apprenderà dai due, loro sono veicolo e oggetto di un particolare fenomeno legato agli oceani. Fenomeno che vuole essere capito da alcuni, conosciuto da altri, sfruttato dai pochi. Nel team di scienziati e militari studiosi dell’evento vi è anche il padre di Azumi e questo permette alla ragazza di passare molto tempo insieme ai suoi due nuovi “amici”, mettendo però sempre da conto che lei è innamorata di Umi; proprio nel seguire quest’ultimo nelle sue peripezie, Ruka acquisisce conoscenza di molte cose. Il linguaggio del mare, il canto delle balene, il fatto che quando qualcosa brilla in natura è perchè vuole essere trovata e la vera natura delle persone e dei loro pensieri come specchio dell’Universo. La ricorrenza è però agli sgoccioli e Sora muore o per meglio dire “ritorna al mare” ma non prima di aver fatto ingoiare una misteriosa pietra ad Azumi, in concomitanza a ciò Umi regredisce cerebralmente e negli eventi che da li in poi si dipaneranno l’unica persona che può aiutare sia lui che Ruka sarà “Dede“: “tuttofare” del mare e custode dei suoi antichi segreti. Mentre Dede accompagna il duo nel luogo ove gli “invitati” possono partecipare al rito, spiega ad Azumi la reltà dietro il ruolo delle stelle, degli oceani, del vento e dei meteoriti; ora però Ruka deve svolgere il suo di ruolo venendo inghiottita dal “Re del Mare“: una gigantesca balena ricettacolo secondario di ciò che verrà. All’interno del ventre del cetaceo Azumi ritrova Sora, ben conscio di cosa stia accadendo, e quest’ultimo le indica di come sarà lei a divenire ricettacolo primario grazie al potere del meteorite dentro di lei; un potere in grado di generare una fonte d’acqua particolare, quasi fosse brodo primordiale. Comincia l’ascensione ed in questo frangente Ruka dovrà decidere se divenire la nuova entità cosmica generatrice di un nuovo Universo oppure passare il ruolo ad Umi, gli eventi propenderanno per la seconda opzione; a quel punto l’alba di un nuovo giorno incombe e le vacanze estive della protagonista sono finite.

Ruka e Umi in una scena del film

Delucidazioni e Filosofia.

Perfetto, ora che avete letto lo svolgersi della vicenda non ci avete capito nulla! Ed è giusto così. Ciò che andiamo a fare adesso è: dare due delucidazioni al tutto e nel mentre spieghiamo il contesto filosofico.

Non cadiamo però nel più banale degli errori, il film è strutturato in modo che tu possa vederlo in modo stratificato: esiste un significato univoco poichè ogni livello di interpretazione ti porta a quello, ma questo non può essere compreso appieno solo basandoci su quello che vediamo e sentiamo. La risposta la si ottiene solo unendo il piano fisico a quello più astratto e astrale ove la nostra mente viaggia quando si ci interroga sui grandi quesiti; funziona un po’ come se fosse un materiale composito che per essere assimilato in maniera corretta dalla nostra capacità di apprendimento deve essere esplicato per l’intero numero dei suoi spessori che lo compongono, non solo per uno dei tanti.

Partiamo dal principio chiarendo che Umi in giapponese significa mare e Sora cielo, mettendoci nei panni di chi osserva dalla riva del mare queste due componenti toccarsi all’orizzonte potremmo quasi pensarlo come un’osservato suntivo di tutto ciò che esiste; ovvero l’Universo. Quindi l’unione dei due porta a ciò che esiste in toto. Dede però spiega allo spettatore, mediante Ruka, che esiste una terza entità di scambio tra i due: il vento portatrice dei segreti dell’oceano, che spargendosi nel cielo possono essere carpiti dagli uomini in grado si saper ascoltare. In quest’ottica il fatto che Ruka sia innamorata di Umi e che Sora sia innamorato di lei assume un valore simbolico molto evidente. Azumi è quindi il vento, il punto di congiunzione tra Umi e Sora. Ma perchè proprio lei? Perchè lei deriva da una discendenza particolare: le parole che Dede usa per esplicare la ricorrenza cosmica che di li a poco avverrà, sono le stesse della canzone usata come ninna nanna dalla madre di Ruka quando lei era piccola; non solo, la stessa veniva usata anche dalla nonna. Ne deduciamo quindi che Azumi abbia alle spalle un albero genealogico da parte genitoriale femminile destinato a rivivere per ogni arco generazionale la celebrazione designata dal calendario stellare. Ciò ci viene anche confermato dal fatto che sia Ruka che sua madre non riescono a farsi capire dagl’altri nonostante, a detta del padre di Azumi, c’è la mettano tutta e questo avviene perchè non sono troppo avvezze al genere umano; la scrittura del loro DNA è di natura più celestiale, non per niente in conclusione della pellicola la madre di Ruka partorisce: la nascita di un bambino raffigura la creazione del nuovo Universo sul più basso dei piani di esistenza. In questo modo viene data anche una risposta al perchè Azumi sia così interessata al canto delle balene: l’incomprensione dei suoi gesti deriva, nell’atto pratico, dal fatto che ella non è in grado di esprimere a parole ciò che sente; la sua natura infatti non propende per l’uso della parola, strumento squisitamente umano, ma piuttosto per la trasmissione delle emozioni esattamente come sono. Come fanno le balene. Le parole possono veicolare solo un lmitato numero di informazioni. Qui abbiamo anche l’assist di collegamento tra un concetto e un altro riguardante la possibile natura cosmica delle balene come ricettacolo procreativo.

Dede con tutta probabilità è uno di quegli esseri umani concettualmente più alti a livello di pensiero, per questo si allerta quando Sora fa ritorno alle sue origini tramite l’atto della morte. La conoscenza precisa dello svolgersi della cerimonia però gli deriva dal fatto che l’ha già vissuta, probabilmente quando fu la stessa cosa per la madre di Ruka; cosa che ci viene fatta intendere dalle sue ultime battute all’interno della pellicola.

La dinamica che intercorre nel trio dell’ “Ave Maria”,arrivati ad un certo punto, comincia a delinearsi: Sora è cosciente prima di tutti gl’altri del suo ruolo ed una volta esauriti i preparativi il suo compito viene meno e la sua essenza ritorna al posto che le spetta. Ricordiamo infatti che Umi e Sora sono bambini nati dalla natura intesa come madre generatrice di vita: il team di studio responsabile per i due govani cerca invano di capire come questi due ragazzi possano essersi adattati alla vita in mare ignorando la cosa più importante. Non importa che siano stati cresciuti da dugonghi, non importa che il loro corpo si sia modificato per via dell’ambiente in cui sono vissuti; quello che veramente importa è la concezione che i due stanno sviluppando di se stessi: mediante le analisi mediche effettuate sui loro corpi i ricercatori vorrebbero sfruttare il grande evento ma proprio per questo non ci riusciranno mai. La micragnosità dell’essere umano lo porta a riflettere solo su quello che è meglio per lui senza curarsi di quello che vi è al di sopra delle loro teste, così facendo si rimane incastrati su un piano di consapevolezza basso ed è proprio questa bassa consapevolezza che non gli permette di vedere le cose che Ruka vede. Nonostante Sora affermi più volte di brillare nel corso della vicenda, gli scienziati non lo notano; ci viene spiegato che le cose che brillano lo fanno perchè vogliono essere trovate, quindi probabilmente Sora non vuole essere trovato (che in questo caso assume l’accezione di capito) da quegli esseri umani egoisti. Probabilmente tutto ciò è anche il motivo per il quale Sora preferisce la compagnia della divisione composta da Anglade e Jim Cusak, anche loro uomini di scienza ma diversi negli intenti. Anglade e Jim sono persone un po’ slegate dal resto del mondo, persone un po’ particolari e proprio per questo più speciali, più consapevoli. Jim nonostante il grado di importanza raggiunto nel suo ambito gira in camicia hawaiana e pantaloncini corredati da sandali, in più e pieno di tatuaggi su tutto il corpo Anglade dal canto suo ha i capelli molto lunghi e vive su di una barca, è interessante notare come Anglade nella prima scena in cui lo vediamo sia girato di spalle non facendoci esattamente capire il suo genere; ne consegue una naturale associazione metaforica per la quale il film ci vuol forse far capire come per aspirare alla grandezza di pensiero dobbiamo lasciarci alle spalle i preconcetti, anche di divisione sessuale. Ad ogni modo grazie alla sopracitata “dinamica dei tre” riusciamo a collocare ogni tassello al proprio posto: Umi rispetto a Sora si è adattato meglio alla vita sulla terraferma perchè tra mare e terra vi è un legame più stretto che tra cielo e terra, teoricamente Sora nella concezione cosmica avrebbe dovuto avere la sua rappresentazione fisica in cielo ma penso che l’universo stesso non potesse modificare fino a tal punto il genoma umano da dotare di ali lo stesso; quindi si optò per renderlo più conforme agl’oceani anche se mozzato nelle caratteristiche. Non per niente il detentore originale del meteorite, un oggetto proveniente dl cielo, è Sora. Sora ritornerà per primo ad essere parte di un qualcosa di più grande poichè rispetto ad Umi ha un insight maggiore su quello che sta succedendo, Umi deve acquisire ancora la giusta maturità insieme a Ruka. Questa maturità Sora non può instillarla direttamente in Umi, deve farlo tramite un canale congiuntivo; il vento interpretato da Azumi magari, ed ecco perchè questa maturità espressa dal meteorite viene affidata a lei. Lei avrà il compito di passarla ad Umi nel momento giusto.

Ruka sott’acqua figurandosi le bolle come piccole galassie

A questo punto dell’anime viene tolto il “Velo di Maya” su ciò che sta accadendo: ci viene spiegato che il mare è il grembo materno, il meteorite lo sperma, Ruka l’ovulo, Sora portatore della conoscenza e Umi prova finale di una mente soprelevata; concentriamoci sul ruolo di Umi. Nel momento in cui Azumi viene chiamata a decidere se essere o meno il nuovo essere celeste, Umi che fino a quel momento era sparito nei meandri interni della balena riappare: Ruka sta trascendendo e la cosa le apre le porte a conoscenze precluse fino a quel momento, Umi cerca di strapparle il meteorite dalle mani per fermare il processo e divenire lui l’ovulo. Azumi non ci sta e si ribella, un po’ per egoismo un po’ perchè non vuole che Umi sparisca dall’orizzonte di ciò che lei da umana può computare, in questo modo Umi viene privato della maturità ancora di più e ciò lo fa regredire allo stato di bambino; in questo momento Ruka capisce il vero stato delle cose: il meteorite più che la maturità rappresenta la luce guida di Umi e senza di quella regredirà sempre di più, sino a sparire. Azumi prende una decisione e superando i suoi desideri terreni rende ad Umi il posto che gli spetta. Il nuovo Universo è nato e grazie all’esperienza vissuta Ruka riuscirà a mettere da parte l’incidente scolastico avvenuto all’inizio delle vacanze estive, perchè è maturata.

Nello scrivere devo ammettere di aver avuto quel retrugusto onirico derivante da alcuni echi di lontana memoria Bloodborniana nell’attingere alle mie speculazioni sul calendario stellare e le sue ricorrenze. Con un sorrisetto un po’ malizioso riusciamo effettivamente a saggiare un po’ quell’atmosfera di gravidanze di Grandi Esseri cosmici.

Tutto è Uno e Uno è Tutto.

Più e più volte questo concetto ci viene ripetuto ed esplicato attraverso vari ragionamenti ed esempi, di seguito andrò a presentare i due più incisivi.

L’essere umano è come l’Universo, non per niente il processo di formazione dei pensieri è lo stesso della formazione delle Galassie. Potremmo immaginare il contenuto del cervello come uno spazio nero nel quale fluttuano tanti piccoli elementi di pensiero costruitisi al suo interno mediante il vissuto di ognuno di noi, alla giusta scintilla almeno due di quegli elementi si collegano tra di loro attraendosi a vicenda e nel farlo formano un corpo più grande che attrae altri elementi fino a raggiungere una massa ragguardevole che a sua volta contribuisce ad ingrandire il tutto. In questo modo si costituisce una rete psichica altresì detta pensiero conscio.

L’essere umano è simile all’Universo perchè formato dagli elementi che compongono lo stesso e generatisi a partire dal Big Bang. Però siccome l’Universo per sua stessa definizione è unico non vi può essere qualcosa che gli somigli ma piuttosto che si identifichi, stiamo quindi parlando di identità piuttosto che di somiglianza; da ciò ne consegue che l’uomo è identico all’Universo.

Conclusioni riflessive.

Possiamo asserire con un certo grado di certezza che Umi e Sora abbiano generato un nuovo Universo resettando quello esistente piuttosto che generarne un altro. Così facendo hanno infuso nuova vita in un ciclo che stava giungendo al termine, per questo tantissimi pesci stavano morendo: è la rappresentazione visiva del concetto appena espresso. L’Universo ha bisogno di mettere in continuazione alla prova la natura dell’uomo e quindi di se stesso (ricordate? Uno è Tutto e Tutto è uno; l’uomo è come l’Universo) per decidere se vale la pena di continuare ad esistere. Se Ruka avesse ceduto ai suoi istinti il rito sarebbe fallito e l’esistenza stessa avrebbe semplicemente smesso di esistere divenendo il nulla. Non è immediatissimo come concetto ma lucubrado un po’ si ci può arrivare ricomponendo il puzzle dei vari indizi che ci sono stati presentati.

Sora e Umi: antitesi l’uno dell’altro e componenti dell’Universo

In realtà questa è solo una delle chiavi di lettura.

Possiamo infatti notare senza fatica come tutto ciò potrebbe essere una parabola psicologica della crescita di Ruka; ella superando una prova è maturata rendendosi conto della piccolezza dei suoi problemi in confronto alla vastità del tutto.

O ancora potremmo vedere Sora e Umi come lo Ying e lo Yang presenti nell’Universo e in tutti gli esseri viventi a testimonianza della duplice natura di ogni cosa: esattamente come l’uomo con l’Universo.

Il paragone tra Ruka ed il Big Bang come scintille generatrici dell’Universo: il ciclo che si va a ripetere di generazione in generazione con la fine della precedente e l’inizio della nuova a testimonianza della natura ciclica dell’Universo.

In ogni caso i rimandi alla vera identità di Ruka si sprecano nell’affiancarla ad Haruhi Suzumiya o per più esperti a Shiki Ryuogi, e nel riprendere il concetto del “Tutto è Uno e Uno è Tutto” vi è un palese riferimento a “Full Metal Alchemist“.

In realtà niente di questo è importante, la cosa veramente fondamentale da assimilare è invece un’altra: la chiarezza con la quale l’intreccio si svolge e si conclude per poi farti rimanere impresso quello che dovevi cogliere senza virare su astruse immagini al solo scopo di confonderti. “Children of the Sea” è uno dei pochissimi anime del genere in grado di fare questa cosa; “Neon Genesis Evangelion” (ed io amo alla follia “Neon Genesis Evangelion”), che è sicuramente il maggior rappresentante di questa categoria, non vi riesce anche perchè non vuole e questo è un po’ ingiusto nei confronti dell’utenza che magari vorebbe poter cogliere tutto alla prima visione. Non tutti abbiamo il tempo di acquisire un backgound culturale ed informativo atto ad una migliore comprensione per mezzo di una seconda visione illuminata.

Chiudo con una dichiarazione che farà sicuramente storcere il naso ai fan di Shinji e degli Eva: ” Lo staff di Kaiju no kodomo con quest’ultimo si è discostato parecchio dal trend della tipologia avvicinandosi al pubblico in maniera efficace e delicata senza tenergli la mano ma dandogli comunque gli strumenti per poter avanzare da solo. Il colpo che hanno sparato non è andato al centro ma vi si è avvicinato davvero parecchio; attenzione Hideaki Anno perchè con la prossima cartuccia potresti essere sbalzato a forza dal trono di Benchmark di riferimento. Questa è un opera che chiunque, anche chi non guarda anime, deve guardare per mille motivi diversi; di cui il più importante è ESISTERE”.

Giappone, c’è l’hai di nuovo fatta!

Permettetemi sono un un’ultimissima digressione: “Nel voler attribuire un aggettivo totalizzante all’Universo io direi che è egoista perchè non vuole rivelarci i suoi segreti; nel voler invece attribuire un aggettivo totalizzante all’essere umano io direi che è egoista perchè per la sua sopravvivenza, il cui istinto è innato (generato quindi da chissà che cosa, forse l’Universo, mah!), farebbe di tutto”. Io non so se nella mente di Daisuke Igarashi questa fosse l’idea di base, ma se così fosse avrebbe dimostrato in via teorica, ancora una volta, che l’uomo è come l’Universo.

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Che cos’è “Sol Levante”?

In questi giorni ho avuto il “piacere” di visionare una produzione originale Netflix in collaborazione con la I.G. Production:Sol Levate” per l’appunto. Per chi non se lo ricordasse la I.G. è quella delle animazioni del film “The End of Evangelion”, quindi non stiamo parlando ne degli ultimi arrivati ne di bruscolini.

Ci sono pareri un po’ discordanti su come classificarlo esattamente ma direi che la più corretta è “Original Anime Video” ovvero i cosidetti “OAV“. Questo OAV inteso come progetto da entrambi le parti, porterà alla realizzazione del primo anime disegnato a mano in qualità 4K HDR. Questo sarà il primo vero anime PRODOTTO da Netflix, infatti un po’ di tempo fa alla N rossa piaceva fare un po’ la farloccona mettendo in sovrimpressione alla visone di alcune opere la scritta: “produzione originale Netflix“, ma manco per il ca… Ora mi sembra non lo facciano più; in ogni caso erano solo proprietari unici dei diritti di distribuzione, la dietrologia in questo frangente è invece diversa.

Non ho idea di cosa ci sia scritto…

Ora, intanto annuncio subito che questo è un nuovo Format oltre che una nuova categoria di articoli che potrete trovare sotto la voce “News”, secondo poi precisiamo che “Sol Levante” non è una roba tipo “Planet Anime” come lo è stato “Castlevania“; “Castlevania” possiede fortissime ispirazioni di tipo anime ma l’autore è americano, “Sol Levante” è di uno studio di animazione giapponese.

Premesse fatte, andiamo ad analizzare il prodotto, per poi magari speculare sul suo futuro stesso e le possibili implicazioni del tale.

Woah il 4K! Si ma…

Parliamoci chiaro ragazzi, il 4K è sicuramente una figata ma non so che farmene se non è sostenuto dalla roba essenziale, se un obrobrio nasce in 4K sto semplicemente guardando un obrobio in 4K. Non vorrei mai che Netflix avesse inteso il potere dei pixels come attrattiva principale del tutto, anche perchè fosse così rimarrei un po’ confuso; certo è però che la grande N non è nuova a strafalcioni del tipo. Siamo ancora tutti ben rimembranti infatti del nuovo adattamento italiano di “Neon Genesis Evangelion” e di buona parte dei film targati “Studio Ghibli“; Gaultiero Cannarsi è stato escluso e sostituito nel primo piano lavorativo perchè i fan sono stati ascoltati ma altrettanta celerità non è avvenuta con il secondo, difatti quegli scempi sono ancora presenti. Il fatto che la community non si sia sollevata così tanto per il brand rappresentato da “Totoro” mi fa sospettare che Netflix corra ai ripari solo quando la situazione è ormai irrecuperabile sotto ogni punto di vista.

Siccome io sono assolutamente sicuro che tantissimi abbiano fatto l’associazione 4K-fotorealismo, favorita anche dall’ingannevole copertina, sono qui per togliere un po’ di fumo dagl’occhi.

Bello il 4K, peccato lo stile di disegno degno delle prime produzioni “Digimon”

Analisi.

Non è che si possa analizzare chissà che cosa, finisce tutto in 4 min. d’altronde, però vale comunque la pena di sottolineare ciò che c’è da sottolineare.

Io non ho idea di che cosa sia preso alla I.G. Production ma le animazioni sono molto mediocri ed in alcuni casi anche un po’ bruttine; se dovessi tirare ad indovinare Netflix avrà spinto per canalizzare tutto il budget nella massiccia quantità di pixels: non voglio neanche immaginare la quantità di soldi spesi per questa manciata di minuti imbarazzanti. I disegni non sono niente di spettacolare e le transizioni da una scena all’altra sembrano abbozzate, preferendo in qualche modo troncarle di netto; il trattamento qualitativo che ha subito la protagonista non è lo stesso che hanno subito gli sfondi e le altre creature viventi, ne consegue una costruzione non organica, confusionaria e rigida nelle movenze. Nelle intenzioni degli autori inoltre, i capelli così dettagliati dei lei dovrebbero dare l’illusione di vita della stessa; ma in realtà risultano solo irrealisticamente troppo movimentati, quasi come avessero un corpo proprio.

I due piani nei quali si sta svolgendo la scena risultano slegati tra loro

Un respiro profondo e tiriamo le somme.

Io una serie tv così non la voglio. A parte che non ha senso: quanti hanno il televisore in 4K per potere godere a meglio della definizione? Che poi noi Anime Watchers non siamo come gli spettatori casualoni di film hollywoodiani, ce ne importa relativamente della definizione delle immagini; abbiamo l’occhio allenato per altre cose: disegni, animazione, chara design, sondi e via dicendo. Possibile che nessuno del team interno dell’azienda americana non abbia detto niente in proposito nella fase di sviluppo o a lavoro finito? Passi per la I.G. Production che probabilmente non ha mai visto così tanti soldi per un progetto e se ne stata zitta, considerato anche il fatto che hanno visto l’allettante opportunità di espandersi in modo aggressivo su mercati extra nazionali, ma mi chiedo se Netflix non abbia bisogno di un mediatore culturale nipponico o perlomeno di un anello di congiunzione con il target di riferimento. Visto e considerato anche che il catalogo anime averebbe ormai bisogno di uno spint in più proprio a livello di quantità e lineup stagionale.

Che poi in realtà la questione è molto più grande e complessa, riguarda anche il fenomeno del “Planet Manga”, ma di quello ne parleremo poi in un altro articolo.

Immagino sarete straniati dalla brevità dell’indagine ma riflettendoci è tutto ben correlato alla quantità di contenuto da trattare.

Guardatelo e fatemi sapere cosa ne pensate, tanto dura 4 min..

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La mia Storia e miei Problemi con “Violet Evegarden”.

“Violet Evergarden” è una delle serie anime più acclamate e viste dell’ormai passato 2019, infatti la N rossa ha capito, anzi secondo me previsto, le potenzialità dell’opera acquisendone in toto i diritti di distribuzione diventandone unico publisher.

Quello che io voglio fare oggi è narrarvi la mia breve storia con il franchise e farvi capire come mai lo reputo sopravvalutato.

Si può essere innamorati di una ragazza 2D?…

Mettiamo il carro davanti ai buoi: “Violet Evergarden” ai Nekowards di AnimeClick.it ha vinto il mondo. Violet è stato il miglior personaggio femminile del 2019 e l’anime in se per se vanta anche il miglior comparto visivo dello stesso anno; per di più si porta a casa il secondo posto per la miglior serie.

Quindi vi chiederete voi: Balverino ma tu chi sei per dirci che “Violet Evergarden” è sopravvalutato? Nessuno, io non sono un critico ne di film ne di serie animate; però un po’ di esperienza ne ho e per quanto sembri che l’autodidattismo porti a nulla, l’essere slegati dai canoni classici di insegnamento del campo recensioni ti porta a vedere le cose da differenti prospettive sconosciute ai più. In ogni caso non sono l’ultimo degli scemi; quindi prestatemi la vostra attenzione per i prossimi 10 min. di lettura, non vi costa nulla e magari scoprirete qualcosa che prima non consideravate nemmeno.

…Si, si può.

Brevi accenni al contenuto.

Violet è una ragazza orfana e senza nome che fin da piccola viene cresciuta nell’ottica di essere una vera e propria arma da impiegare in guerra. Un giorno finisce ai diretti ordini del maggiore Gilbet Bougainvillea e grazie alla gentilezza di quest’ultimo Violet non solo acquisisce un nome ma anche i rudimentali strumenti atti all’acquisizione e conoscenza dei sentimenti umani. In seguito ad un non meglio precisato evento Violet si sveglia in ospedale con due protesi meccaniche tecnologicamente molto avanzate al posto delle braccia; la prima persona che incontra è l’ex-colonnello Claudia Hodgins amico e collega di Gilbert. Senza null’altro che le importasse Violet chiede dove fosse il suo maggiore, Claudia risponde che visti i suoi impegni non può ancora riceverla; dopodichè enuncia le volontà di Gilbert secondo le quali, vista la fine della guerra, Violet dovesse essere affidata alla famiglia Evergarden ed essere assunta nell’azienda di Claudia come postina. La nostra bionda protagonista ha però dei piani differenti per se stessa e rimanendo affascinata dal lavoro di “Auto Memory Doll” capisce di volerlo diventare anche lei allo scopo di capire cosa sia l’amore: il sentimento confessatogli dal maggiore tempo addietro.

L’adattamento animato è ad opera della “Kyoto Animation“.

Aspetti positivi.

Sempre nell’ottica di pararmi il culo inizierò enunciando gli aspetti oggettivamente positivi della serie.

Allora, neanche a dirlo: l’incipit è fighissimo. Capisci subito che piangerai in ogni singola puntata, puoi letteralmente percepire come la visione sia accompagnata da questo sottile filo di malinconia che è tesissimo e si può spezzare in ogni momento con l’ovvia conseguenza della lacrimazione. Lo vedi sui visi dei personaggi, lo senti nella delicatissima colonna sonora di fondo, lo avverti nell’annusare i tristissimi eventi ancora non accaduti, tutto ciò non è forzato perchè viene stimolata la reazione naturale del tuo corpo in concomitanza di una determinata visione.

L’ambientazione è qualcosa di potente: roba a metà tra uno steampunk ripulito ed Europa centro-occidentale del 1850-1900. La città portuale di Leiden sembra viva ed il fatto che sia quasi sempre soleggiata non fà che risaltare questo suo aspetto, inoltre il pregresso fantapolitico dona un contesto a tutto ciò creando l’illusione di qualcosa di realmente esistente.

Nello svolgere il suo lavoro Violet viaggia tantissimo in giro per il mondo ed ogni persona che incontra la influenza e viceversa, in questo senso l’automa diviene metafora di una creatura onnivora che prende da tutto e tutti per poter definire se stessa. L’anime usa la professione di Violet ed i suoi continui spostamenti in treno, visivamente immensi, per veicolare il messaggio di una crescita atipica che non affonda le sue radici nelle fasi di infanzia, adolescenza ed età adulta; quanto piuttosto nel trovare qualcosa di rotto che ci avevano rubato e nascosto per ricomporlo con pezzi più o meno combacianti in modo da renderlo completo alla bene e meglio. Anche i clienti di Violet hanno qualcosa di rotto ed ognuno di loro prende, seppur senza intenzione di farlo, uno di quei pezzettini che l’ex-arma umana si perde dietro; non coincide perfettamente ma da un minimo di sollievo. A livello simbolico la rottura di Violet è ben rappresentata dagl’arti artificiali ovviamente. Viene più volte affrontato il tema della cultura come mezzo conoscitivo per meglio esprimere a parole qualcosa che altrimenti non sarebbe possibile fare per assenza di vocaboli. Questo insegnamento, in particolar modo, viene veicolato dalle lettere postali che in questo caso si trasformano in figura retorica per assecondare il contesto. La guerra è veramente esistita e lascia delle cicatrici così come delle conseguenze, bionda e compagnia bella non sono felici e basta; cercano di esserlo ma sono consapevoli delle nefandezze da loro stessi commesse sui campi di battaglia. Tutto quello che abbiamo detto fin’ora ci porta ad un diretto parallelismo dell’opera con “Katanagatari“: lo sfruttamento dell’essere umano come arma, l’ignoranza dell’arma rispetto al mondo che la circonda per scelte operate dagl’altri, la volontà di questa nell’intraprendere la via dell’amore; sono tutte cose già impostate dall’adattamento animato del 2010. In tutto questo la cosa geniale è il fatto che Violet non ha una caratterizzazione, la acquisisce mano a mano che gli episodi passano e le esperienze che gliela fanno acquisire, noi le viviamo insieme a lei.

Il comparto grafico è di un’altro pianeta: disegni sempre al top, modelli dei personaggi sfioranti il fotorealismo, colori accesi e vividi, i visi possiedono espressività in ogni momento e non sono mai piatti. Le animazioni sono l’opposto della legnosità, i singoli movimenti di tutti i giorni per ogni singolo personaggio sono di una fluidità senza senso. Sommiamo il tutto e capiamo bene com’è possibile provare empatia per protagonista e affini: sono reali!

Ending bellissima e in grado in pochi secondi si scatenare nostalgia, l’impressione è quella di tornare indietro nel tempo per recuperare qualcosa che ti manca e che forse all’epoca non hai considerato abbastanza. Cerchi di chiederti cos’è che hai dimenticato ma hai solo una vaga sensazione in merito, non riesci a dare una risposta precisa; è quasi ossessionante e non riesci a scrollarti quel disagio di dosso subito, è persistente. Stiamo parlando di “Michishirube” di Minori Chihara, autrice tra l’altro della splendida opening della prima parte della prima stagione di “Kyoukai no Kanata“.

A tratti Violet ricorda un misto tra Taiga di “Toradora!” e Shoko Nishimiya di “A Silent Voice”, le amo tutte e tre.

Però, c’è un però…

I meno permalosi tra di voi che sono giunti sin qua, avranno ormai sicuramente capito che il titolo dell’articolo è volutamente provocatorio e che io non odio” Violet Evergarden“, anzi lo apprezzo molto; quello che non posso condividere è l’elevazione del tale a status di capolavoro perchè ci sono dei problemi e anche belli grossi.

Ma andiamo per ordine, lasciate che vi racconti il mio primo approccio con “Violet Evergarden“: io l’anime lo volevo vedere appena uscito su Netflix ma nel visionare l’anteprima mi resi subito conto di un’animazione un po’ mediocre nelle fasi più concitate riguardanti le scene di guerra e pensando, erroneamente, che di scene di guerra ve ne fossero parecchie lasciai stare. Poi la community anime mi ha portato allo sfinimento e così 3 settimane fa ho ceduto.

Il suo genere e l’importanza dell’approfondimento.

Nonostante l’anime non sia prettamente di genere Slice of Life ne ricalca molte caratteristiche quasi sempre presenti.

Si sente l’assenza di una storia di fondo che dia struttura al minutaggio e permei l’ambientazione. In questo senso non vi è un vero e proprio continuum da un episodio all’altro e ciò risulta nella conseguenza di varie fruizioni autoconclusive, frammentate e chiuse a compartimenti stagni. Inoltre l’unico straccio di trama viene portato avanti in maniera irrealistica dai personaggi stessi: Claudia potrebbe dire subito a Violet che Gilbert è morto in realtà; in questo modo Violet, all’epoca ancora emozionalmente ignorante, avrebbe potuto gestire meglio la cosa. No! Claudia lascia che sia Violet a scoprirlo da sola e non era nemmeno nelle sue intenzioni che lei lo scoprisse! Ma cosa si aspettava, che non lo venisse mai a sapere? Ad un certo punto sta crista si sarebbe chiesta se Gilbert non avesse anche un solo secondo libero per dirle ciao. I comprimari poi sono consapevoli di tutto sto inghippo e nessuno, dico nessuno, fa qualcosa in merito; ci provano una volta a sollevare dei dubbi sulla questione, poi il nulla. Ma che poi sta cosa di Gilbert morto te la telefonano nei primi 5 min., ma io dico: non ve la potevate tenere come rivelazione shockante dopo il mini arco dei ricordi della guerra? Boh… che sia stato fatto per far dire agli spettatori: oh poverina e aspetta che venga a sapere che è morto, in modo da empatizzare ancora di più con la protagonista? Non ne ho idea, ma concettualmente come è stata costruita la cosa risulta fallace. L’assenza di avvenimenti consequenziali tra di loro, per usare un termine tecnico, appalla! Si, c’è tanta emozione, tanti pianti e tanti sentimenti ma dopo 6 episodi così io ho bisogno di un po’ di sostanza! Non vorrei dire ma c’è un motivo se dura solo 13 episodi…secondo me in fase di produzione si sono resi conto che 26 puntate così annoiavano un tantino. La sottotrama dei rimasugli dell’esercito nemico è pensata male in partenza e costruita pure peggio, oltre al fatto che è un mero pretesto per costringere Violet a combattere un’altra volta in modo da dargli quell’ultima botta di sviluppo altrimenti impossibile da gestire.

Poi vabbè c’è l’elefante nella stanza che tutti hanno fatto finta di non vedere. Raga ma la contestualizzazione degl’arti robotici di Violet? Quanto costano? Perchè esiste una tecnologia che nemmeno noi abbiamo al giorno d’oggi in epoca pre prima guerra mondiale? Quali sono le implicazioni del rapporto uomo macchina? Nessuno ha mai pensato di usare questi innesti meccanici per facilitare il lavoro umano o usarli come potenziamento per i soldati? Se non mi dai risposta a queste domande io fatico un attimo a mantenere la sospensione dell’increduilità.

La nota di demerito finale va all’animazione: è inutile fare roba mirabolante per le sequenze ordinarie se poi non se in grado di fare la stessa cosa per i momenti più concitati riguardanti sopratutto gli scontri fisici e a fuoco. Anche perchè nelle prime se noto la qualità e un surplus che mi fa rendere conto dell’impegno immesso, nelle seconde è invece una cosa che salta subito all’occhio e fa storcere molto il naso.

Conclusioni.

Raga “Violet Evergarden” è croccante, ci sta! Ma non è un prodotto superlativo e nemmeno ottimo, è un buon prodotto che ha avuto la fortuna di uscire in un periodo dove la concorrenza di genere annaspava un po’. Il comparto grafico è più di quanto un essere umano meriterebbe ma si fa sentire troppo la mancanza del supporto di trama.

“Adesso siete liberi di ragionarci su oppure rimanere granitici sulla vostra ed odiarmi, in ogni caso i commenti servono a questo; fatemi sapere la vostra.”

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Psicologia dei Personaggi degli Anime III:

Anna di “Quando c’era Marnie”.

Come voi immagino ben sappiate: Netflix ha acquistato i diritti di distribuzione, dalle varie aziende che li possiedono, di tutte le opere dello Studio Ghibli per postarle in tre tranche sulla sua piattaforma streaming con il benestare di Miyazaki. Il primo step è avvenuto a febbraio, il secondo marzo ed il terzo ad aprile, 21:3 sono 7 opere ogni mese. Il “chiamato da altri maestro ma non da me” ha dichiarato che le concessioni alla grande N serviranno a finanziare un progetto su cui sta lavorando…

Speculazioni a parte, ieri mi sono rivisto “Quando c’era Marnie“: a film iniziato da un quarto d’ora ho capito come Anna fosse un personaggio da paura per una delle migliori caratterizzazioni psicologiche che avessi mai visto. Da quel momento in poi ho messo il caschetto a raggi x e adesso sono qui per parlarvi di tutto quello che dovete considerare quando guardate o riguardate questa fatica animata, poichè a conti fatti Anna è l’80% del suo intero.

“Quando c’era Marnie”

Aspetto fisico.

Anna è una ragazza di 12 anni ancora poco sviluppata nelle caratteristiche sessuali secondarie. Non ci è dato sapere quanto è alta ma potremmo ipotizzare un metro e cinquanta circa, è magra il giusto difatti e a dispetto della sua malattia dimostra più volte di essere in forze; i capelli sono mossi e di una tonalità castano scuro, il viso è fino. Completano il quadro: sopracciglia sottili e lunghe, naso piccolo e all’insù, grandi occhi di un blu brillante e bocca di medie dimensioni.

Anna

Carattere Finto.

Il 40% della pellicola è caratterizzata dal fatto che vediamo Anna mettere in atto un modo di essere falso poichè forzato, anche se portato avanti per così tanto tempo da risultare a lei stessa naturale, un altro 30% si compone del percorso di ri-crescita della stessa con le battute finali che indugiano sull’originalità della persona. Dico percorso di ri-crescita perchè Anna nell’arco di una vacanza estiva affronta un viaggio di formazione, più onirico che fisico, allo scopo di raccogliere i pezzi che aveva smarrito sulla strada della maturità da un certo evento in poi. In particolar modo questo 30% lo andremo ad esaminare meglio nel paragrafo dedicato alla caratterizzazione psicologica, per adesso concentriamoci su quello che viene prima.

Anna è una ragazzina timida che molto spesso tende ad isolarsi, la sua faccia è inespressiva e i suoi modi gentili anche se un po’ forzati. Non sopporta di essere presa alla sprovvista anche quando questo non compromette in modo massiccio i suoi piani; quando messa alle strette, quelle che lei intende come tali con una buona dose di intolleranza e accidia, risponde con insensibilità e maleducazione. Non opera vittimismo me prova vergogna per quello che crede di essere.

Carattere Vero.

Nella sua accezione reale Anna risulta tutt’altra persona. Ogni singolo elemento visto prima si trasforma per dare vita ad un ossimoro transizionale che nella sua esatta metà si potrebbe riassumere con l’epiteto di “triste felicità”. Alla fine del viaggio tutti quei fattori adolescenziali avversi al godimento della vita spariscono del tutto, rendendo il personaggio ideologicamente un po’ impossibile ma comunque suscettibile di giustificazione da parte dello spettatore. Felicità, sorrisi, curiosità, responsabilità, socialità; sono tutti tasselli assorbiti e resi propri dalla versione 2.0 della protagonista.

Psicolgia.

Facciamo una doverosa premessa al paragrafo vero e proprio.

Nonostante la maggior parte degli eventi, che noi viviamo come interpretatori metapsicologici, siano riconducibili alla psiche conscia di Anna; un’altra bella fetta avviene in un contesto onirico il cui host è Marnie ma il visitatore è Anna. Noi possiamo analizzare la seconda quanto vogliamo ma la trasposizione della sua realtà fisica conscia all’interno di un sogno non ci permette di capire con assoluta chiarezza quanto di quello che sta avvenendo sia reale o meno, oppure se stia operando sul livello conscio o inconscio di Anna. Bisogna poi tenere conto degli ingredienti esterni al tutto: la fine della storia ci da infatti modo di intendere come un velo di magia abbia fatto capolino in tutto l’accaduto. Ciò non di meno, considerando tutto il contesto, andremo a sondare il terreno della speculazione piuttosto che quello della teorizzazione.

Marnie: la host degli sogni che vive Anna

In un certo momento della vita di Anna i suoi genitori morirono, dopo di che lei continuò a vivere per un periodo con sua nonna. Questo è tutto ciò che sappiamo del primo blocco di vita, capiamo inoltre che di questi eventi Anna ricordi ben poco; l’amnesia infantile gioca sicuramente il suo ruolo ma il blocco delle sensazioni positive di quel tempo viene operato a livello inconscio dalla stessa Anna alla morte di quella sua unica parente stretta. Non tanto per la morte della tale in se per se ma piuttosto per la diatriba familiare allargata che si viene a creare in seguito al suo necessario affidamento, come è facile intuire nessuno voleva prendersi la responsabilità e questo creò in Anna il sospetto che nessuno le volesse bene e che tutti la vedessero come un peso.

In seguito a non meglio precisati fatti, Anna fu adottata da una coppia sposata. I suoi genitori affidatari la trattarono molto amorevolmente e lei a seguitò di ciò si lasciò andare all’abbandono di tutte le sue sensazioni negative, crescendo in maniera tutto sommato equilibrata. Teniamo presente però che sua madre è una persona apprensiva e nel soddisfare questo suo prurito non esita, seppur in maniera non intenzionale, a mettere in imbarazzo la figlia che peraltro soffre di asma. Quindi ansia a stecca!

Un giorno Anna scopre che la sua famiglia percepisce un sussidio per prendersi cura di lei e tutti quei sospetti sopiti al suo intero esplodono portandola alla conclusione che non si può fidare di nessuno, conclusione rafforzata dal fatto che lo scopre da sola attraverso la consultazione di alcuni documenti; la madre non glielo confessa. Qui idealmente finisce il secondo blocco della sua vita vista la decisione di richiudere quel lucchetto riaperto anni addietro.

In questo contesto emerge con forza il costrutto caratteriale falso prima descritto quasi in senso di protesta passiva nei confronti della sua situazione attuale alla luce della nuova rivelazione. A seguito della conoscenza di Marnie nuove componenti di questa struttura mentale fantoccio si scoprono. Anna apprezza solo la compagnia di persone di un certo livello: queste devono essere belle, compassionevoli, gentili, ricche, altolocate e piene di talenti; esattamente il ritratto di Marnie. Questo lo capiamo dal fatto che Anna nonostante si ritrovi per la prima volta faccia a faccia con la bambina bionda in un contesto decisamente sospetto non ci metta neanche un secondo a considerarla sua amica; anche perchè molto probabilmente a livello simbolico Marnie rappresenta la controparte di Anna che lei ha deciso volontariamente di smarrire e che adesso ritrova. Volendo azzardare un po’ di overreading in questa transazione si potrebbe percepire una nascosta omosessualità della protagonista. Chiarito il penultimo punto, salta subito all’occhio un’altra regola della grammatica di Anna come persona: l’egoismo; se è vero che Marnie è il rovescio della medaglia allora, l’atto di stringere un patto di segretezza con la bambina bruna per escluderla ed escludersi dal mondo esterno assume proprio quel connotato. Anna vuole sapere tutto di Marnie e nel gioco di “una domanda io e una domanda tu” distrugge il primo spigolo del muro che lei stessa ha creato dietro di se esternando la sua curiosità ma tradendo anche una certa possessività. L’ultima parentesi di onestà intenzionale da parte Anna la abbiamo nell’apprendere la gelosia che lei prova per Kazuhiko: l’amico di infanzia di Marnie.

Kazuhiko che parla Con Marnie

Quale che sia il motivo, dalla pellicola traspare come ogni singolo capriccio di Anna venga assecondato e questo vale sia per i genitori che per gli zii adottivi; la stranezza della cosa in questo senso è il come lei assimili questo comportamento: preferendo cedere alla stanchezza che questa sua finzione autoindotta le procura per poi piano piano riscoprirsi piuttosto che inseguire insistentemente i suoi sghiribizzi. In qualche modo è come se Anna si fosse rieducata in maniera completamente autodidatta per meccanismo di ipercompensazione di un ambiente troppo permissivo. In quest’ottica lei tradisce a tutti gli effetti quel miraggio che è Marnie, per questo non riesce più ad accedere al mondo dei suoi sogni e la sensazione di profondo malessere che Anna avverte in risposta a questo è sottolineata nella scena del ritorno a casa sotto la pioggia.

I tempi però sono ormai maturi e nell’ultimo confronto di Ying e Yang le due controparti giocano a carte completamente scoperte confessandosi a vicenda tutti i loro dolori per poi riunirsi ed insieme disseppellire l’ultima grande skill di Anna: il coraggio. A livello psicologico Anna accetta tutte le sue emozioni autentiche e tutte le sue emozioni false come parte di se stessa e in questo modo trova la forza per andare avanti, forza che gli servirà a superare l’annuncio per il quale Marnie dichiara di doversene andare. La mia teoria in merito è che Marnie avesse svolto il suo compito e che ora Anna avendo acquisito resilienza possa sopportare l’abbandono di quelle falsità che prima non sarebbe riuscita a reggere. Ciò che è veramente importante vi sia chiaro è il come Marnie nonostante esternamente rappresentasse tutto ciò che non era Anna in quel momento, avesse un nucleo composto dalla falsa Anna; Anna il suo specchio in tutto e per tutto, come anche Anna lo era per Marnie, difatti la logica vorrebbe che in nucleo della falsa Anna fosse la vera Anna rappresentata a livello estetico e fisico dall’immagine di Marnie. Non per niente il Taijitu ha due spirali in contrapposizione alle essenze maggiori: Anna aveva all’interno un po’ di Marinie e Marnie aveva all’interno un po’ di Anna.

La scoperta finale da parte di Anna della sua parentela con Marnie come sua nipote e la confessione da parte della madre adottiva dell’appoggio monetario statale per l’affido conferiscono ad Anna un senso a queste ultime settimane. Da precisare che la madre nell’espletare ciò gli faccia capire come i suoi sentimenti per lei non siano correlati al vil danaro.

Ora Anna è una persona diversa: è libera dai pesi autoimposti, ha superato un periodo di difficoltà crescendo e maturando; ed in questo modo ha riscoperto se stessa, proverà di certo ancora paura ma adesso ha gli strumenti per affrontarla con fierezza e coraggio senza dover ricorrere ad una maschera.

Adesso, vogliamo provare ad ipotizzarne il futuro?… No scherzo! Non mi spingo così in là. Quello lo potete fare voi nei commenti…

…così per dire, eh! E magari iscrivervi ai social mettendo nel contempo like ai post e a questo articolo…

…sempre così per dire, eh!

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